La vita giovane di Mattia Insolia è un romanzo su una generazione senza “conflitto generazionale”

Parlare di giovinezza oggi significa misurarsi con una categoria che ha smesso di funzionare come fase di passaggio.

Più che un tempo della formazione o della rottura, la giovinezza appare sempre più come una condizione prolungata di instabilità, un’età che non conduce altrove e che fatica a produrre un prima e un dopo. Non è più il momento della promessa, ma quello di una permanenza incerta dentro un orizzonte che non si apre. La crisi non rappresenta un evento eccezionale o un punto di svolta, ma la struttura stessa dell’esperienza giovanile.

La vita giovane di Mattia Insolia intercetta con precisione questo slittamento: il romanzo non racconta una generazione in rivolta, né costruisce un conflitto frontale con il mondo adulto. I suoi personaggi non cercano di sovvertire l’ordine delle cose, né di opporvisi apertamente. Abitano piuttosto una stanchezza diffusa, emotiva e politica insieme, che si manifesta come immobilità, ripetizione, trattenimento del desiderio. La giovinezza che emerge dal testo non è energica né disperata, ma sospesa, come se ogni gesto fosse già avvenuto altrove, in un tempo precedente che non appartiene più a chi lo vive.

Il romanzo segue Teo, 28 anni, mentre torna nella sua città di provincia italiana dopo quasi un decennio a Milano per il matrimonio di due amici del liceo. Al suo ritorno ritrova il gruppo di vecchi compagni, tra amori non consumati, ferite lasciate aperte e sogni infranti. La narrazione si svolge nei tre giorni prima del matrimonio e alterna presente e passato, indagando le relazioni, le aspettative mancate e la difficoltà di reinventarsi in un mondo che sembra aver mantenuto promesse mai mantenute.

Il tempo, nel romanzo, non avanza, ma si avvita. Il futuro non si presenta come possibilità, ma come astrazione vuota, mentre il presente si ripete con variazioni minime, senza accumulare esperienza né produrre trasformazione. I personaggi sembrano muoversi in uno spazio temporale che non consente passaggi netti, dove crescere non significa andare avanti, ma adattarsi a una continuità opaca. La crisi, qui, non arriva mai perché è già in atto: non esplode, non si risolve, non si nomina come tale, si presenta come condizione atmosferica, un fondo costante che struttura le biografie.

Mattia Insolita, ph Claudio Sforza

Questa rappresentazione segna una distanza evidente dalle narrazioni classiche della giovinezza come età della ribellione. Non c’è slancio antagonista, né desiderio di rottura simbolica. Il conflitto generazionale, che ha alimentato buona parte dell’immaginario novecentesco, appare svuotato, non perché le condizioni materiali siano migliorate, ma perché il nemico è diventato meno individuabile. La precarietà non ha un volto preciso, il futuro non è qualcosa da conquistare o da negare, ma un’assenza con cui convivere.

In La vita giovane, le relazioni riflettono questa condizione: sono fragili, intermittenti, spesso incapaci di trasformarsi in legami duraturi – non per mancanza di desiderio, ma per una difficoltà più profonda a investire nel tempo, a immaginare una continuità possibile. L’affettività non esplode, si trattiene, i rapporti non falliscono in modo drammatico, si sfilacciano lentamente ed anche l’intimità sembra sottoposta a una forma di cautela preventiva, come se ogni coinvolgimento comportasse un rischio che non vale la pena correre.

Questa stanchezza non è solo individuale, è una stanchezza politica, che nasce dall’esperienza di un mondo percepito come già saturo, già deciso, già occupato. La giovinezza non si confronta più con l’urgenza di cambiare le cose, ma con la difficoltà di immaginare alternative credibili. Non c’è una mancanza di consapevolezza, ma un eccesso di lucidità che paralizza. Sapere come funzionano i meccanismi del potere, del lavoro, delle relazioni non produce emancipazione, ma una forma di adattamento disilluso.

Il romanzo di Insolia non cerca spiegazioni sociologiche né offre diagnosi esplicite e la sua forza sta proprio nella capacità di restituire questa condizione senza trasformarla in tesi. La scrittura accompagna i personaggi senza giudicarli, lasciando che la loro immobilità emerga come dato di fatto, non come fallimento morale. La vita giovane rifiuta ogni retorica, sia quella della condanna sia quella della comprensione paternalistica.

La giovinezza che prende forma nel testo è lontana anche da ogni vitalismo, dove non c’è esaltazione dell’energia, della creatività o della resilienza. Al contrario, ciò che domina è una forma di sopravvivenza quotidiana, fatta di piccoli aggiustamenti, di attese senza oggetto, di desideri che non trovano un linguaggio adeguato. Vivere, per questi personaggi, significa soprattutto reggere, mantenere una posizione, evitare il crollo più che cercare una realizzazione.

Questa immagine della giovinezza entra in risonanza con un contesto più ampio, in cui la crisi ha smesso di essere un’eccezione. Economica, climatica, affettiva, politica: la crisi si presenta come uno stato permanente, che non promette una fine né una catarsi. Crescere dentro questo scenario significa interiorizzare l’instabilità come norma, fare i conti con l’idea che non esista un “dopo” migliore verso cui tendere. La crescita, in questo quadro, non coincide più con l’accumulazione di possibilità, ma con la gestione della perdita.

Se il futuro non si apre, se il lavoro non garantisce stabilità, se le relazioni non offrono continuità, cosa significa diventare adulti? La vita giovane suggerisce che la giovinezza non finisce perché non c’è un altro tempo in cui entrare. La transizione resta incompiuta, sospesa in un presente che non produce passaggi rituali né riconoscimenti sociali.

Questa sospensione produce una forma di vita adattiva, minimale, che rinuncia alle grandi aspettative per concentrarsi sulla tenuta quotidiana. In questo senso, la giovinezza descritta da Insolia non è priva di intelligenza né di sensibilità. È una giovinezza che ha imparato a non credere troppo, a non esporsi eccessivamente, a non promettere ciò che non può mantenere. Una giovinezza che ha interiorizzato la crisi come orizzonte stabile.

Lontano da ogni retorica generazionale, La vita giovane restituisce un’immagine spoglia e per questo efficace. Non chiede empatia, non invoca riscatto, non costruisce miti negativi. Si limita a mostrare una condizione diffusa, fatta di attese disinnescate e di presente che si ripete.
In questo modo, il romanzo non racconta soltanto una generazione, ma un tempo storico preciso, in cui la giovinezza non è più promessa, ma durata incerta dentro un mondo che fatica a produrre alternative.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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