Dal 11 luglio 2025 al 25 gennaio 2026, il Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart di Berlino ospita Madre, la prima grande mostra personale in Germania dell’artista colombiana Delcy Morelos. L’opera, un’installazione immersiva di scala monumentale, invita il pubblico a un’esperienza che coinvolge sensi, memoria e spazio, con un linguaggio radicale quanto elementare: quello della terra.
Lavorando con materiali come argilla, acqua, legno, metallo, paglia, juta, miele, tabacco, semi e spezie, Morelos costruisce un paesaggio che non si guarda soltanto, ma si attraversa. Il pubblico è chiamato a camminare dentro un ambiente che evoca la madre-terra come figura primordiale e generativa, nella sua accezione simbolica e concreta. L’olfatto, il tatto, la percezione della temperatura e persino l’umidità dell’aria diventano strumenti con cui l’opera si rivolge al visitatore.
Madre si inserisce in un ciclo espositivo che intende mettere in dialogo artiste contemporanee con la collezione permanente del museo, in particolare con le opere di Joseph Beuys, esposte nella Kleihueshalle. Se Beuys ha utilizzato materiali organici e forme scultoree per interrogare la società e proporre una visione politico-poetica della trasformazione, Morelos sviluppa un contrappunto meditativo e spirituale.
L’opera si estende su centinaia di metri quadri e si compone di strati compattati di terra e materiali naturali, distribuiti in modo da creare un’architettura di suolo. Non ci sono forme riconoscibili, né figure, c’è però una struttura viva, un organismo respirante, che risponde al passo e alla presenza. Ogni componente ha una storia: il grano, il tabacco, la cannella, i semi — tutto proviene da pratiche agricole e rituali ancestrali che parlano della relazione tra l’essere umano e il mondo.
Morelos, nata nel 1967 a Tierralta, Colombia, è da anni una delle voci più significative dell’arte sudamericana contemporanea. Ha rappresentato la Colombia alla Biennale di Venezia del 2022, ed è stata protagonista di esposizioni internazionali a New York, Oslo, Buenos Aires, St. Louis. Ma è solo di recente che il suo lavoro ha ricevuto una piena attenzione istituzionale in Europa. In Germania, questa mostra segna un passaggio importante: non solo per l’artista, ma per un modo diverso di guardare alla scultura, all’installazione, alla spiritualità materiale.
Madre è anche una dichiarazione politica. Non nel senso più diretto del termine, ma in quanto pratica di restituzione alla terra della sua centralità, restituzione all’umano di una capacità di ascolto. L’installazione è insieme offerta e riflessione, forma e funzione. Parla di storia coloniale, di rituali cancellati, di cure trasmesse oralmente, di un’ecologia che non è moda, ma memoria.
L’artista non propone uno statement visivo: costruisce piuttosto un ambiente di relazione. Le materie prime non sono “materiali” ma corpi culturali, hanno odore, consistenza, peso. Ci raccontano che ogni cosa che calpestiamo, che tocchiamo, che consumiamo ha una storia, un’origine, un’energia. E la terra, più che supporto, diventa soggetto attivo, presenza e madre, appunto.

La curatela della mostra, affidata a Catherine Nichols con il supporto di Agnes Rameder, ha lavorato per preservare l’intimità dell’esperienza, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione. Non ci sono pannelli esplicativi dentro l’installazione, né percorsi guidati. Il pubblico è lasciato libero di entrare, sostare, camminare, ascoltare. L’opera si rivela nel tempo, nella lentezza, nella ritualità del movimento.
Accanto all’installazione è stato pubblicato un catalogo che raccoglie testi critici, immagini del processo di creazione e un’intervista con l’artista. Si tratta di un importante contributo alla riflessione sull’arte ambientale contemporanea, ma anche sul ruolo della spiritualità nel linguaggio dell’arte postcoloniale. Morelos non cerca l’estetica, ma la connessione. Il suo è un gesto di cura prima ancora che di forma.
Madre non è una mostra da visitare in fretta. È un’installazione che chiede tempo, silenzio, presenza. È un’esperienza che lascia il visitatore con qualcosa addosso: l’odore della terra, una traccia sulle scarpe, una domanda sul nostro rapporto con il suolo che ci sostiene. È arte che non si impone ma che accompagna, che non grida ma che trasforma.



