Quando una celebrità decide di “fare arte”, il mondo si divide tra chi applaude a prescindere e chi prova un senso di imbarazzo difficile da mascherare. Ma c’è un terzo sguardo, più lucido e forse più onesto, che osserva questi tentativi con una domanda semplice e fondamentale: perché lo fanno? Non nel senso biografico, ma estetico. Perché produrre immagini, installazioni, oggetti che si presentano come arte ma che non sembrano avere alcun bisogno reale di esistere?
Adrien Brody ed Ed Sheeran sono solo gli ultimi due nomi di una lunga lista di personaggi pubblici che si sono avventurati nel mondo dell’arte contemporanea senza averne la vocazione, l’urgenza, la tensione. Il risultato non è scandaloso, né offensivo: è semplicemente irrilevante. Un’arte che non cerca il confronto, che evita l’errore, che rifugge dal rischio. Un’arte inoffensiva, levigata, costruita per sembrare profonda senza mai esserlo davvero.

Ed Sheeran, con la sua mostra Cosmic Carpark Paintings a Londra, ha realizzato una serie di tele astratte dipinte in un parcheggio di Soho durante le pause del tour, trasformando il gesto artistico in un passatempo, un’attività terapeutica raccontata con leggerezza ma promossa con strumenti da grande distribuzione attraverso la piattaforma HENI. Fondata da Joe Hage ai tempi dell’epoca d’oro degli NFT, HENI è oggi punto di riferimento per una certa estetica da e-commerce culturale che ha l’ambizione di rendere accessibile l’arte ma che, di fatto, ne annulla ogni complessità, convertendo anche gli artisti più rilevanti (vedi Damien Hirst, JR, ma anche maestri passati come Giacometti, Lucian Freud e Francis Bacon) in nomi da scaffale, e producendo un’estetica standardizzata, rassicurante, perfettamente compatibile con il mercato e con le logiche del branding personale.
Le opere di Sheeran, proposte a oltre 900 sterline a stampa, sono state realizzate a scopo benefico, con metà (sì, solo la metà) dei proventi destinati alla sua fondazione per l’educazione musicale. Al di là dell’intento virtuoso, quello che colpisce è la loro assoluta innocuità, il fatto che non raccontino nulla se non l’atto stesso di essere state fatte, un gesto ripetitivo e autoreferenziale che non interroga chi guarda e non trasforma chi crea.
Secondo The Guardian, “le sue opere hanno energia, ma nessun sentimento né verità”. Un’arte che “non vuole sporcarsi”, letteralmente, perché Sheeran dipinge in tuta protettiva, come se l’arte fosse una zona di sicurezza personale. Il passaggio più feroce della recensione, però, è quello che colpisce il cuore del progetto: “L’arte astratta come quella di Sheeran dà una cattiva fama a tutta l’arte astratta perché si basa sulla stupida idea che creare da soli sia un gioco da ragazzi.” Nulla di più vicino alla verità.

Adrien Brody, da parte sua, ha firmato con Made in America una delle mostre più discusse dell’estate, esposta alla Eden Gallery di New York, galleria commerciale che incarna perfettamente il paradigma contemporaneo di una poppizzazione dell’arte che preferisce l’effetto alla riflessione, il nome alla visione, il riconoscibile al problematico.
In questo contesto Brody propone un pastiche iconografico fatto di Marilyn Monroe, Maggie Simpson, Warhol, Topolino e Basquiat, mescolati in un collage visivo che sembra voler suggerire uno sguardo critico sulla cultura americana ma che, nei fatti, non fa altro che amplificarne i cliché con un’estetica sovraccarica, priva di struttura, realizzata con immagini a bassa risoluzione, stampate male e incollate su superfici grattate con foga, ma senza alcuna profondità concettuale.
Secondo Artnews, che ha demolito la mostra in un articolo feroce, le opere di Brody sono brutte, pixelate, concettualmente vuote, e il tentativo di evocare il décollage francese o il gesto espressionista viene giudicato un’imitazione grottesca, incapace di produrre qualcosa di autentico, e aggravato da trovate come l’installazione in cui i visitatori sono invitati ad attaccare gomme da masticare su una tela con la scritta “VIOLENCE”, un gesto che pretende di essere partecipativo ma che in realtà non fa che rafforzare la centralità narcisistica dell’autore, il quale si accredita come artista profondo mentre il pubblico resta anonimo e decorativo.
Il problema, però, non sono solo Brody e Sheeran, ma il sistema che li legittima senza chiedere nulla in cambio, un sistema fatto di piattaforme come HENI e gallerie come Eden Gallery che hanno costruito un contesto non dicotomico ma unilaterale, in cui ogni cosa che somiglia all’arte diventa automaticamente arte, in cui non esistono più criteri critici ma solo dinamiche di distribuzione, in cui anche gli artisti dotati di reale potenziale vengono ridotti a firma da vendere, e in cui l’opera perde progressivamente ogni capacità di disturbare, di interrogare, di restare.

La vera questione, dunque, non è se le opere siano brutte o belle, ma se siano necessarie, se riescano a contenere una verità, un conflitto, un’urgenza, elementi che in Brody e Sheeran sembrano sistematicamente evitati, forse inconsapevolmente, forse per scelta. Ad essere propinata è un’estetica pacificata, facilmente raccontabile, vendibile e donabile, un’estetica che non chiede allo spettatore alcuno sforzo interpretativo e che non comporta per l’autore alcun rischio emotivo o culturale.
Quando l’arte diventa questo – un esercizio di stile al servizio di un’identità pubblica – allora non stiamo più parlando di linguaggio espressivo ma di narrazione visiva, di storytelling estetizzato che funziona perfettamente nel circuito dei media, nei feed social, nelle aste caritatevoli, ma che non lascia tracce reali nella memoria o nel pensiero, e che in definitiva non contribuisce in alcun modo al dibattito artistico o culturale.
Nessuno contesta il diritto di una celebrità a dipingere, ma ciò che si dovrebbe pretendere è che anche chi è famoso si misuri con le regole minime della ricerca artistica: lo scarto, il fallimento, l’incertezza, l’ironia, la resistenza, l’ambiguità, la possibilità di non piacere, tutti elementi che rendono un’opera fragile ma vera, imperfetta ma necessaria, scomoda ma memorabile, e senza i quali il gesto creativo resta un’imitazione sterile e ben confezionata.
L’arte di Brody e Sheeran, così come quella di altri celeb-artisti è un sintomo della stessa malattia: l’annullamento del conflitto in nome della presentabilità, la sostituzione dell’idea con l’oggetto, la preferenza per l’attenzione alla profondità, e finché queste operazioni continueranno a ricevere attenzione sproporzionata rispetto al loro contenuto, sarà sempre più difficile distinguere tra ciò che è arte e ciò che semplicemente somiglia all’arte, ma non ha il coraggio di esserlo davvero.





