La Traviata all’Arena di Verona: Hugo De Ana trasforma l’intimità in spettacolo con eleganza e visione scenica

“La Traviata”, per il suo carattere intimistico, si presta con difficoltà ai grandi spazi dell’Arena di Verona, che vuole folla, numeri e scenografie mastodontiche, e per questo non sempre le sue rappresentazioni – salvo naturalmente quella con la regia di Franco Zeffirelli – sono tra le migliori. Il progetto dell’argentino Hugo De Ana, che si ispira al dipinto “Margherita Gautier” di Eugenio Scomparini, riesce però felicemente a risolvere il paradosso intimità – colossalità, popolando il palco dell’Arena di grandi cornici dorate, in stile secondo impero, che via via si animano di tableaux vivants inscenati dal coro e dagli interpreti.

Nelle cornici vuote appaiono così il bel mondo parigino, la festa a casa di Flora, ma anche i funerali di Violetta e il suo esilio dorato con Alfredo. Il tutto, coronato da costumi della belle époque e contrasti di colori, risulta esteticamente molto bello e coinvolgente, nonostante il leggero spostamento temporale della vicenda, che originariamente si svolge nella prima metà dell’Ottocento.

In questa visione, la storia della cortigiana parigina Violetta Valéry, che si innamora del giovane Alfredo Germont e con lui si ritira in campagna, lasciando il bel mondo che sta rovinando la sua salute, salvo poi ritornarvi alla preghiera del padre di Alfredo di lasciare libero il figlio, inizia dalla fine. Il pubblico assiste al funerale di Violetta, morta di tisi, sola e povera, dopo che Alfredo stesso l’ha insultata pubblicamente durante una festa in casa dell’amica Flora ed è tornato troppo tardi per chiedere perdono. Da lì, la vicenda scorre a ritroso, come un gigantesco flashback, rianimando la scenografia con i lussi e gli agi della Parigi benestante, al suono dell’arcinoto brindisi “libiam, ne’ lieti calici!”.

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Nonostante un inizio incerto, la direzione di Speranza Scappucci è sicura ed elegante, tesa alla resa delle emozioni dei personaggi e all’esaltazione delle voci degli ottimi interpreti in scena, a cominciare da Rosa Feola, che riveste il ruolo della protagonista. La sua Violetta ha timbro e sicurezza vocale (le si perdona un primo atto volto a ridurre i rischi, visto le la regia la vuole appesa su una cornice inclinata a notevole altezza a cantare “sempre libera!”) e si accorda bene con l’Alfredo sonoro di Galeano Salas, chiamato solo nel pomeriggio a sostituire il russo Dmitry Korchak. Luca Salsi è un Giorgio Germont praticamente perfetto, con canto raffinato, libero da quei minimi toni rozzi che fino a qualche anno fa trasparivano nelle movenze del baritono e che ora sembrano scomparsi. Il suo “Di Provenza il mar, il suol” è stato un successo grandioso. 

Ottimi anche i comprimari, molti dei quali ben noti al pubblico areniano: Sofia Koberidze (Flora), Francesca Maionchi (Annina), Carlo Bosi (Gastone), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Jan Antem (Marchese d’Obigny), Gabriele Sagona (dottor Grenvil) , Hidenori Inoue (Domestico di Flora/Commissionario) e Alessandro Caro (Giuseppe).

Come sempre perfetta anche la performance del coro, che dimostra grande capacità attoriale e di gestione della scena oltre che una vocalità di altissimo livello, diretto dal Maestro Roberto Gabbiani. Una “Traviata” decisamente riuscita quella dell’Arena di Verona, che commuove il pubblico e chiama applausi.

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Valentina Basso
Valentina Basso
Nata a Milano nel 1988. Articolista per la rivista online di critica d'arte, spettacolo e cultura "Saltinaria" fino alla sua chiusura. Attualmente collabora in forma privata con le case editrici Garzanti e Rizzoli e i teatri Regio di Parma, Ponchielli di Cremona e Arena di Verona con recensioni di eventi e nuove uscite.

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