L’acqua del Duemila: Cosimo Veneziano e la memoria sommersa alla Dino Zoli

In un tempo in cui l’immagine del disastro è spesso ridotta a istantanea mediatica, Cosimo Veneziano costruisce una narrazione radicalmente diversa: lenta, stratificata, profondamente umana. La mostra L’Acqua del Duemila, a cura di Nadia Stefanel e Matteo Zauli, inaugura il 3 maggio 2025 alle ore 19.00 alla Fondazione Dino Zoli di Forlì e segna la terza e conclusiva tappa di un progetto iniziato nel 2022, in collaborazione con il Museo Carlo Zauli, dopo la devastante alluvione che nel maggio 2023 ha colpito la Romagna.

Veneziano affronta la relazione tra paesaggio, memoria e trauma attraverso due grandi installazioni realizzate appositamente per la Fondazione, intrecciando tecnica grafica, intervento pittorico e materiali locali, tra cui i tessuti prodotti da Dino Zoli Textile e le terre recuperate dall’alluvione stessa. L’artista non documenta, ma traduce la perdita: osserva l’acqua non come elemento astratto ma come vettore di frattura e di trasformazione, registrando ciò che è rimasto nei ricordi, più che nei luoghi.

Senza Titolo 2, la prima installazione, è composta da serigrafie e disegni su fotografie che raffigurano animali, frammenti di paesaggi travolti, vegetazione fluviale. Ma è il gesto pittorico che le attraversa, con terre raccolte a Faenza, a trasformarle in testimoni muti. Le pareti, le ombre, gli oggetti che non ci sono più, emergono come presenze assenti. La memoria non è rappresentata, è evocata, come scrive la curatrice Stefanel: “La traccia lasciata non è solo un segno fisico ma un ricordo che invita a riflettere sulla sottile ma vigorosa potenza della natura.” I disegni diventano narrazioni sospese tra materia e sparizione, tentativi visivi di fissare l’invisibile.

La seconda installazione, Non è cosa, presenta circa 300 disegni di oggetti perduti durante l’alluvione, raccolti da Veneziano attraverso incontri con la comunità. Questo archivio disordinato e affettivo non ha la pretesa di restituire l’intero, ma anzi ne celebra la frammentarietà. Ogni disegno è un corpo lieve che racconta un’assenza: stoviglie, fotografie, mobili, memorie. “L’installazione è un insieme di memorabilia perduti,” prosegue Stefanel, “quando la forza devastante della natura trasforma, in un istante, l’ordinario in straordinario.” I disegni, appesi fianco a fianco, non documentano il dolore, ma lo dispongono nello spazio, lo rendono materia visiva, collezione emotiva.

A completare l’esposizione, due opere realizzate in occasione dell’alluvione: Fragile Sublime, fotografia su tessuto di Silvia Camporesi, e We are not alone, opera di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, acquisita dalla Fondazione per sostenere la raccolta fondi a favore delle famiglie colpite. Entrambi i lavori si inseriscono come presenze solidali e critiche, in una narrazione collettiva che rifugge ogni estetizzazione della catastrofe.

La mostra include inoltre due opere provenienti dalle tappe precedenti del progetto: una scultura ispirata alla Fontana del Po in piazza CLN a Torino, e cinque vasi ceramici realizzati in collaborazione con la bottega Gino Geminiani e il tornitore Roberto Reali, in omaggio a Lucio Fontana. Anche qui, il paesaggio fluviale incontra l’arte della tradizione, in un dialogo continuo tra tempo geologico e gesto umano.

L’Acqua del Duemila è una mostra che non parla del passato, ma del presente che ancora si deposita. Cosimo Veneziano ci consegna un atlante emotivo della perdita, costruito non con le immagini dell’evento, ma con quelle della sua persistenza nella coscienza collettiva. In un’epoca che dimentica in fretta, questa mostra agisce come rituale laico della memoria. Qui l’arte si fa linguaggio lento, politica del ricordo, e l’acqua, finalmente, non solo travolge: traccia.

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