L’amore come atto politico: al PAC la memoria viscerale di Lowett/Codagnone

L’ultima mostra inaugurata al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea curata da Diego Sileo è dedicata a Lowett/Codagnone, all’anagrafe John Lowett (Allentown, Pennsylvania 1962) e Alessandro Codagnone (Milano 1967-New York 2019), in linea con il programma del museo che esplora i linguaggi dell’arte contemporanea degli anni 60-70.

I ONLY WANT YOU TO LOVE ME è un omaggio alla memoria dell’artista Alessandro Codagnone, scomparso qualche anno fa, che si trasforma in un racconto appassionato e poetico della loro vita professionale e privata, che inizia con l’incontro a Milano nel 1995. Il titolo riprende l’omonimo film del regista Rainer Werner Fassbinder (1945-1982) prodotto per la televisione tedesca nel 1976, che racconta la storia tragica di un uomo, un operaio edile alla ricerca di amore, che non arriverà né da parte della moglie, né dalla famiglia d’origine che lo ha amato solo per due settimane, come racconta alla sua psicologica del carcere, il tempo di costruire una casa per loro. La frase campeggia al neon in un’opera appesa alla parete del PAC, riproducendo la tipografia del poster dell’epoca. 

Lovett Codagnone, I ONLY WANT YOU TO LOVE ME. PAC Milano_foto Nico Covre

Il loro sguardo e le scelte narrative hanno rappresentato un gesto rivoluzionario anticipando un immaginario attualissimo, usando linguaggi diversi, dalla fotografia e dal video, alla performance e alle installazioni in cui è spesso presente una componente musicale, sulla scia del progetto Candidate realizzato in collaborazione con Michele Pauli membro dei Casinò Royale.

Il lavoro si snoda intorno alla volontà di rimettere in discussione le strutture sociali consolidate con le sue dinamiche, i suoi ruoli e le sue relazioni. L’approccio è sempre diretto, immediato, volutamente provocatorio. Tuttavia, dietro una certa disinvoltura dell’esposizione e della rappresentazione, si celano questioni che sono intimamente legate all’esercizio del potere. Quello dei corpi nell’affermazione di una condizione svincolata da ragioni biologiche, e in un ribaltamento di ruoli.

Una condizione perfettamente esemplificata in Perfect Day (1998) in cui gli artisti scoprono durante le riprese del video del serpente che divora un ratto che la situazione potrebbe cambiare e invertirsi nel caso di una femmina di ratto gravida. Anche nelle ombre prodotte durante la performance restituita nel video For You (2003) vi è un continuo scambio di ruoli. Gli artisti interpretano una posa del tango mentre stringono un coltello in bocca, tra le parole di un testo di Jorge Luis Borges, che indaga proprio l’ambiguità del tango tra desiderio, passione e inquietudine. 

Lovett Codagnone, I ONLY WANT YOU TO LOVE ME. PAC Milano_foto Nico Covre

Il potere è anche quello politico, economico e sociale con tutte le sue manifestazioni e rituali, che si afferma e si concretizza con il controllo delle masse, attraverso processi di inclusione e esclusione. Adottando strategie e meccanismi di persuasione, repressione e censura, privandole di un senso critico, e orientandole entro confini sempre più stretti e omologati. La mostra allestita in ordine non cronologico apre il percorso con quattro lavori esposti nel 2008 al MoMA PS1 di New York curata da Lia Gangitano che interpretano l’attuale contemporaneità e i simboli del potere (americano).

Bandiere annerite di pelle o di tessuto cancellano e annullano quei valori liberali, rimarcando la violenza del potere con l’uso di borchie di metallo. Un’altra appesa al muro accanto alla scala, indica la A di anarchia, ricordando le controverse teorie delle TAZ – Zone Temporaneamente Autonome di Peter Lamborn Wilson, noto come Hakim Bey (1945-2022), così come le citazioni nell’opera specchiante Love Vigilantes (2007). 

