Il Bambin Gesù? non è più di moda. Oggi, l’oggetto d’adorazione non è altro che un… sasso. Un sasso? sì, un comune sasso, gigantesco, anzi, un gruppo di sassi, anzi: i “Sacri Sassi“, parodia dei celebri “sassi giganti” installati a Bologna, che nei giorni precedenti al Natale hanno acceso polemiche, ironie e reazioni di ogni tipo, trasformandosi in un caso mediatico prima ancora che artistico. Da qui, infatti, prende infatti le mosse il nuovo progetto natalizio di Felipe Cardeña, che per le feste del Natale 2025 torna a intervenire sull’iconografia sacra occidentale sostituendo, ancora una volta, il centro simbolico della scena. Là dove per secoli è stato collocato il Bambino Gesù, compaiono ora due grandi masse di pietra, opache e sproporzionate, davanti alle quali i Re Magi continuano a inginocchiarsi, a offrire doni, a compiere un gesto di venerazione che sembra non avere più bisogno di un contenuto riconoscibile. Il riferimento ai “sassi di Bologna” non è illustrativo né polemico in senso stretto. Cardeña non racconta l’installazione né le sue critiche, ma ne intercetta il meccanismo profondo: la capacità di un oggetto informe, fuori scala e privo di narrazione di occupare lo spazio pubblico e simbolico, costringendo una comunità intera a prendere posizione. Anche il rifiuto, anche lo scherno, anche l’indignazione diventano forme di attenzione.
Non è la prima volta che l’artista lavora a partire da questo corto circuito tra cronaca e immaginario sacro. Nel 2020, nel pieno di un Natale sospeso e straniante, Cardeña presentava L’Adorazione del Monolite, una serie di interventi su dieci grandi capolavori della pittura sacra occidentale. Anche allora il punto di partenza era un fatto reale: la comparsa improvvisa di un misterioso monolite metallico nel deserto americano, diventato in poche settimane un feticcio globale grazie alla sua viralità mediatica. Ma, anche in quel caso, il progetto nasceva dalle opere. Giotto, Botticelli, Bramantino, Dürer non erano citati come omaggi colti, ma assunti come strutture iconografiche solide, capaci di reggere uno slittamento radicale. Inserito al centro delle scene sacre, al posto del Bambino Gesù, il monolite non diventava un nuovo oggetto di culto, ma una superficie specchiante, fredda e indifferente, che rimandava ai santi e ai Re Magi soltanto la propria immagine. La venerazione si trasformava così in un gesto autoreferenziale, espressione di una egolatria contemporanea in cui il sacro non veniva negato, ma riassorbito nell’io che guarda.
Cinque anni dopo, Adorazione dei Sacri Sassi compie uno scarto ulteriore. Il monolite scompare. Non c’è più alcuna superficie che rifletta, alcuna promessa di restituzione simbolica. Al suo posto restano delle pietre: masse opache, arcaiche, prive di funzione e di racconto. Dopo aver attraversato ogni possibile idolo contemporaneo, l’oggetto della venerazione sembra tornare a uno stadio primordiale, quasi pre-iconico. La serie si articola in cinque opere, ciascuna costruita a partire da una diversa Adorazione dei Magi della storia dell’arte: Giotto, Dürer, Bramantino, Cesare da Sesto, Joos van Cleve. Le composizioni restano immediatamente riconoscibili, ma il loro centro simbolico è svuotato. I gesti sopravvivono, il rito continua, mentre l’oggetto della fede si riduce a una presenza muta che non spiega e non consola.

Se nel 2020 il monolite rimandava in modo diretto e quasi brutale l’immagine dell’io contemporaneo, trasformando la venerazione in un gesto specchiante e autoreferenziale, i sassi del 2025 non rimandano più nulla, non riflettono, non rispondono. Restano lì come masse opache e indifferenti, davanti alle quali il gesto rituale sopravvive svuotato del suo contenuto originario, non più sostenuto da una fede ma da una persistenza quasi automatica, una presenza che non chiede adesione né rifiuto e che semplicemente resta, nel punto esatto in cui prima si cercava un significato.


