La sposa!: un Frankenstein contemporaneo tra inquietudine e riscrittura del mito

Nel nuovo lavoro di Maggie Gyllenhaal, La sposa!, la storia liberamente ispirata al film La moglie di Frankenstein di James Whale, viene sottoposta a una torsione, a una febbre interpretativa, che la trascina fuori dal suo mito letterario per farla precipitare in una modernità nervosa, elettrica, già incrinata. La regista riprende il mito di Frankenstein per traslarlo in un universo gotico e romantico che mette al centro Ida, una giovane donna che sembra essere posseduta dallo spirito di Mary Shelley.

La storia ci porta nella vita di Frankenstein, una figura ormai consumata dalla solitudine, che chiede al dottor Euphronius di creargli una compagnia. Decidono così di riportare in vita una giovane donna assassinata, Ida, per diventare la sua sposa. Ma non tutto va come previsto.

La figura di Frankenstein, attraversa una Chicago degli anni ‘30 come se fosse un sogno industriale in disfacimento, e in quella deriva solitaria chiede alla scienza una replica della sua figura, un’altra creatura a cui aggrapparsi contro il vuoto. L’esperimento genera un’altra vita ma non solo: genera conseguenze inimmaginabili, soprattutto genera una donna nuova, disattesa, che non viene davvero creata, quanto piuttosto risvegliata. Questo perché la sposa è una donna che è alla ricerca della propria identità, e una volta risvegliata è come se dentro di lei albergassero anime differenti, e desideri che divampano come il suo desiderio di emancipazione dal dominio maschile.

La Sposa, incarnata da Jessie Buckley, nasce come una rivoluzione continua, come una presenza disorientante e ribelle, che attraversa il racconto come una frattura visiva e simbolica: ogni gesto è una deviazione dall’intenzione originaria dei suoi creatori, quello di essere una semplice sposa per l’appunto, ogni sguardo una sottrazione al dominio che avrebbe dovuto definirla. Accanto a lei, la figura di Frankenstein, affidata a Christian Bale, assume i contorni di una figura malinconica, segnata da una tenerezza deformata dal tempo, dove il desiderio di compagnia complica e moltiplica le ombre.

Gyllenhaal orchestra questo incontro tra due solitudini in maniera efficace e delicata, e da ciò emerge è una storia d’amore struggente, e un’opera audace e radicale che conquista tanto per per la sua ambizione quanto per la sua riflessione femminista travolgente. In questa tessitura si inseriscono figure laterali, da Peter Sarsgaard a Penélope Cruz, fino ad Annette Bening: ognuno contribuisce a dare un preciso spessore alla storia, un mosaico dispersivo ma efficace. Eppure, ciò che rende La sposa! un oggetto cinematografico singolare è soprattutto la sua volontà di non stabilizzarsi mai. La regia procede per improvvise accelerazioni e sospensioni, come se il film stesso fosse attraversato da una forma di inquietudine che rifiuta la linearità.

Alla fine, ciò che resta non è tanto la trama, volutamente eccedente, sempre in bilico tra generi, quanto l’impressione di voler plasmare un cinema che non cerca la perfezione, un’opera che si espone al rischio dell’eccesso. E proprio in questa sua instabilità trova la sua forma più autentica, un racconto che continua a riecheggiare anche dopo l’ultimo fotogramma.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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