Lovett Codagnone, I ONLY WANT YOU TO LOVE ME. PAC Milano_foto Nico Covre

Lowett/Codagnone usano gli elementi visivi ripresi dalla subcultura, dagli ambienti underground e dalla disco dance, come nella ricostruzione del progetto originale di Death Disko: Las Dance 2015, un ambiente disco con il pavimento rotto, allestito con autoscatti in bianco e nero alle pareti (After Roxy), accompagnati da una musica in loop, che celebra la fine di un’epoca e di un luogo in cui quel concetto di libertà e liberazione dalle maschere sociali era possibile. 

Producono un immaginario dissacrante non privo di una certa ironia, come nelle serie fotografiche di Greetings o di I Didn’t Do It, in bianco e nero in cui includono nella sfera privata intima e sessuale anche amici e familiari, e un pubblico estemporaneo tra le strade di una Milano piovosa. Dietro una spettacolarizzazione del dato sessuale, erotico e intimo il loro lavoro disvela il desiderio di un amore rivendicato attraverso un linguaggio volutamente esplicito. Una scelta per affermare la ricerca di un’identità non più costretta in luoghi chiusi e marginalizzati.

Una condizione quella del margine e del limite evocata da diverse opere che in alcune occasioni si materializzano in barriere reali. Come nell’installazione in cui una rete metallica  anticipa l’accesso tra cilindri di fili spinato, in cui riecheggia una musica elettronica e un testo di Bertolt Brecht sulla libertà del pensiero critico. Piuttosto che le transenne sopra un pavimento di asfalto (vero) nello  spazio del Parterre del PAC, in cui come cita il booklet della mostra evoca “un momento successivo alla rivolta”.

Molti i video in mostra, così come l’uso del neon e della luce, e di un dispositivo di comunicazione diretto come il manifesto nell’opera Walk in Silence (una serie di poster che ricoprivano la vetrina della galleria SEPTEMBER a Berlino nel 2007) , o utilizzato come spazio critico nelle immagini stranianti con citazioni di brani musicali in Drift (2012). 

Fu la galleria Emi Fontana attiva dal 1992 al 2009 a Milano, uno dei primi luoghi ad accogliere i loro progetti in quella che era stata una caserma del ‘700, in via Bligny 42. Uno spazio che diventa subito aperto alla ricerca più installativa, a tematiche ecologiche, sociali o femministe. Fontana sceglie di realizzare per tutta la programmazione del primo anno di apertura mostre di sole donne (Nancy Dwyer, Laura Ruggeri, Liliana Moro, Cosima von Bonin), in un’epoca dominata dalla presenza maschile.

Una visione orientata all’arte femminile che prosegue anche dopo il suo trasferimento a Los Angeles dove attiva una serie di progetti pubblici come West of Rome” . Tuttavia, nonostante la diffidenza riesce a costruirsi una rete di relazioni internazionali. Al lavoro della gallerista, fine sostenitrice dei linguaggi più sperimentali, è dedicata la mostra Matrimoni imperfetti nella project room curata da Giulia Zompa. Il titolo riprende quello utilizzato per festeggiare il decimo anno di attività della galleria, presentando una mostra allestita in maniera non cronologica, che si propone di mappare l’identità e il lavoro della stessa.

Materiale d’archivio Galleria Emi Fontana. Courtesy Archivio Emi Fontana

Un’appassionata e rigorosa selezione di materiali d’archivio, che la curatrice sceglie lasciando che siano gli stessi a raccontarne il percorso attraverso lo sguardo dell’epoca. Inviti, comunicati stampa, recensioni delle mostre scritte da Luca Cerizza, Milovan Faronato o Barbara Casavecchia, insieme a documenti che testimoniano il rapporto stretto tra la gallerista e gli artisti. 

La mostra al PAC permette di entrare nel cuore della ricerca di Lowett/Codagnone. Che si tratti di ambienti claustrofobici come stanze buie o con luci rosse, discoteche in decadenza, musiche assordanti piuttosto che immagini nascoste nel magazzino o esposte in maniera esplicita sulle pareti, la sensazione è quella di trovarsi in un limen tra attraversamenti possibili, nuove formazioni e nuove consapevolezze. 

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