L’esigenza di raccontare il presente attraverso la nostra storia è uno dei tratti più interessanti dell’arte contemporanea. Tra l’altro, la (re)interpretazione dell’antichità, e in particolare di reperti archeologici, tradizioni mitologiche e iconografia classica, si presenta spesso non solo come una mera analisi e proposizione di una chiave di lettura del passato, ma anche come punto di partenza del racconto di un ipotetico domani, la previsione di quale sarà la nostra immagine proiettata nel futuro. Un’urgenza, forse, dettata dalla necessità di capire cosa resterà, ovvero quali saranno i lasciti della nostra epoca e i solchi tracciati nel terreno della memoria.
Se noi siamo parte creativa di ciò che ci ha preceduto, qual è il monito che stiamo lanciando?Proviamo a indagare le possibili risposte con sette artisti la cui contemporanea archeologia creativa prova a riflettere sulle connessioni tra l’oggi e la nostra identità ancestrale.
Damien Hirst
Nel 2017 a Palazzo Grassi e Punta Dogana l’artista britannico presentava “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, un’esposizione di sculture apparentemente recuperate dal mare, dalla storia del ritrovamento di un relitto databile al I secolo d.C. Uno storytelling eccezionale, un’avventura coerente e credibile, al fine di presentare una collezione che trasuda salinità, coralli incastonati, usura del tempo tramutata in bellezza.
Fittizi substrati di accadimenti, epoche ignote che restituiscono volti pop: a cosa scegliamo di credere? Fino a che punto ci fideremo della narrazione che ci viene proposta nel mercato dell’arte? La mostra, curata dall’artista fin nel più piccolo dettaglio, trasudava veridicità, e al limite di quella che possiamo definire “presenza scenica”, impersonificava una collezione archeologica di tutto rispetto. Il dualismo verità/finzione tracciava un labile confine, valicato talmente tante volte da iniziare a dubitare del senso della realtà, fino a mettere in discussione la modalità stessa con cui guardiamo al passato.
Fabio Viale
Dei modelli dell’arte classica quale il Laocoonte, la Venus, o l’Ercole, Fabio Viale utilizza l’immediata riconoscibilità: tra la purezza delle forme sta quella gravosa eredità che l’artista torinese, maestro nella lavorazione del marmo, sfrutta a suo vantaggio, ovvero essere il fautore non tanto di quel dialogo con l’antico idealizzato, quanto dell’interpretazione contemporanea di ciò che definiamo eterno.
Se da un lato le sue sculture trovano “macchiata” la loro aura di perfezione con l’ambiguità di tatuaggi della mafia russa, carpe Koi della cultura giapponese e simboli religiosi, dall’altro la Nike di Samotracia assume l’aspetto di un’opera in polistirolo: una lavorazione che necessita di innumerevoli ore per essere completata, ma che al contempo dona un aspetto apparentemente cheap al più nobile dei materiali. Sovvenendo alle regole, Fabio Viale ci mostra la crudezza della contaminazione più improbabile: cos’è il vero valore al giorno d’oggi?
Coderch & Malavia
Sinuose e affascinanti Nereidi, quelle di Joan Coderch e Javier Malavia. Una serie di sculture in bronzo anticipate da “Clio’s dream”, nella raffigurazione della musa della storia e dell’epica in un momento di sonno creativo. E proprio come ispirati dagli dei, gli artisti ci presentano dapprima Galene, poi Kymo e Galatea. Fluttuanti creature mitologiche, figlie del Dio del Mare Nereo, abitanti delle profondità. Non solo coralli tra i capelli e postura sospesa: le opere sono modellate come se le Ninfe fossero sott’acqua. Il biofouling, presente in più parti delle sculture, è ancora più evocativo perché accompagnato da una patina dalle sfumature celesti. Tenui macchie biancastre sulla superficie della pelle, evocano la salinità di quel tratto distintivo. Come quel mar Mediterraneo che ci circonda ed è vita, dove nascono miti e leggende di popoli accomunati da un sostrato culturale che fa da fondo ad una fantasia collettiva da cui traiamo ispirazione. E che ricordando costantemente, potremo non perdere.

