L’arte di Nicola L., tra pelle, oggetti e resistenza: la prima retrospettiva italiana al Museion

Io sono l’ultima donna oggetto. Questa è la traduzione del titolo scelto per la prima retrospettiva italiana dedicata all’opera di Nicola L. (1932 – 2018), artista scoperta dal grande pubblico solo di recente, la cui poetica si rivela però essere estremamente attuale alla luce dei conflitti, della violenza, delle disuguaglianze e delle ingiustizie del nostro tempo. La mostra Nicola L. – I Am The Last Woman Object, inaugurata lo scorso 10 ottobre presso il Museion di Bolzano, intende fare scoprire lavori che portano con sé un messaggio profondamente politico e di critica sociale; quella dell’artista è però una forma di protesta “morbida”, orientata alla ricerca di connessione tra le persone. A cura di Leonie Radine, l’esposizione riunisce oltre ottanta opere realizzate da Nicola L. nell’arco di cinque decenni, e così diventa anche la prima retrospettiva di queste dimensioni in ambito internazionale. 

Ma chi era Nicola L.? Nicola L. era sicuramente una nomade. Non solo dal punto di vista biografico, ma anche per la sua capacità di spostarsi costantemente da uno stile all’altro, di muoversi attraverso molteplici discipline artistiche, e di toccare le tematiche più disparate. L’artista nasce nel 1932 in Marocco da genitori francesi, con il nome di Nicole Jeannine Suzanne Leuthe. Il padre, in particolare, era nell’esercito e quindi la famiglia prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale si trasferiva spesso. La piccola Nicole vive così la sua infanzia tra Nord Africa, Francia e Germania, e assorbe una concezione transnazionale di appartenenza che porterà nel suo lavoro artistico per tutta la vita. Negli anni Cinquanta, si trasferisce a Parigi per studiare pittura astratta e al momento dell’iscrizione all’accademia usa il nome “Nicola” invece di “Nicole”, iniziando così da molto giovane a sfidare i limiti determinati dal genere. 

Negli anni Sessanta, Nicola L., in seguito all’incontro con l’artista Alberto Greco, cambia completamente direzione artistica e comincia a trovare una propria voce espressiva. Trascorre il tempo tra Ibiza, New York, Parigi, Beirut (dove viene detenuta per due mesi) e Bruxelles. Emerge come artista negli anni della contestazione, delle proteste contro la guerra in Vietnam e del Maggio francese. Agli occhi della storica dell’arte Fanny Singer, Nicola L. appare come un personaggio degli scritti di Elena Ferrante: una donna mossa dal fuoco creativo che ha dentro, che può rilasciare solo reificando, scrivendo, facendo, e tenendosi costantemente impegnata. E infatti Nicola L. si butta nella scultura, nella performance, nella pittura, nel disegno, nel collage e nel film sperimentale. Le influenze nella sua arte sono tante: Pop Art, Nouveau Réalisme, Surrealismo, Fluxus, Neoconcretismo; eppure, la sua opera sfugge a una netta categorizzazione. Secondo il critico d’arte Pierre Restany, la libertà che Nicola L. si è presa nel suo lavoro fa sì che questo sia difficilmente collocabile. 

©Luca-Guadagnini-

L’artista ci parla così di cosmologia, ambientalismo, spiritualità, sessualità e mortalità. Ma anche di attivismo politico, collettività, inclusività, identità e genere. E ci parla di questo con acume e delicatezza. «Mostrare le sue opere ora permette di portare queste questioni nella sfera pubblica contemporanea» ha spiegato Bart van der Heide, direttore di Museion, che prosegue «il suo lavoro per me continua ad avere attualità oggi, e le sue pratiche ci permettono di scoprire elementi di solidarietà e responsabilità collettiva in un mondo di crescente pressione». Ma Nicola L. non risponde alla violenza con altra violenza: usa invece, nelle parole del direttore, «umorismo e morbidezza, che per me sono una pratica che letteralmente disarma». E la curatrice Radine aggiunge che i lavori di Nicola L. mostrano come «l’arte possa creare spazi di speranza e rafforzarci attraverso la gioia di stare insieme in una resistenza collettiva contro le ingiustizie sociali e strutture di potere patriarcali». 

