Non c’è nulla di più contemporaneo che immaginare il futuro come se fosse già passato. Daniel Arsham lo fa da anni: cellulari corrosi, auto d’epoca calcificate, loghi trasformati in reperti fossili. La sua estetica ucronica, sospesa tra nostalgia e fantascienza, ha reso il suo nome uno dei più riconoscibili del panorama artistico globale. Ora questa visione approda a ComplexCon, festival icona della cultura urbana internazionale, che nel 2025 lo ha nominato direttore artistico globale per le edizioni di Hong Kong e Las Vegas. È una scelta che segna un cambio di passo, non solo per l’evento, ma per il modo stesso in cui l’arte dialoga con l’immaginario pop.
ComplexCon, nato a Long Beach nel 2016, è più di un appuntamento fieristico: è un laboratorio di convergenza in cui moda, musica, streetwear, arte e tecnologia si contaminano senza gerarchie. In pochi anni si è trasformato da vetrina per sneakerheads a fenomeno estetico e sociale di portata planetaria, attirando marchi globali e star della musica, da Pharrell Williams a Travis Scott. È il luogo dove le edizioni limitate diventano mitologia urbana, dove i talk con i creativi si affiancano a concerti e installazioni immersive. E, non a caso, negli anni ha affidato la sua direzione artistica a figure capaci di incarnare lo spirito del tempo come Takashi Murakami.
Il logo “3025” presentato da Arsham come primo gesto curatoriale riassume perfettamente la sua poetica. Il futuro diventa presente, ma già come rovina: il 2025 proiettato mille anni avanti, graffiato, consumato, ricontestualizzato. È il segno che il festival non sarà solo un palcoscenico per release e performance, ma un ambiente in cui il tempo si piega e la cultura pop diventa oggetto di riflessione estetica. Arsham porterà a ComplexCon il suo linguaggio fatto di sculture erose, installazioni immersive, scenografie monumentali. Gli ingressi diventeranno facciate corrose come resti archeologici, i padiglioni si trasformeranno in gabinetti delle curiosità futuribili, i neon urbani verranno reinterpretati come totem di un mondo post-umano.
La sua responsabilità, dichiarata nel comunicato ufficiale, sarà quella di ridisegnare l’identità visiva del festival in tutte le sue declinazioni: architettura degli spazi, esperienza del pubblico, merchandise esclusivo concepito come estensione artistica. Un compito che sembra cucito su misura per un artista che ha sempre oscillato tra musei e collaborazioni con brand di massa, capace di trasformare una sneaker Adidas in reliquia e una Porsche in scultura fossile. Arsham ha dichiarato di voler creare “un’esperienza culturale unica” che riunisca talenti e appassionati da tutto il mondo. Hong Kong e Las Vegas saranno i primi terreni di sperimentazione di questa nuova fase.
Per l’edizione asiatica, l’artista ha già anticipato un ingresso monumentale che mescola i neon della città con le suggestioni di Las Vegas, ripensando le insegne urbane come frammenti di un immaginario condiviso. In parallelo, porterà nuove installazioni immersive che proietteranno i visitatori in un paesaggio a metà tra scavo archeologico e set cinematografico. A Las Vegas, dove la spettacolarità è parte del DNA, è lecito aspettarsi un ulteriore salto di scala: scenografie teatrali, reinterpretazioni monumentali di simboli iconici, forse persino la trasfigurazione del celebre “Welcome Sign” in chiave fossile.
Ciò che rende interessante questo incontro è l’equilibrio che si instaura tra branding e poetica. ComplexCon vive di sponsor, collaborazioni e vendite, ma attraverso la lente di Arsham ogni prodotto diventa reperto, ogni logo un segno da scolpire, ogni installazione un monumento effimero. L’arte non addolcisce il lato commerciale: lo trasfigura, lo problematizza, gli dà spessore. L’artista, a sua volta, trova nel festival il contesto perfetto per ampliare la sua ricerca, mettendosi a confronto con un pubblico che non arriva per visitare una mostra ma per vivere un’esperienza collettiva.
La nomina di Daniel Arsham a direttore artistico di ComplexCon 2025 non è dunque solo una notizia di costume. È un segnale preciso di come i confini tra arte, moda e cultura pop si stiano ridefinendo.





