Oltre trecento fotografie selezionate da un archivio di 300.000 immagini raccontano quarant’anni di ricerca di Ila Bêka, artista e regista conosciuta in tutto il mondo per il lavoro realizzato insieme a Louise Lemoine. Al Magazzino delle Idee di Trieste, la curatrice Barbara Casavecchia accompagna il pubblico dentro un’esperienza che supera la fotografia per interrogare il nostro stesso modo di vedere.
Per molti il nome di Ila Bêka è legato al cinema documentario dedicato all’architettura. Insieme a Louise Lemoine ha rivoluzionato il racconto degli spazi costruiti, spostando l’attenzione dagli edifici alle persone che li abitano. I loro film – entrati nel 2016 nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York – hanno introdotto una prospettiva inedita, capace di leggere l’architettura come esperienza emotiva, sociale e politica, più che come semplice fatto estetico.
Ma molto prima del cinema esisteva la fotografia. Una pratica quotidiana, quasi compulsiva, iniziata durante l’adolescenza e proseguita per quarant’anni fino a costruire un archivio di circa 300.000 immagini, rimasto finora quasi completamente inedito.

La mostra Ila Beka FOTONI, ospitata al Magazzino delle Idee di Trieste fino all’11 ottobre 2026, prodotta e organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC e curata da Barbara Casavecchia, rappresenta la prima occasione per entrare in questo universo visivo. Non si tratta di una retrospettiva tradizionale né di una selezione cronologica. Le oltre trecento fotografie esposte si organizzano come un flusso di pensieri, associazioni e intuizioni, dove il corpo e la luce diventano i due poli di una ricerca che attraversa tutta la produzione dell’artista.
Il titolo richiama la fisica quantistica e quelle particelle di luce che rendono possibile la visione, ma suggerisce anche una riflessione più ampia sul rapporto tra percezione e realtà. Per comprendere come sia nato questo progetto e quali siano state le scelte curatoriali che lo hanno guidato, abbiamo incontrato Barbara Casavecchia.

Ila Beka FOTONI nasce da un archivio immenso, composto da circa 300.000 immagini. Qual è stato il criterio curatoriale che ha guidato la selezione delle oltre 300 fotografie esposte? In che modo si costruisce un racconto senza tradire la natura aperta e frammentaria di un archivio così personale?
La scelta delle oltre 300 immagini esposte in mostra al Magazzino delle Idee è stata il frutto di un processo organico di selezione. Ila aveva raccolto una prima, ampia serie di fotografie, quelle che – sono parole sue – risultavano ancora cariche di un’energia “fotonica” nel momento in cui tornava a guardarle e incontrarle, spesso dopo molti anni. Poi, insieme a lui e Louise Lemoine, che è sempre stata parte di ogni discussione e riflessione, abbiamo fatto progressivamente ordine, individuando temi e serie coerenti – tutti legittimi e tutti, al tempo stesso, arbitrari, perché dall’archivio avremmo potuto estrarne decine di altri.
Il tentativo di rendere visibile la natura aperta e ibrida dell’archivio è più evidente in alcuni punti, come nell’accrochage legato al ciclo Homo Urbanus, dove convivono su uno stesso muro tanti formati diversi, e anche nell’accostamento tra le citazioni di Ila (tratte dalle tre interviste in catalogo) che accompagnano i visitatori lungo il percorso e alcune foto minuscole, scelte con molta spontaneità, che fanno da contrappunto poetico alle sue parole.

Nel suo testo critico lei individua due grandi nuclei, il corpo e la luce. Più che temi, sembrano due modalità attraverso cui Ila Bêka osserva il mondo. In che modo questi due elementi dialogano tra loro e cosa rivelano dell’evoluzione del suo sguardo lungo quarant’anni di ricerca?
Direi che sono due elementi inseparabili, che si intrecciano costantemente, fin dalle prime foto scattate da Ila quando era un tredicenne che imparava da autodidatta a mettere a fuoco il proprio sguardo. Per questo abbiamo deciso che si potesse entrare in mostra da due lati diversi, senza gerarchie, incontrando prima l’uno o l’altro aspetto.
La mostra non segue un ordine cronologico, anche per lasciare a chi la visita massima libertà nell’interpretare le immagini, di costruire da sé un racconto, di stabilire una relazione emotiva.
Nell’arco del tempo, Ila ha poi iniziato a girare anche film, prima da solo, poi insieme a Louise: corpo e luce ne sono ovviamente protagonisti fondamentali. Ma non c’è soluzione di continuità tra le due pratiche. Anche per quello in mostra abbiamo incluso piccoli frammenti video, quasi delle foto in movimento, e il loro film Spatial Disobedience.
Nel titolo della mostra convivono un riferimento scientifico alla fisica quantistica e una riflessione molto concreta sull’atto del vedere. Quanto le interessava proporre una mostra che non fosse soltanto un’esposizione fotografica, ma anche un’esperienza percettiva capace di mettere in discussione il nostro modo di guardare le immagini e la realtà?
Come curatrice, spero sempre che le mostre a cui lavoro siano l’occasione per mutare, anche di un solo millimetro, il modo col quale guardiamo alle cose — anche per chiederci cosa in fondo non vediamo, non comprendiamo, o cerchiamo più o meno consapevolmente di ignorare. Uno sguardo come quello di Ila, aperto sulla realtà e tutte le sue imperfezioni, meraviglie, contraddizioni insanabili, è molto prezioso.




