Nel cinquantenario della morte di Šostakovič il Teatro alla Scala inaugura la Stagione con il suo capolavoro ‘Una lady Macbeth del distretto di Mcensk’, tratto dal racconto di Nikolaj Leskov, in cui una giovane sposa con la complicità dell’amante uccide il marito e il tirannico suocero, ma viene scoperta e finisce per suicidarsi in Siberia, tradita da tutti.
L’evento musicale e mondano più atteso di dicembre, la Prima della Scala, si veste quest’anno di particolari sfumature politiche alla luce delle annose polemiche sulla Russia, la sua arte e i suoi artisti. La scelta dell’opera di inaugurazione è infatti caduta su “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dmitrij Šostakovič, probabilmente l’artista russo più censurato del Novecento. La sua opera debuttò nel 1934 a Leningrado, intenzionalmente come primo capitolo di una tetralogia operistica dedicata a figure femminili.

Nonostante il successo iniziale, però, nel 1936 Stalin assistette a una rappresentazione a Mosca e ne uscì profondamente irritato. Pochi giorni dopo, sul Pravda l’opera fu accusata di essere “troppo violenta, troppo sensuale, troppo vera”, venne bollata come esempio di arte degenerata e Šostakovič fu costretto al silenzio. La Lady Macbeth sparì dai cartelloni fino agli anni Sessanta, quando il compositore ne fece uscire una versione edulcorata che invano il sovrintendente Ghiringhelli tentò di accaparrarsi per la Prima della Scala del 1963 (l’opera, comunque, fu rappresentata a Milano nel 1964).
Dal punto di vista musicale, “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” è sicuramente una delle opere più innovative del Novecento. Strutturata in quattro atti collegati da intermezzi sinfonici, la partitura adotta uno stile narrativo continuo, come i romanzi dell’epoca, e un taglio quasi cinematografico. Šostakovič coniuga un linguaggio verista, con la musica popolare e la satira, servendosi di passaggi repentini da momenti di delicato lirismo a esplosioni sonore di grande violenza. Non ci sono arie come nell’opera italiana dell’Ottocento, ma brani in declamato, a tratti cantabile. Ne risulta un’opera imprevedibile, che colpisce lo spettatore per la schiettezza e la brutalità tanto della vicenda quanto della musica.

Il regista Vasily Barkhatov, al suo debutto a Milano, decide di traslare la storia di Katerina Izmailova, che uccide suocero e marito per amore e desiderio del servo Sergej, dalle campagne russe del primo Ottocento a un grande ristorante della capitale negli anni Cinquanta del Novecento. La vicenda è presentata come un flashback durante la redazione del rapporto di polizia.
L’impianto scenico di Zinovy Margolin è pesante, corposo e strutturato su due livelli e una grossa pedana girevole, con dettagli e aggiunte proiettate sullo sfondo, l’unica nota ridondante di un impianto altrimenti in tono con l’opera rappresentata. Le scene di violenza – sia sulla pagina web del Teatro alla Scala che prima della rappresentazione compare un avviso di “contenuti forti” -, dall’avvelenamento del suocero di Katerina, allo strangolamento del marito, fino a due stupri di gruppo e al suicidio-omicidio finale, sono rappresentati come un caso di cronaca nera e scorrono sul pubblico, fin troppo abituato alla violenza raccontata dai telegiornali e dai quotidiani per rimanerne impressionato, come un podcast di true crime.
Magistrale la direzione del Maestro Riccardo Chailly, alla sua ultima serata inaugurale del teatro scaligero, che scatena la potenza della superba orchestra del Teatro Alla Scala inondando gli spettatori di tutta l’intensità delle note di Šostakovič. Accorati gli interpreti, a cominciare da Sara Jakubiak, che riveste il ruolo della protagonista e che accompagna lo spettatore lungo tutte le fasi dell’evoluzione e della sofferenza del suo personaggio, oppressa prima da un matrimonio infelice, poi schiava della lussuria e infine, tradita, suicida e omicida della nuova amante di Sergej (Najmiddin Mavlyanov).
La serata si chiude, come per la “primina” di 4 dicembre scorso, con un lungo applauso, che rincuora il sovrintendente Ortombina, che dichiara “Stasera si sono aperte le porte a un nuovo stile drammaturgico. (…) I tempi sono maturi per la commissione di un’opera nuova per un prossimo Sant’Ambrogio”.
Una promessa difficile da mantenere e alquanto rischiosa, considerando il gusto e il senso critico decisamente acuto di loggionisti e abbonati del Piermarini.



Che dire un testo meraviglioso 👏👏👏👏👏
Testo scorrevole e di così facile comprensione da lasciare il lettore con la sensazione di aver partecipato quasi di presenza all’esecuzione dell’opera. Molto brava!