L’arte fuori dai circuiti (pt. 2): Joe Storm e l’estetica del disordine

Nella puntata precedente, abbiamo raccontato come una nuova generazione di artisti stia ridefinendo i confini dell’arte contemporanea: senza curatori, senza gallerie, spesso senza permesso. Una scena fluida e indipendente, che agisce nello spazio pubblico, si esprime sui social, e non aspetta di essere legittimata per esistere.

Questa seconda puntata è dedicata a Joe Storm, giovane artista nomade e irregolare, che mescola linguaggi visivi, cultura underground e provocazione pop, muovendosi tra Europa e America senza studio fisso, senza filtri, e senza compromessi.

L’arte come interferenza urbana: Joe Storm

Un’altra situazione in cui l’arte giovane e più radicale si è mostrata in modo esuberante, libero e fuori dagli schemi è stata la performance che ha avuto luogo, senza alcun preavviso, il 17 maggio scorso in Piazza Duomo a Milano. Lì, tra turisti e passanti, Joe Storm è comparso indossando un costume gonfiabile alto tre metri a forma di escremento sorridente: Sweet Shit.
Una presenza fuori scala, volutamente grottesca, che per alcune ore ha rotto la coreografia codificata dello spazio pubblico con un gesto surreale. Un messaggio bizzarro, senz’altro provocatorio, tra boutade e scherzo di cattivo gusto, che ci parla della società di oggi denunciando l’inquinamento, il degrado urbano, la gestione dei rifiuti, la difficoltà di relazione in una città sempre più complessa e più indifferente in mezzo ai mille richiami pubblicitari e agli stimoli infiniti.

Foto di Salvo Inghilterra.

Non c’era palco, non c’era cornice, non c’era autorizzazione visibile: solo il corpo dell’artista travestito da scultura vivente, tra selfie e sguardi perplessi o incuriositi. Un’azione rapida, effimera, che non lasciava didascalie e nemmeno spiegazioni, se non un messaggio indiretto: l’arte può e deve succedere anche dove non è prevista. “La città produce spazzatura, io la raccolgo e la trasformo in arte”, dice lo stesso Storm, che rivendica il diritto di creare happening senza reti e senza regole e parla della sua performance come di “un manifesto generazionale, un’urgenza espressiva che incarna lo spirito di chi non si piega a regole, etichette o aspettative”.

Foto di Claudio Castilletti.


Classe 1992, siciliano d’origine, Joe Storm è una figura sfuggente e volutamente non allineata alla scena ufficiale. Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Brera, la sua pratica si è sviluppata fuori dalle istituzioni: una residenza a Los Angeles, lavori effimeri documentati via social, azioni che mescolano performance, installazione e vita vissuta. Non ha uno studio fisso, preferisce camere d’albergo, appartamenti temporanei, spazi urbani trasformati al volo in atelier. La sua estetica è ibrida: avant-pop, street, ironica, volutamente imperfetta.

Foto di Salvo Inghilterra.


Non è la prima volta che Joe Storm agisce così. A New York, entrò in un McDonald’s con un passamontagna, ordinò un menu, lo rovesciò (artisticamente, aggiunge lui), mescolando gelato e ketchup in un vassoio trasformandolo in “opera”. Un ready made improvvisato, tra junk food e quotidianità. Durante la sua permanenza a Los Angeles, organizzò feste improvvisate all’interno del proprio studio, dove gli scarti – bottiglie vuote, scritte sui muri, oggetti distrutti – finivano per confluire nelle sue installazioni. Tutto, sembra voler dirci Storm, è parte dell’opera, anche il caos.

Foto di Salvo Inghilterra.


A Milano, Sweet Shit è stato anticipata da una campagna di affissioni underground: manifesti con la scritta THE END IS NEAR e un QR code che rimandava al profilo Instagram dell’artista. Nessuna gallery, nessun teaser istituzionale, solo una strategia da guerrilla marketing artistico, più simile a una band punk o a un rave che a un opening d’arte.

Foto di Salvo Inghilterra.


Storm si definisce portavoce di un “esistenzialismo ignorante” che mescola riferimenti hip-hop anni Novanta, cultura di strada, filosofia spiccia e materiali di recupero. I suoi lavori non sono progettati per durare, né per essere venduti. Spesso li lascia incompleti o li smonta dopo poche ore. Il processo conta più dell’oggetto. Il gesto più del risultato.
In questo senso, Sweet Shit non è stata una provocazione fine a sé stessa, ma una dichiarazione di presenza, un’azione che si inserisce nel crescente bisogno di pratiche artistiche indipendenti e non filtrate, soprattutto tra le nuove generazioni. Laddove l’arte istituzionale resta imbrigliata in bandi, burocrazie e linguaggi già noti, Storm porta un’urgenza diversa, più viscerale, più incerta, forse meno “curata”, ma senza dubbio viva.
Il fatto che una performance del genere abbia avuto luogo nel cuore simbolico della città simbolo del disegn, dell’arte e della moda, non è casuale. È il segno che qualcosa si muove. Ancora una volta, l’arte può ancora accadere senza chiedere permesso né cercare consenso.

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Alfonso Umali
Alfonso Umali
Alfonso Umali (Milano 2001). Studente all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha partecipato a numerosi progetti artistici, con performance, manifestazioni di arte pubblica, laboratori e live painting. Ha incentrato la sua attività soprattutto su temi sociali e ambientali. Ha collaborato come assistente di galleria presso Galleria Vik Milano e con diversi artisti come social manager. Ha collaborato come giornalista free lance, trattando di arte e musica, su “Arte In magazine” e altre riviste di settore.

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