Il legno, nelle mani di Herbert Golser, non resta mai fermo. Si torce, respira, si apre come un organismo vivo. A Montebello di Orciano, nelle Marche, nelle stanze silenziose di Palazzo Roveresco, le sue sculture trovano un nuovo spazio di confronto e ascolto: L’anima del legno è il titolo della personale, curata da Riccardo Freddo e Luca Baroni, visitabile fino al 6 settembre.
Non è la prima volta che Golser, austriaco di nascita e formazione, sceglie l’Italia come sfondo ideale ad esaltare le proprie opere; ha già esposto nella Sala Cannoniera della Rocca Paolina di Perugia, riscuotendo ampio consenso di pubblico e critica. Esattamente come nel caso della città umbra, nel meraviglioso sito di esposizione marchigiano, le opere lignee dell’artista dialogano con la suggestiva atmosfera di Palazzo Roveresco, antica dimora, risalente al 1376, di Lavinia Feltria della Rovere, principessa di Urbino e illuminata mecenate del XVI secolo.

Le due realtà si nutrono a vicenda, in un confronto diretto e concreto. Un materiale mutevole e resistente come il legno – spesso di scarto – diventa una metafora efficace della nostra natura e del mondo che abitiamo, troppo spesso sfruttato con leggerezza. Non è un caso che, nel titolo, compaia la parola anima. La nostra anima è qualcosa di impalpabile, che attraversa il tempo e i luoghi lasciando tracce in chi la incontra. Così il legno, nelle mani di Golser, suscita impressioni diverse, personali. Alla base di ogni reazione c’è un dato evidente: il cambiamento può sorprenderci, destabilizzarci, metterci di fronte allo scorrere del tempo e alle svolte improvvise della vita. Ma non deve spaventarci: cambiare non significa finire, e ogni fine porta con sé una trasformazione. Morte e vita, passato e presente: un equilibrio sottile tra opposti, che chi osserva percepisce con lucidità e partecipazione.
Specializzato nella scultura su legno e marmo, l’artista plasma la materia con finezza e rigore, con lentezza e profondità da cui scaturiscono e si impongono elegantemente leggerezza e trasparenza. Diplomato con lode all’Università di Arti Applicate di Vienna, dove si è formato sotto la guida di Bruno Gironcoli, ha esposto le sue opere in numerosi contesti internazionali, tra Austria, Italia, Svizzera e Ungheria. Le sue creazioni non essendo ascrivibili in un tempo e in uno spazio precisi, si soffermano su un dialogo intimo e viscerale con la materia stessa e con le sue innumerevoli capacità.
Abbiamo incontrato uno dei due curatori, Riccardo Freddo; specialista in arte contemporanea vanta una solida formazione internazionale: laureato alla LUISS, ha studiato a Stanford e approfondito l’art investing con una tesi supervisionata dalla Columbia University. Ha lavorato per Paddle8, Christie’s e Sotheby’s tra New York, Londra e Los Angeles, e diretto una collezione privata a Parigi. Dopo un master in Marché de l’Art alla Sorbona, ha fondato nel 2023 The Place of Silence, residenza d’artista in Umbria. Attualmente è Institutional and Museum Liaison della Galleria Rosenfeld di Londra.

