“Pensare che la storia si ripeta sempre uguale è un’ingenuità critica battuta solo dall’altra ingenuità che vuole che la storia si ripeta sempre diversa. In realtà, la diversità c’è, è l’incognita X con cui si compongono nuove equazioni nell’identica storia del mondo: sempre di mare si tratta, ma sempre di diverso mare mosso. È impossibile farne un’esperienza totale, è quasi impossibile però non averne alcuna esperienza. In questo spazio delle due esperienze, opera quel fenomeno misterioso del rilevamento delle incognite che l’arte ha”.
La citazione introduce con lucidità la pratica di Fabio Mauri (1926-2009), da sempre rivolta a riconoscere e rendere visibili quelle “incognite X” che, pur muovendosi dentro un medesimo orizzonte storico, generano continuamente nuove forme di equilibrio e di squilibrio. Per Mauri la storia non è un ciclo che ritorna identico né un susseguirsi caotico di discontinuità, bensì un mare che resta il medesimo pur agitandosi ogni volta in modo diverso. La sua produzione artistica, sempre volta alla presa in esame di corsi e ricorsi storici e forme di oppressione, è stata catalogata e analizzata alla luce di alcuni filoni di ricerca al fine di giungere, nel 2026, alla pubblicazione del Catalogo generale, già disponibile online. Si tratta di una delle numerose iniziative previste per il centenario della nascita dell’artista.

Le celebrazioni sono state inaugurate dall’esposizione Fabio Mauri. De oppressione, visitabile fino al 15 febbraio 2026 presso la Triennale di Milano, città di adozione dell’artista. La mostra, curata da Ilaria Bernardi e realizzata da Associazione Genesi in collaborazione con Studio Fabio Mauri-Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo, si concentra in particolare – come dichiara il titolo – sul tema dell’oppressione, nelle sue molteplici sfumature culturali, ideologiche e identitarie.
Mauri è stato profondamente segnato dalle esperienze storiche del proprio tempo e, soprattutto, dal trauma della Seconda guerra mondiale e, fin dagli esordi, ha riversato tale vissuto all’interno della propria arte. Quest’ultima, nutrita nel profondo da valenze etiche e sociali, ha messo in luce l’interazione tra la storia individuale e la Storia collettiva e ha svelato le forze invisibili attraverso cui l’ideologia si insinua nella vita quotidiana, la influenza e la orienta. La pratica di Mauri, fine lettore della Storia e del suo impatto sul presente, non è confinabile nel ruolo di artista visivo: è stato anche scrittore, drammaturgo e intellettuale nel senso più pieno del termine. La sua produzione è stata un vero e proprio campo di sperimentazione, dove l’arte è diventata un veicolo per esplorare nuove teorie e concetti attraverso collage, schermi, proiezioni, performance.

Un elemento centrale nella sua ricerca è stato lo schermo, che l’artista considerava la principale “forma simbolica” del mondo, il segno della nuova civiltà mediatica del dopoguerra, il vero e proprio “dispositivo ottico di riferimento della nostra epoca”, come osservato dal filosofo Mauro Carbone. A partire dagli anni Cinquanta, con la serie Schermi, Mauri ha iniziato ad analizzare il potere del cinema e della televisione nella costruzione della memoria e nella manipolazione della realtà. Maturando una consapevolezza critica rispetto al potere della comunicazione visiva e verbale, Mauri ha avviato un’indagine dell’opera d’arte come schermo che può includere tutte le immagini possibili, con la loro potenzialità di incidere sul sociale.
Un esempio emblematico di tale riflessione è la videoinstallazione Rebibbia (2006), che apre la mostra presso la Triennale. L’opera presenta un mobile proveniente dal carcere romano, su cui viene proiettato il film La ballata del soldato (1959): la proiezione è oscurata in alcuni punti dagli sportellini della cassettiera lasciati aperti, che in questo modo rappresentano le biografie dei detenuti. Il film racconta la storia di un giovane soldato russo durante la Seconda Guerra Mondiale, offrendo un parallelo tra il destino individuale e quello collettivo, due momenti e situazioni diversi, ma uniti dalla comune impossibilità di sottrarsi al proprio doloroso destino.

Proseguendo nel percorso, si passa tra una lavagna recante un’enigmatica formula matematica e una gigantografia del ministro Joseph Goebbels in visita alla mostra Entartete Kunst a Berlino nel 1938. A terra, tre gabbie contengono un impianto stereo che trasmette a intervalli irregolari una frequenza molto bassa; una valigetta nera da cui proviene il ticchettio di un congegno a orologeria interrotto dalla domanda: “Cosa è la natura?”; e una litografia di Giorgio de Chirico raffigurante uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. La formula che campeggia sulla lavagna, risultato della ricerca sul principio dell’errore intellettuale nel calcolo e nel giudizio, viene lasciata senza soluzione e, di conseguenza, la promessa matematica di una verità superiore, di una legge che unisca l’eterogeneità di ogni sforzo umano, resta irrealizzata.
Il linguaggio – matematico o verbale che sia – è un altro tema ricorrente nel lavoro di Mauri, come dimostra l’opera Language is War (1974). Si tratta di un’operazione concettuale che riflette sul linguaggio della comunicazione in stato di guerra, partendo da fotografie di propaganda della Seconda guerra mondiale, pubblicate su riviste inglesi e tedesche. L’artista ha raccolto, montato e timbrato le fotografie, riproponendole in sequenze che fanno riflettere sul pericolo sempre in agguato di un uso strumentale dei linguaggi da parte di coloro che vogliono generare consenso in chi guarda.
Italia, Germania, ma anche Grecia e Cina. Mauri ha guardato oltre i confini nazionali, oltre le geografie del conflitto in esame per prendere in esame le declinazioni e le storture del potere a ogni latitudine. Con Vomitare sulla Grecia (1972) ha preso posizione contro la dittatura greca dei Colonnelli (1967-1974), esprimendo il proprio dissenso attraverso una busta in carta telata, che simula il sacchetto per rigettare fornito sugli aerei.

In Cina ASIA nuova (1996), un muro di valigie presenta, al centro, due fotografie legate alle proteste del 1989 di Piazza Tienanmen a Pechino. Mauri fissa il volto, sconvolto, di un giovane qualche minuto prima dell’esecuzione capitale e sul retro mostra i volti altrettanto sgomenti dei giovani poliziotti incaricati dell’uccisione. Questo lavoro è emblematico del suo approccio, in cui l’arte diventa un mezzo per interrogarsi sui traumi storici, come quelli legati al fascismo, alle dittature e alle repressioni politiche.
Al centro della sala, si trova Amore mio (1970), installazione in cui Mauri ha ripreso scene e dettagli del Trionfo della morte, affresco trecentesco realizzato per il Camposanto di Pisa: anime dannate, figure simboliche, diavoli e scheletri vengono decontestualizzati, riprodotti in serigrafie dai colori sgargianti impresse su tele colorate in un ambiente buio. Attraverso il contrasto fra iconografia medievale e resa grafica moderna, Mauri colloca la sua “posizione espressiva” a cavallo tra radici storiche e nuovi linguaggi, un modo per rivisitare e rielaborare la memoria storica.
La mostra permette di vedere, raggruppate insieme, le diverse modalità con cui Mauri ha cercato di comprendere la natura profonda delle ideologie, interrogandosi e interrogando sul loro ruolo nella formazione della realtà e sulla persistenza del Male nel mondo. La sua arte, una sorta di antimonumento che ribalta le narrazioni dominanti, ci invita così a guardare le immagini come agenti attivi, eventi estetici che possono trasformarsi in atti politici.