La mostra a Museion fa quindi immergere lo spettatore in un insieme di opere che si collocano ai confini tra arte e vita. Radine sottolinea come Nicola L. non abbia prodotto solo opere destinate a finire nei musei; al contrario, «lei davvero ha vissuto con la sua arte e l’ha portata in strada». E infatti l’esposizione, strutturata non cronologicamente ma tematicamente, è dedicata sia all’ambiente urbano (al terzo piano di Museion) che all’ambiente domestico (quarto piano). Il fulcro del terzo piano sono senza dubbio i cosiddetti pénétrables: queste opere sono grandi lavori tessili indossabili, in cui una o più persone potevano inserire la testa, le braccia e le gambe.

©Luca-Guadagnini-

Questi lavori da un lato permettono a chi li penetra di calarsi fisicamente e simbolicamente in altri corpi e ruoli, così da potere osservare la vita da una prospettiva macrocosmica e non egocentrica. Esempi che si possono trovare in mostra sono Flower (1974), Human (1974-1978) e Ciel (1976). 

Dall’altro lato, queste opere erano concepite come “pelli”. «La pelle è la parte più sensibile del corpo, e collega l’interno e l’esterno» spiega Radine «e specialmente i pénétrables collettivi rappresentano l’idea utopica di Nicola di creare un corpo collettivo che condivida la stessa pelle, indipendentemente dalla classe sociale, dal genere, dall’etnia o da altri fattori che spesso portano all’esclusione sociale». Quindi nella mostra è possibile vedere opere come We Want to Breathe (1975) e Same Skin for Everybody (1975), che sono banner di protesta che veicolano chiari messaggi politici. L’invito di Nicola L. alle persone del suo tempo era quello di penetrare queste tele, e così facendo penetrare tramite l’arte nelle strutture istituzionali e nei confini imposti dalla società. 

Più intimo, invece, appare il quarto piano di Museion, la parte della mostra dedicata agli spazi domestici. Sono qui esposte sculture funzionali e antropomorfe di grandi dimensioni, in forma di corpo umano o parti di esso, concepite per essere utilizzate come mobili. Se i pénétrables erano indossabili, le sculture funzionali sono abitabili: sono infatti l’arredamento delle abitazioni dove Nicola L. cresceva i suoi figli e dove avvenivano i suoi incontri sociali. E proprio come i pénétrables, queste parti del corpo diventate mobili rappresentano nuovamente la soglia vulnerabile tra il mondo interno ed esterno. Le sculture antropomorfe si collocano così a metà tra arte e vita, e tra arte e design. Ma anche tra arte e politica: per quanto infatti possano risultare giocosi ed umoristici, questi oggetti funzionali sono critiche ai ruoli di genere tradizionali. Sono critiche al ruolo che la donna ha all’interno dello spazio abitativo per quanto riguarda il lavoro domestico e l’intimità, e sono critiche contro l’oggettificazione della donna.  

©Luca-Guadagnini-

Nella mostra si possono così trovare lampade a forma di occhi o di labbra, e divani rappresentanti figure umane smembrate o piedi. Sono esposti i Femmes Commodes (1969-2014), armadi colorati a forma di silhouette femminile stilizzata, i cui occhi, bocca, seni, ventre e organi sessuali possono essere aperti come cassetti. La parola francese commode rimanda sì al comodino ma vuol dire anche “facile”, dando quindi al titolo la connotazione di “donna facile”. E se questa serie, come nota la curatrice Erica F. Battle in un saggio dedicato a Nicola L., può rimandare alla Venere di Milo con cassetti (1936) che Salvador Dalì realizza con l’aiuto di Marcel Duchamp, qui Nicola L. trasforma la Venere da una dea a un simbolo anonimo e universale di donna. E nella mostra c’è soprattutto Little TV Woman: “I Am the Last Woman Object” (1969), che dà il titolo alla retrospettiva.

Si tratta nuovamente di un mobile dai contorni di un corpo femminile stilizzato. Sui seni presenta due cassetti apribili, mentre sul ventre si trova uno schermo televisivo, che mostra le seguenti parole: “I am the last woman object. You can take my lips, touch my breasts, caress my stomach, my sex. But I repeat it, it is the last time”. Così, le sculture funzionali presentano un paradosso: secondo la curatrice Ruba Katrib, esse sono sì critica all’oggettificazione della donna, ma al contempo ciò viene fatto rendendo il corpo femminile proprio un oggetto interattivo.

Nicola L. ci ha lasciati nel 2018 a Los Angeles all’età di 86 anni, ma la sua opera resta più viva che mai. Di fronte alle violenze della contemporaneità, la sua arte continua a parlarci, a farci riflettere, a farci mettere in discussione ciò che conosciamo, a farci dire basta. E fa tutto questo con una delicatezza disarmante. 

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