Non è la prima volta che si occupa della rinascita e dello studio di borghi italiani che rischiano di finire nell’oblio. Quale crede che sia la strategia migliore per far rinascere l’amore per questi luoghi?
Credo che la strategia migliore sia quella che unisce radicamento e visione. Non basta restaurare o riqualificare: bisogna riattivare. I borghi italiani hanno un potenziale immenso, ma per farli rinascere serve restituire loro un ruolo nel presente, non solo nella memoria. L’arte contemporanea può essere lo strumento per riscrivere il senso di questi luoghi, portando nuova vita senza snaturare l’anima originaria. È un lavoro delicato, che richiede tempo, ascolto e cura. Serve coinvolgere le comunità locali, creare esperienze significative, e far sì che chi visita un borgo non lo faccia per nostalgia, ma per incontrare qualcosa di nuovo, di vivo, di generativo.
Crede che un posto lontano dalla continua alienazione a cui siamo sottoposti soprattutto nelle grandi città, obbligandoci a stare soli con noi stessi e con la nostra interiorità possa farci ritrovare una dimensione più umana e vera dell’esistenza e ci rimetta nelle condizioni di ascoltare il prossimo?
Assolutamente sì. Io credo profondamente nel potere del silenzio e dell’isolamento fertile. Viviamo in una società in cui siamo costantemente iperstimolati, eppure raramente ci ascoltiamo davvero. Un luogo remoto, immerso nella natura e nel tempo lento, ci mette inevitabilmente a confronto con noi stessi. E da lì, può nascere una nuova socialità. L’obbiettivo di The Place of Silence, la residenza d’artista che ho fondato in Umbria, è proprio questo: facilitare gli artisti ad una discesa interiore che non sia fuga dal mondo, ma ritorno a una relazione più profonda con la realtà antropica e naturalistica.
L’arte contemporanea si pone ancora una volta come ponte tra l’antico e il moderno, facendoci capire quante similitudini si possano ravvisare in ogni epoca e quanto facile sarebbe comunicare usando un linguaggio comprensibile in ogni parte del globo, ovvero quello artistico. Che considerazioni fa a riguardo?
L’arte è il linguaggio più universale che possediamo. È capace di parlare all’inconscio collettivo, oltre le lingue, le nazioni, le epoche. In questo senso, l’arte contemporanea non è mai in contrapposizione con l’antico: è parte della stessa linea continua, dello stesso bisogno umano di raccontarsi, di comprendere, di lasciare tracce. Quando accompagno gli artisti contemporanei a esporre in contesti molto connotati storicamente — come nel caso del Palazzo Roveresco — mi interessa proprio attivare un cortocircuito fertile tra epoche diverse. Scoprire che un gesto del XXI secolo può risuonare tra le pietre di un borgo rinascimentale è la conferma che il linguaggio dell’arte è, e resta, profondamente umano.

La mostra si intitola “L’anima del legno”: possiamo dire che il legno, esattamente come l’anima secondo certe filosofie orientali e non, andando necessariamente incontro a continue mutazioni, possa creare relazioni diverse anche a seconda del soggetto spettatore e del luogo in cui si trova?
Il rapporto tra legno e anima è una delle intuizioni più potenti di questo progetto. Il legno è materia viva, mutevole, assorbente. Porta con sé una memoria organica del tempo, delle stagioni, del clima, degli strumenti che lo hanno toccato. Herbert Golser lavora il legno con una sensibilità quasi meditativa: ogni scultura è una sorta di organismo che respira con il luogo in cui si trova, e dialoga in modo unico con chi la osserva. È un materiale che — proprio come l’anima — si adatta, si trasforma, e nel farlo rivela verità diverse a ogni incontro. In mostra, il legno diventa una soglia: tra materia e spirito, tra individuo e contesto, tra passato e presente.
Lavinia Feltria della Rovere riuscì ad emanciparsi dagli uomini anche nel lontano periodo rinascimentale, questa sua conquista può e deve essere un segno di speranza per la donna odierna?
Lavinia Feltria è una figura affascinante perché rappresenta un’eccezione che oggi può diventare regola. In un’epoca di profondi squilibri, riuscì a imporsi con intelligenza, autorità e sensibilità politica come una delle poche donne mecenati. La sua storia ci ricorda che l’emancipazione non è un fenomeno recente, ma un percorso culturale lungo, fatto anche di tanti esempi di eroine dimenticate. Credo che figure come la sua possano restituire complessità e profondità al discorso sul ruolo della donna nella storia. Non basta celebrare: bisogna anche riscrivere le narrazioni dominanti, far emergere ciò che è stato occultato. In questo senso, l’arte e la storia lavorano insieme: per dare voce a chi l’ha avuta troppo poco.

L’anima del legno è solo il primo tassello di un percorso di collaborazione con Luca Baroni ben più vasto di una singola esposizione, cosa può dirci a riguardo di lavori futuri?
Con Luca Baroni, direttore museale Marche Nord, abbiamo avviato un dialogo che va ben oltre la singola mostra. Il nostro progetto principale è quello di costruire un programma a lungo termine che porti artisti internazionali in Italia, invitandoli a realizzare opere site-specific pensate per luoghi carichi di storia, ma anche a confrontarsi attivamente con i grandi maestri dell’arte italiana. L’idea è generare un doppio movimento: da un lato l’arte contemporanea entra in contatto profondo con il patrimonio culturale italiano, dall’altro i contesti storici si riattivano attraverso sguardi nuovi e internazionali. Non si tratta solo di esposizioni, ma di esperienze culturali complesse, capaci di creare connessioni tra epoche, linguaggi e sensibilità diverse. Siamo convinti che sia proprio questo tipo di progettualità, che dialoga tra passato e presente, tra locale e globale, a poter ridefinire il ruolo dei musei e dei territori italiani oggi.



