Recentemente, l’artista sudafricana Tracey Rose ha rivolto serie accuse al Kunstmuseum di Berna per aver censurato un’opera d’arte che menzionava un “Olocausto Musulmano”, nell’ambito della sua corrente retrospettiva presso l’istituzione svizzera. Secondo Rose, il museo avrebbe espresso obiezioni al suo utilizzo di tale frase.
Le tensioni sono ulteriormente aumentate quando il Kunstmuseum ha ospitato un dibattito sulla libertà artistica in relazione alla sua mostra, senza che l’artista fosse stata invitata. Fra i partecipanti al dibattito figuravano uno dei curatori dell’esposizione e il direttore del museo.
L’assenza di Rose nel dibattito è stata da lei stessa denunciata come “elitaria ed escludente”, definendola anche “oltraggiosamente draconiana”, considerato che il tema del dibattito faceva riferimento al conflitto in Terra Santa e alla violenta repressione dei civili in Palestina da parte del governo israeliano. Tali parole sono state pubblicate dalla stessa Rose in un post su Facebook il giorno prima del dibattito.
Il portavoce del Kunstmuseum Bern non ha risposto alle richieste di commento. Rose, attraverso le sue opere d’arte, ha spesso affrontato temi come il razzismo, la misoginia, la politica e la storia del Sudafrica. La sua produzione artistica ha ricevuto ampi riconoscimenti nell’ambito del mondo dell’arte mondiale, essendo stata presente in edizioni di Biennale di Venezia, Documenta, la Sharjah Biennial, la Bienal de São Paulo, e molto altro.
La retrospettiva “Shooting Down Babylon”, iniziata nel 2022 al Zeitz Museum of Contemporary African Art di Cape Town – da cui è stata organizzata – è stata poi ospitata al Queens Museum di New York nel 2023. In entrambe le sedi, l’esposizione è stata accolta positivamente dalla critica e presentata senza controversie.
Tuttavia, negli ultimi giorni, la Rose ha accusato esplicitamente il Kunstmuseum Bern di aver censurato la frase “Stop all’Olocausto Musulmano” dal suo video del 2012 intitolato “A Muster of Peacocks: THE SHOAH”. Il video era stato esposto sia a Cape Town che a Queen in occasione delle passate mostre.
Il video è nato a seguito della sua permanenza al Cairo durante la Primavera Araba. L’artista ha realizzato l’opera dopo aver assistito alle riprese del massacro dello stadio Port Said del 2012, evento tragico che ha provocato decine di vittime. La mancanza di sicurezza nello stadio, secondo gli egiziani, sarebbe stata intenzionale, dato che i tifosi della squadra di calcio Al Ahly erano presenti alle proteste anti-governative. Rose ha realizzato l’opera quando era incinta di suo figlio, nel suo appartamento a Berlino, non lontano dal luogo in cui gli abitanti dell’edificio erano stati una volta deportati per Auschwitz.
Relativamente alla censura affrontata in Svizzera, l’artista ha dichiarato: “I direttori del museo ci hanno detto che in Svizzera è illegale utilizzare la parola ‘olocausto’ per descrivere un genocidio di massa di qualsiasi altro gruppo di persone, diversamente dall’Olocausto Ebraico in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale”.
L’artista ha inoltre menzionato che cercò di proporre un’alternativa che prevedeva la riproduzione dell’audio del video, composto in parte dai singhiozzi di suo figlio, nelle gallerie del Kunstmuseum Bern. Tuttavia, durante il vernissage si rese conto che l’audio non era stato installato.
In Svizzera, la mostra di Tracey Rose ha attirato critiche negative prima dell’apertura a causa della firma dell’artista in una lettera aperta del 2021 che affrontava il conflitto israelo-palestinese. In questa lettera, firmata da migliaia di artisti, venivano descritte le azioni di Israele come un “apartheid” e si definiva il Paese come una “potenza colonizzatrice”.
In vista dell’apertura della mostra in febbraio, i media svizzeri hanno riportato in voga la firma della Rose sulla lettera, comportando una dura risposta da parte di Jonathan Kreutner, segretario generale della Federazione Svizzera delle Comunità Ebraiche, che l’ha accusata di aver assunto “posizioni radicali e non costruttive”.
A seguito di tutto ciò, il museo ha aggiunto una lunga dichiarazione alla descrizione online della mostra. “Tracey Rose ha radici ebraiche e musulmane,” si legge nel comunicato. “Condanna i crudeli attacchi di Hamas a Israele e le severe misure di rappresaglia del governo israeliano, che colpiscono anche la popolazione civile disarmata in Palestina. Condanna tutte le forme di islamofobia, razzismo e antisemitismo e si è chiaramente espressa a favore di un cessate il fuoco tra Israele e Palestina: ‘Credo nel diritto dello Stato di Israele e dello Stato di Palestina di esistere’.”
La descrizione dell’incontro domenicale ha ribadito parte del contesto sulla controversia riguardante la firma della lettera del 2021 da parte della Rose. L’obiettivo dichiarato del panel era quello di discutere “il significato e i limiti della libertà artistica”. Tra i partecipanti al dibattito c’erano il direttore e il curatore capo del Zeitz MOCAA, Koyo Kouoh, e la direttrice del Kunstmuseum Bern, Nina Zimmer, oltre a esperti di scienze politiche e studi africani e Ralph Lewin, presidente della Federazione Svizzera delle Comunità Ebraiche.
Rose ha accusato i politici svizzeri e Kouoh di “trattamento abusivo”, rivolgendosi direttamente ai partecipanti al panel, ha scritto su Facebook “Tutti avete fallito nei vostri doveri come praticanti culturali e non siete meritevoli delle vostre posizioni, dove ricevete stipendi estremamente generosi pur non riuscendo a pagare adeguatamente il lavoro degli artisti e i corrispettivi per il prestito delle opere”.
Un rappresentante del Zeitz MOCAA non ha risposto a una richiesta di commento.
La vicenda segna un importante punto di riflessione sulla libertà di espressione artistica e su come il contesto politico possa influenzare l’interpretazione e la rappresentazione dell’arte. Un’arte che, come nel caso di Tracey Rose, non esita a porre l’accento su temi delicati e controversi del nostro tempo.



