C’è un confine sottile tra incubo e visione.
Zdzisław Beksiński, pittore maledetto per eccellenza, quel confine lo ha attraversato, tornando con immagini che sembrano uscite da un aldilà che ci riguarda tutti, ma che nessuno vuole vedere.
La genesi della sua arte più oscura è essa stessa leggenda.
Negli anni ’70, un incidente d’auto lo ridusse in coma per tre mesi. Quando si risvegliò, raccontò di aver visto l’Inferno. Ma non un inferno teologico, bensì un luogo dell’anima, una dimensione interiore, colma di carne in rovina e silenzio urlante. Beksiński capì che per non impazzire avrebbe dovuto dipingere ciò che aveva visto.
Così cominciò la discesa.
Dalla fotografia passò alla pittura, senza spiegazioni né intenti simbolici. Non voleva “dire” qualcosa. Voleva solo tenere fuori i demoni, incollarli alla tela, lasciarli lì.
“Meaning is meaningless for me. I paint what I paint without meditating on a story.”

C’è un altro dettaglio rivelatore.
Beksiński riusciva a dipingere solo ascoltando musica classica.
Un rito, un controcanto sublime al caos dell’inferno interiore. Le sue pennellate si facevano sinfonia, mentre la carne sulla tela si smembrava, si fondeva, si spegneva in paesaggi che sembrano essere memoria di un futuro ormai perduto.
Il suo è un surrealismo dispotico, come fu definito, in cui ogni creatura è prigioniera di una realtà anacronistica e spettrale.
I soggetti si abbracciano, si baciano, ma i loro corpi sono mutilati, strappati via dalla dignità umana, ridotti a involucri che galleggiano tra cemento, nebbia e rovine. La carne si fa simbolo. Il sangue non grida: ristagna. Non c’è catarsi. Solo esistenza senza redenzione.
Ogni suo quadro è un tentativo di dare forma al noumeno: ciò che si nasconde dietro le apparenze della vita.
Le ossa, il sangue, la cenere — tutto perde valore fisico e si fa segno di una civiltà già morta, assorbita nelle proprie paure, disfatta nel tempo.
Beksiński non ci mostra cosa temere. Ci mostra ciò che resta dopo. I colori? Freddi. Consunti. I volti? Bendati, svuotati, sfigurati. I luoghi? Macerie senza tempo. Un mondo dove anche Dio sembra aver voltato lo sguardo.

I critici lo hanno avvicinato a Turner, per l’uso del chiaroscuro, a Alfred Kubin e Ernst Fuchs per le atmosfere.
Ma Beksiński non ha “simili”. Era un’isola in fiamme nell’arte della Polonia comunista. Fin dal suo esordio nella fotografia, nel 1958, mostrava già i segni di una mente che non cercava consenso, ma verità brucianti.
Negli ultimi anni della sua vita si avvicinò anche alla grafica digitale, esplorando con sorprendente lucidità la contemporaneità, pur restando schivo, isolato, profondamente ferito. Nel 1998 perse la moglie Zofia. Nel 1999 il figlio Tomasz si suicidò. Dopo queste tragedie, Beksiński recise quasi ogni contatto umano. Non dipingeva più per esprimersi. Dipingeva per sopravvivere.
I demoni non erano più fuori. Erano entrati.
È qui che la maledizione si insinua.
Il 21 febbraio 2005, Zdzisław Beksiński fu assassinato nel suo appartamento a Varsavia.
Diciassette coltellate. A ucciderlo fu un ragazzo di 19 anni, figlio del suo tuttofare. Il movente? Poche centinaia di euro. Come se la violenza che lui aveva fissato sulla tela avesse infine trovato un varco per uscire. Una fine surreale e lugubre per un uomo che aveva fatto di queste due dimensioni un’estetica totale.
Molte delle sue opere oggi sono custodite nel Muzeum Historyczne w Sanoku, in Polonia. Altre si trovano ovunque sul web, replicate, reinterpretate, imitate.
Ma nessuno riesce davvero a replicarne la voce. Perché Beksiński non voleva comunicare.
Voleva esorcizzare.
“Simply, I do not know myself. Moreover, I am not at all interested in knowing.”
Eppure, in ogni pennellata, è tutto lì. Zdzisław Beksiński ci ha mostrato cosa accade quando l’uomo perde sé stesso. Ci ha portati in un futuro che forse è già il nostro presente.
Non resta che guardare. Se ne avete il coraggio.



La sofferenza si tocca con mano, si respira, se ne avverte il gelo. Uno dei miei pittori preferiti.
Molto interessante, non lo conoscevo.Grazie