Lanciare uova contro il patriarcato? Sarah Lucas può fare di meglio

Sarah colpisce ancora. Questa volta con le uova. Il suo contributo femminista all’ultima Frieze London, da poco conclusa, è stato un corale lancio di uova in una delle sale della galleria TJ Boulting. L’invito a sfogarsi era esteso a tutti i visitatori che si identificassero come donne e il risultato, ora, è forse il pezzo più iconico della mostra Un oeuf is un oeuf, in cartellone fino al 16 novembre: una sorta di delirio espressionista avicolo il cui colore ricorda le pareti del padiglione Gran Bretagna alla Biennale di Venezia del 2015, quello che Lucas aveva invaso delle sue mutile signore di gesso, con le sigarette che occhieggiavano dalle natiche, dal sesso o dall’ombelico.

Sì, certo, possiamo azzardare qualche interpretazione critichese, cosa dite? Possiamo vedere nell’uovo il simbolo del patriarcato che schiaccia la donna nel suo ruolo riproduttivo? E così il lancio diventa un gesto simbolico contro gli stereotipi…?

Sinceramente preferivo quando Lucas le uova le usava fritte, appoggiate alla maglietta sopra i seni, e si faceva fotografare con quell’espressione “e tu che vuoi?”, seduta a gambe aperte come le sue Bunnies. Lei, Lucas, è stata la regina dello sberleffo allo sguardo predatorio maschile. Le sue conigliette – tanto diverse da quelle dell’harem di Hugh Hefner – in quel senso erano un capolavoro: collant imbottiti trasformati in gambe fasciate dentro autoreggenti nere che si spalancavano ammiccanti, rivelando cuciture in punti strategici, e che magari poi (sorpresa!) lasciavano sgusciare un terzo tentacolo fallico a contraddire tacchi e lingerie. E poi i grappoli di seni, i grovigli di materia nei quali il corpo, oggettivato fino all’inverosimile, diventava simulacro e negazione di quella stessa oggettivizzazione.

Sarah Lucas, Two fried eggs and a kebab.

A Lucas le uova devono proprio piacere, visto che erano protagoniste anche nel 1992 di una delle sue installazioni minimali, di sapore dada, che dicevano tutto assemblando oggetti che lì per lì apparivano presi a caso e poi, a un secondo sguardo, rivelavano il cortocircuito. Two fried eggs and a kebab era un ritratto femminile così composto: su un tavolo due uova fritte buttate direttamente sul legno e, più in basso, un involto di pane pita ripieno di carne a mimare un sesso femminile. Due anni dopo, nel 1994, su quello stile avrebbe realizzato uno dei suoi pezzi storici, Au naturel: un materasso mezzo piegato contro il muro sopra il quale una coppia è rappresentata da un bel cetriolo svettante con due arance alla base, da un lato, e dall’altro con da paio di meloni e, più giù, un secchio. E la sostituzione dell’involto di kebab, così ammiccante nelle sue pieghe, con la tragica arresa passività del secchio – coricato per giunta – vale più di mille parole. E’ con quest’opera che Charles Saatchi la portò nel 1997 alla Royal Academy di Londra per la rivoluzionaria mostra Sensation, quella che consacrò i Young British Artists.

Ed è quella Lucas lì che voglio. La ragazzaccia spudorata consacrata alla Tate Modern qualche mese fa dalla personale-monumento Happy Gas.

Si avvicina il 25 novembre – “giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”: una definizione che già di per sé, con quella sua disarmata inutilità, farebbe quasi sorridere – con tutta l’ondata di buonismo melenso che ne conseguirà fatta di scarpe rosse e proclami inutili. Cara Sarah, lanciare uova è liberatorio, possiamo anche bruciare qualche reggiseno, se vuoi, ma mi sa che queste manifestazioni da “le streghe son tornate” hanno stancato pure noi. Me li vedo i maschietti che osservano il lancio, sorridono e pensano: “che tenerezza, lasciamo che si divertano…”. Un po’ come quando il bambino si rotola nel prato e tu sai che tanto poi, dopo una doccia e una lavatrice, sarà tutto come prima. Torniamo al corpo, piuttosto. Quel corpo che ci identifica e che le donne artiste sanno raccontare, trasformare e rivelare come nessun altro. Quello che ci dà “la competenza dell’esserci”, come scrive Ina Praetorius: l’abilità di stare dentro le cose, di attraversarle comprendendole. Il corpo che ha determinato la sottomissione femminile, perché troppo prezioso nella sua capacità riproduttiva per restare in nostro dominio, e allora meglio domare la “primordiale forza matriarcale, vasta, oscura e antica come l’oceano”, di cui scrive Jude Ellison Sady Doyle.

Un secchio buttato su un materasso, un paio di collant trasformato in una creatura temibile e tentacolare. Basta poco. Come sai fare tu.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Joseph Kosuth e i 28 metri di neon al Museo del Novecento

La nuova installazione permanente realizzata dall'artista americano per il Museo del Novecento - una scritta al neon di ventotto metri intitolata Vedere le cose - non si limita ad aggiungere un'opera alla collezione del museo, ma modifica piuttosto il modo in cui ci rapportiamo allo spazio che la ospita e, soprattutto, alla città che la circonda

Infinito Cabinet: miti, oggetti e narrazioni nella Wunderkammer di Maria Cristina Crespo

Tra gli eventi collaterali di una Biennale Arte che sussurra e riverbera l'intima bellezza delle espressioni corali, Infinito Cabinet di Maria Cristina Crespo, organizzato da Eclettica Cultura dell'Arte e a cura di Giusy Caroppo, racconta le infinite storie dell'essere umano. Miti, leggende e narrazioni si intrecciano, tra realtà e finzione, tra passato e presente, tra opera e oggetto, all'interno di uno spazio raccolto, saturo ed eterogeneo, creando una Wunderkammer di storie e simboli.

A Civitanova Marche la grafica di Fares Cachoux attraversa guerre, identità e contraddizioni del presente

La grafica, quando rinuncia alla decorazione e sceglie la precisione, può diventare uno degli strumenti più incisivi per leggere il presente. È su questa capacità di condensare tensioni politiche, ferite collettive e questioni sociali in immagini immediate che si fonda la ricerca di Fares Cachoux, artista franco-siriano protagonista della sua prima mostra personale in Italia. Dal 13 agosto al 3 novembre, lo Spazio Multimediale San Francesco di Civitanova Marche ospita …Oltre, progetto curato da Cristina Falco ed Enrico Lattanzi e organizzato dal Museo MAGMA insieme a Cartacanta APS.
Alessandra Redaelli
Alessandra Redaelli
Nata a Milano, è giornalista, critico d’arte, curatore di eventi di arte contemporanea e docente di Scrittura Creativa. Collabora, tra gli altri, con i mensili Arte e Antiquariato. Cura mostre in gallerie private e in spazi pubblici. Si è occupata di manifestazioni fieristiche dedicate all’arte ed è stata membro della giuria in diversi contest di arte contemporanea. Con Newton Compton ha pubblicato i saggi Keep calm e impara a capire l’arte, 2015, I segreti dell’arte moderna e contemporanea, 2016, 10 cose da sapere sull'arte contemporanea, 2018, Forse non tutti sanno che l’arte, 2022, e nel 2017 il romanzo Arte, amore e altri guai.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui