La ragazza con la Leica: Gerda Taro e l’arte di non farsi mettere a fuoco

Una Leica, una ragazza, un mondo che sta per andare in pezzi. Gerda Taro fotografa perché non conosce altro modo di stare dentro le cose, osservare, fermare, cesellare con la luce ciò che le passa davanti, fino a piegare la realtà alla forma del proprio sguardo. È questa la donna che Alina Marazzi porta sullo schermo con La ragazza con la Leica, film liberamente tratto dal romanzo omonimo di Helena Janeczek e affidato al volto di Emilia Schüle.

Siamo a Parigi nel 1937. Prima di tornare in Spagna, dove il fronte la reclama, Gerda si concede una giornata di tregua insieme a Robert Capa e alla piccola comunità di amici con cui ha voltato le spalle alla Germania hitleriana. Una giornata, quando la si vive con intensità, diventa un varco. Da quelle ore parigine affiorano a ondate i frammenti di una biografia in formazione, la militanza giovanile a Lipsia, vissuta accanto al primo amore, l’esilio francese con la sua precarietà, l’incontro con Capa, la scoperta della fotografia e la certezza, via via più salda, che la sua Leica possa trasformarsi in un’arma da puntare contro l’ingiustizia. Il film ritrae così la prima fotoreporter a lasciare la vita su un campo di battaglia, una donna che ha prestato i propri occhi a una stagione in cui l’avvenire sembrava ancora una pagina bianca.

Ed è proprio questa qualità di soglia, tra un ieri concluso e un oggi che non smette di somigliargli, a rendere la vicenda di Taro così eloquente. La sua fame di libertà, la curiosità insaziabile, l’energia e l’ostinazione di una giovane vissuta quasi cent’anni fa hanno segnato chi l’ha conosciuta e continuano a interpellarci. Ripercorrere la sua eredità significa chiedersi cosa possa la fotografia di fronte alla Storia in atto, se possa davvero testimoniarla e insieme prendere partito, ma significa anche riaprire un capitolo meno frequentato della memoria europea, ovvero quello di un manipolo di esuli che, mentre il continente scivola verso la guerra, si ritrova a misurarsi con l’avanzata dei totalitarismi, con il razzismo, con lo sgretolarsi delle democrazie. Un tempo remoto, certo, eppure attraversato da inquietudini che non ci sono affatto ignote.

Marazzi rinuncia fin da subito a fissare la sua protagonista in un ritratto compiuto.

La sua Gerda è materia in perpetuo moto, febbrile, sfuggente, senza patria, una donna che ha eletto il proprio lavoro a unica dimora possibile e che negli affetti non ha mai voluto tracciare recinti troppo netti. Ne discende un film letteralmente sfocato, nel senso più fecondo del termine. La macchina da presa cerca di stringere su di lei, di catturarla, e più volte la perde, come accade a chiunque insegua qualcuno che si è sempre rifiutato di stare dentro una sola inquadratura. La narrazione procede per innesti e sovrapposizioni, alternando ricordi, fotografie, fantasie, sogni e proiezioni, con la giornata parigina che fa da cerniera tra ciò che è stato e ciò che incombe.

È una scelta che libera il racconto dalla scansione obbligata del biopic e lo fa avanzare per emersioni successive, quasi fossero le immagini stesse a ricordare al posto di chi le ha scattate. Su questo equilibrio delicato Emilia Schüle costruisce un’interpretazione che sorregge l’intero film. Gerda è impaziente, magnetica, insolente, e sotto quella vivacità di superficie cresce, scena dopo scena, una lucidità sempre più ferma, la coscienza di una donna che ha compreso prestissimo che nessuno le regalerà mai la libertà.

Anche il legame con Capa è restituito senza sbilanciamenti, fatto di attrazione, complicità e rispetto, soprattutto della volontà di stare accanto a qualcuno senza dissolversi nel suo cono d’ombra. Il conflitto, in tutto questo, non è mai assente e non è mai spettacolo. Gerda morirà a Brunete nel luglio del 1937, a ventisei anni, e Marazzi si guarda bene dal costruire la tensione sull’attesa di quella fine. Preferisce dilatare la pienezza di ciò che viene prima, la caparbietà con cui una ragazza decide che il proprio sguardo ha un peso, che una fotografia può schierarsi, che raccontare il reale è già un tentativo di modificarlo. Viene naturale immaginare che avrebbe voluto, e saputo, raccontare anche le guerre di oggi, e che non avrebbe mai deposto la sua Leica.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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