Allo SPAZIO Maria Calderara di Milano, fino al 13 marzo, la moda abbandona definitivamente il territorio dell’estetica per entrare in quello del pensiero critico. Non si tratta di una collaborazione tra discipline, ma di una vera sovrapposizione di linguaggi: arte e abito condividono lo stesso statuto, quello di strumenti politici capaci di interrogare identità, rappresentazione e potere.
Con la collezione #WWWWOMANWORDWRITINGFW26/27, Maria Calderara costruisce un progetto che prende origine dalla ricerca di Tomaso Binga, nome d’arte di Bianca Pucciarelli Menna, nata a Salerno nel 1931, tra le figure più radicali e anticipatrici della ricerca verbo-visiva e performativa italiana.
Nel 1971 Bianca Pucciarelli Menna compie un gesto tanto semplice quanto destabilizzante: decide di assumere uno pseudonimo maschile. Non per mimetizzarsi, ma per rendere visibile un sistema di esclusione.

Come dichiarò l’artista stessa, il nome maschile nasceva per “mettere allo scoperto il privilegio dell’uomo nel campo dell’arte”. Una scelta ironica e paradossale: entrare nel sistema assumendone temporaneamente le regole per smascherarle dall’interno.
La curatrice Francesca Interlenghi ricostruisce con precisione questo passaggio fondativo:
“Bianca Menna sceglie di diventare Tomaso Binga in un momento storico in cui la presenza femminile nel sistema artistico era marginalizzata. È un gesto concettuale potentissimo: l’identità diventa performance. Il nome stesso diventa opera”.
Il riferimento a Tommaso Marinetti – evocato e insieme desacralizzato – si intreccia con l’origine affettiva del cognome Binga, derivato dalla pronuncia infantile del nome Bianca. Un’identità doppia, costruita tra avanguardia e memoria privata.
Da quel momento l’artista mette in atto una delle ricerche più coerenti del secondo Novecento italiano: usare la parola come corpo e il corpo come scrittura.
Negli anni Settanta Binga sviluppa la sua celebre scrittura desemantizzata: lettere, parole e segni vengono privati del loro contenuto linguistico per trasformarsi in pura presenza visiva.

“Quando la parola perde il suo semantema”, osserva Interlenghi, “rimane il segno. Ed è proprio lì che avviene la critica: eliminando genere e significato, Binga smonta le convenzioni sociali che regolano il nostro modo di leggere il mondo”.
Ripetizione, ironia e gioco diventano strumenti di emancipazione. Nei Grafici di storie d’amore, nei collage, nelle corrispondenze intime di Ti scrivo solo di domenica, fino alle performance in cui il corpo dell’artista costruisce fisicamente l’alfabeto, la scrittura smette di descrivere la realtà e comincia a ridefinirla. L’opera non rappresenta: agisce.
Non è casuale che Binga sia stata protagonista della storica mostra Materializzazione del Linguaggio alla Biennale di Venezia del 1978, momento cruciale per la ridefinizione del rapporto tra testo, immagine e performance.
È all’interno di questo universo complesso che Maria Calderara decide di intervenire. Non come interprete, ma come traduttrice. Come lei stessa ci racconta: “All’inizio mi sembrava impossibile. Come si trasforma una ricerca fatta di poesia visiva e linguaggio in una collezione? Poi ho capito che dovevo entrare nel suo metodo. Una notte mi sono alzata e ho cucito piccoli frammenti di feltro: era la mia scrittura desemantizzata”.
Da quel gesto nasce l’intera collezione. Piccoli rettangoli di panno bianco attraversano abiti e giacche come segni grafici mobili. Indossati insieme, i capi costruiscono frasi mute, continuamente riscrivibili. La firma “Bi” diventa modulo ripetuto, ritmo tessile, quasi una trama maschile reinterpretata al femminile.

La moda assume così la stessa logica dell’opera binghiana: sottrarre significato per generare libertà interpretativa.
Il dialogo raggiunge il suo punto più intenso nell’abito ispirato al dittico fotografico Bianca Menna e Tomaso Binga. Oggi spose (1977), in cui l’artista celebrava simbolicamente il matrimonio con il proprio alter ego maschile. Pensato per essere indossato su entrambi i lati, il vestito progettato da Calderara mette in crisi l’idea stessa di identità stabile.
“Entrare nel mondo di Binga è stato liberatorio”, afferma la designer. “C’è ironia, gioco, ma anche una forza distruttiva verso le convenzioni. Le sue parole diventano gioielli, incisioni, dettagli da portare sul corpo”.
Le frasi tratte dalla corrispondenza di Ti scrivo solo di domenica si trasformano in placche metalliche applicate alle collane, mentre vetro di Murano, perle e catene dorate costruiscono un equilibrio tra intimità e affermazione pubblica.
Materiali poveri e sensibili — feltro, cotone grezzo, panno stropicciato, ecopelle — evocano l’attenzione di Binga per il riuso e anticipano questioni oggi centrali come sostenibilità e memoria del fare manuale.

Il lavoro artigianale diventa qui dichiarazione storica: recupero di pratiche tradizionalmente associate al femminile e a lungo escluse dal riconoscimento artistico.
Come sottolinea Interlenghi: “Binga ci ricorda che il corpo femminile non è oggetto di rappresentazione ma soggetto di linguaggio. È uno spazio di libertà”.
Il percorso espositivo — tra opere originali e citazioni come Mare (1974), Scrittura Arrampicata (1976), Diario romano e la serie Lacrime di Sirena — non accompagna la collezione: la attraversa.
Lo spazio diventa un ambiente di lettura fluida, dove l’abito può essere osservato come opera e l’opera percepita come presenza viva.
In questo incontro tra Maria Calderara e Tomaso Binga emerge una verità rara: la moda, quando rinuncia alla decorazione, può diventare pensiero critico incarnato. Scrivere, in fondo, significa sempre prendere posizione. E qui la scrittura, finalmente, si indossa.


