«La mattina scrivo». Quattro sillabe. Un’intera cosmogonia esistenziale compressa nella semplicità disarmante di una dichiarazione pronunciata dal protagonista del film di Valérie Donzelli. Perché Paul Marquet, fotografo di professione, scrittore d’anima, tuttofare per necessità, oltre ad essere un uomo che ha cambiato mestiere, è un uomo che ha scelto di abitare la contraddizione, oltre che il precariato. Perché quella mattina non è solo un momento della giornata, è l’unico spazio che Paul riesce ancora a difendere dal naufragio controllato in cui ha trasformato la propria esistenza.
Valérie Donzelli adatta il romanzo autobiografico di Franck Courtès e costruisce intorno al suo protagonista un ritratto generazionale di rara onestà. Paul è un fotografo affermato che un giorno decide di smettere. Non per crisi, non per noia ma per lealtà. Lealtà a quella vocazione letteraria che ha sempre tenuto accesa in sordina, pubblicando libri apprezzati dalla critica e ignorati dalle librerie, finendo inevitabilmente in quella terra di mezzo che il mondo culturale conosce benissimo ma fatica ad ammettere, quella in cui si viene considerati abbastanza bravi da essere pubblicati, ma non abbastanza da poterci campare.

E allora Paul scende. Scende di categoria, di reddito, di status. La moglie e i figli partono per il Canada, il tenore di vita si contrae fino all’essenziale, e quando anche l’essenziale si rivela troppo, arriva l’app. Una di quelle piattaforme digitali che hanno trasformato il precariato in un algoritmo: vinci il lavoro se offri il compenso più basso. Un’asta al contrario in cui il perdente è sempre chi lavora.
Quello che ne deriva è un catalogo tragicomico di umiliazioni quotidiane, giardinaggio improvvisato, traslochi, sgomberi, corse in taxi, compiute senza strumenti, senza formazione, senza tutele, e soggette alle recensioni dei clienti, che possono erodere ulteriormente paghe già irrisorie. Eppure Paul non molla. Ed è proprio questa ostinazione, incomprensibile per chi lo circonda, dolorosa da guardare, il vero centro nevralgico del film.

Donzelli ha il merito di non trasformare mai questa storia in un dramma strappalacrime. La sua macchina da presa osserva, registra, accompagna. E nel farlo tocca qualcosa di universale. Il film arriva in un momento in cui il dibattito sul futuro del lavoro non è mai stato così urgente. L’intelligenza artificiale bussa alle porte di ogni settore, e il lavoro creativo, già fragile, già mal retribuito, già socialmente sottovalutato, rischia di essere il primo a cedere. In questo senso, la Francia dimostra ancora una volta una sensibilità cinematografica che altri paesi faticano a eguagliare.
Si esce dalla sala con qualcosa di scomodo addosso. Forse la consapevolezza che tra un lavoro che ci sfama e una passione che ci definisce, la maggior parte di noi impara, prima o poi, ad accontentarsi di piccole gioie rubate: una lacrima trattenuta davanti a un complimento inatteso, la soddisfazione silenziosa dei pochi che leggono davvero. E intanto la vita, quella vera, quella con le bollette e i mutui e i figli che crescono, continua a bussare, implacabile, indifferente ai sogni, chiedendoci di fare i conti.



