Il cinema, nelle sue molteplici interpretazioni, riesce spesso a donarci riflessioni intriganti, soprattutto quando la trama interseca temi come l’arte e la sua percezione. Questa volta, ci avventuriamo nel futuro prossimo visionario del regista messicano Alfonso Cuarón, con il suo film di fantascienza del 2006, ‘Children of Men’.
L’ambientazione non è delle più liete, immersa in un futuro in cui l’inquinamento ambientale ha reso le donne sterili, spingendo la civiltà sull’orlo del collasso. Il protagonista, Theo, interpretato da Clive Owen, si trova immischiato in un movimento di resistenza dopo aver incontrato un rifugiato incinto, portatore dell’unico bambino dell’umanità.
All’interno di questa trama vertiginosa, la figura di Nigel, cugino di Theo e rappresentante di alto rango nel governo britannico, emerge con una particolare fascinazione per l’arte. Nel suo sontuoso domicilio, ospita un’infinità di opere d’arte “salvate”, tra cui spicca il maestoso dipinto del 1937 di Pablo Picasso, “Guernica”.
Ma non ci illudiamo.
La presenza di capolavori artistici come “Guernica” ed il “David” di Michelangelo, nel lussuoso rifugio di Nigel, non ha solo finalità estetiche. Serve a definire l’identità del personaggio stesso e del governo britannico, illustrandolo come un esponente corrotto che, nell’usurpare e “salvare” l’arte, la mostra come un trofeo, perdendo di vista il vero significato e valore di tali opere.
Lo stesso Cuarón, nel 2017, ha affermato che Nigel, grazie alla sua posizione di potere, ha potuto mettere insieme questa collezione, sostenendo di agire per il bene dell’umanità. Eppure, alla fine, sfrutta queste opere come semplici ornamenti decorativi. Pensa a “Guernica”, capolavoro di Picasso, ridotto a sfondo per il tavolo da pranzo di Nigel, servito da maggiordomi. A quel punto, che senso mantiene ancora l’opera?
“Guernica”, chiamato così in ricordo di un piccolo paese basco distrutto durante la guerra contro il dittatore spagnolo Francisco Franco, è un’esplosione cacofonica di forme e angoli acuti che rappresenta la brutalità e l’assurdità della guerra. Nel film di Cuarón, l’opera riflette l’ambientazione stessa, in cui il destino dell’umanità è affidato a una donna e al suo bambino non ancora nato.
L’arte nella narrativa cinematografica, quindi, può esprimersi non solo come sottile complemento decorativo, ma come simbolo profondo, a volte critico, della trama e dei personaggi. E Piscasso, con “Guernica”, grazie a Cuarón, non solo tappezza una sala da pranzo di un film, ma entra con pieno diritto nelle nostre riflessioni sul significato dell’arte e sull’uso – o abuso – che ne facciamo nei nostri mondi, reali o immaginari.