Mimmo Jodice
L’archeologia nelle opere di Mimmo Jodice si presenta come un fantasma. Non è unicamente la pluriaccennata attesa, non il momento di stasi né la sospensione del tempo: è una presenza viva, che può solitamente passare inosservata, ma si può sentire. È un’aura soffocata, un mistero irrisolto, un aneddoto mai conosciuto. In tal senso, Mimmo Jodice ha donato ai reperti della sua carriera artistica una sorta di dignità caratteriale, un’anima altrimenti non intuita: ha sconfitto le delimitazioni. Oltre lo studio, c’è l’empatia, anche quella impossibile. Come vedere l’invisibile. È questo che ci racconta Jodice tramite le sue fotografie: teste scultoree, danzatrici, atleti, amazzoni e figure dal mare. Protagonisti di un’epoca che fu, ma non per questo dimenticati nella loro complessità. Perché se vedere è più che guardare, spesso l’immortalità passa per la nostra testimonianza percettiva.
Filippo Tincolini
Una tradizione archeologica, nelle opere di Filippo Tincolini, la si riscontra nel marmo, nello stile della lavorazione, nella modalità con la quale l’artista restituisce allo sguardo soggetti pop-contemporanei attraverso l’immaginario collettivo di antiche divinità. E se la sua ultima mostra a Pietrasanta, “Human Connections”, racconta della contaminazione tra uomo e natura, in particolare la serie “Ancient Gods”, nasce per l’artista dal concetto di sedimentazione contemporanea, per cui ci abituiamo all’idea che ad affiorare da uno scavo possa non essere più un frammento del passato, quanto ciò che tracciamo in questa parte del nostro tempo. La percezione dei colori, delle forme, la riconoscibilità dei soggetti è ciò che rende vicine le sculture ad un target più ampio: un ponte tra generazioni, temi e linguaggio, che avvicina mito e contemporaneità attraverso la fruibilità dell’arte, e della sua realizzazione.

Luca Pignatelli
La stratificazione è per Luca Pignatelli uno dei concetti fondamentali della sua arte: su grandi tele da parete ritroviamo non solo rovine, ma anche e soprattutto teste di statue antiche, tra le più famose dei reperti archeologici conosciuti. Esse vivono, nelle opere dell’artista milanese, di una sovrapposizione di elementi: frammenti di legno, teli plastici in disuso, porzioni di arazzi colorati e altro materiale di risulta vengono riciclati e usati come base. Ed è tuttavia una successione cronologicamente errata, poiché in tal modo il più antico poggia sul più recente: il risultato è una un’osservazione privilegiata e quasi ossessiva dei volti del passato, con l’accesso ai più piccoli dettagli che, all’interno di una fitta trama, raccontano il susseguirsi degli eventi. Alla ricerca del bando della matassa, ricostruiamo la storia, che – ci insegna Pignatelli – non è fatta di attimi, ma di paziente sedimentazione.

Igor Mitoraj
Il rapporto di Mitoraj con l’archeologia è sempre stato soprattutto emotivo. Fatto di immedesimazione. Le sue sculture hanno preso in prestito ciò che la storia restituisce come usurato, scalfito, frantumato, scheggiato: in questi segni del tempo, l’artista polacco ha sempre visto la ricchezza della vita che passa. La bellezza che sta nelle imperfezioni, nei solchi lasciati dagli accadimenti.
La fragilità che si fa frammento, non rappresenta più una parte, ma diviene il tutto: l’unico punto da cui partire, il più importante lascito su cui costruire. Con questa chiave di lettura, etica e filosofica, Igor Mitoraj ha sempre mostrato un dualismo che va ad interagire con la nostra presenza sulla linea del tempo: la consapevolezza di un background storico da cui attingere. Che è sia un passato antico, culturale, comune ai popoli, ampio e stratificato; ma anche un passato presente, frutto del nostro stesso vissuto, che scalfisce il nostro volto giorno dopo giorno.
Intuizioni, osservazioni, esperienze. Ognuna con un linguaggio unico e intimo, eppur nate da bisogni comuni: non solo rispetto e consapevolezza di ciò che siamo, oltre ciò che ci è noto. Elogio di radici comuni, di collettività. E ancora critica: a cio che siamo e che saremo. Dubbi su quello che ci apprestiamo a lasciare, sulla coerenza delle nostre azioni. Ma anche e soprattutto sentimento: un ritorno al passato che ci protegge dalle paure del futuro, per cercare un libretto


