Le Afriche in mostra a Piacenza: arte, identità e visioni anticoloniali al Palazzo Gotico

Un continente enorme e variegato, culla dell’uomo, affascinante al punto da essere l’unico a generare un sentimento di nostalgia (il cosiddetto mal d’Africa): questa è l’Africa, per la quale bisognerebbe doverosamente usare il plurale, le Afriche. E la moltitudine artistica africana è in mostra a Piacenza, precisamente nel Salone del Palazzo Gotico di fine ‘200, grazie alla Collezione Paolo e Bruno Giglio, alla Collezione 54 di Rosario Bifulco e con la curatela di Paolo Giglio e Samuele Menin. Visibili sino al prossimo 4 maggio, le 250 tra opere d’arte e manufatti compongono un coloratissimo, profondamente ancestrale, esplosivo mosaico dell’arte delle Afriche (con focus specifico), capace di rinverdire, in tonalità e misure minori, la sensazione di piacevole smarrimento provato alla 60.ma Biennale d’Arte di Venezia diretta da Adriano Pedrosa. E tutto ciò grazie alla qualità delle opere esposte in una mostra intitolata “Sguardi sull’Africa”, ognuna delle quali racconta di sensibilità che occorre assolutamente conoscere anche per uscire da una visione, globalmente distorta, basata sull’eurocentrismo e l’occidentalismo, per abbracciare una visione anticoloniale e attenta ai margini.

Contenitore rituale Mboko. Popolazione Luba, Repubblica Democratica del Congo. XX Secolo

Suddivisa in 4 sezioni, “Sguardi sull’Africa” ci rivela giacimenti culturali eccellenti e figure artistiche che dimostrano la vitalità di quei popoli. L’impatto su segni artistici, figurazioni, concettualità cui siamo poco abituati è molto vivo e la disposizione, rivendicata dagli organizzatori, di molte opere in spazi che richiamano una tribuna possono esaltarne lo spessore. La polifonia artistica africana è il leit motiv dominante, esemplare vestito espositivo di un continente plurale, migrante e stanziale, fatto di restanze e di diaspore, proiettato in una giovane e vertiginosa contemporaneità e ancorato a un vivido passato. I contenuti didascalici trasmessi tramite qr code sono eccellenti e contestualizzano molto bene quante idee pulsano sotto il manto superficiale che il resto del mondo rivolge a questo vastissimo mosaico di popoli, sensibilità, culture, tradizioni e idee.  

Ako Atikossie, L’Europa o l’assenza,  65x40x40 cm. Courtesy Nashira Gallery, Milano

Oscillanti tra un punto di vista fortemente individuale e l’appartenenza a una collettività ancora non molto conosciuta, la prima sezione che raccontiamo è quella delle “Giovani voci d’Africa”. Balza immediatamente all’attenzione la vitalità stilistica ed espressiva delle artiste e degli artisti in mostra: si ha la forte sensazione di una energia dirompente che si irradia dalle megalopoli del continente, energia che prorompe da un fortunato connubio di tradizione e contemporaneità capace di trasmettere una freschezza di linguaggio senza pari. 

Ibrahim Ballo, Le porteur de masque, Tecnica 1mista su tela, 45 x 85. Courtesy Trium Gallery, Monza

È il caso dell’artista donna Adji Dieye (classe 1991), senegalese, che lavora in una dimensione multidisciplinare, contaminando l’installazione in ferro in mostra, “Chapter 1: May my vision be your present: “Principals”, del 2024, con frammenti di memoria e immaginazione fotografica, frammenti di video e documentazione storica. Altrettanto versatile è Ako Atikossie, togolese del 1980, presente in mostra sia con quadri che con sculture. Fortemente orientato verso i fenomeni scientifici, la pittura di Atikossie ci mostra quanto siano necessari i legami tra le diverse anime del pianeta terra, denunciando l’avidità di accaparramento delle terre rare e dei materiali critici. I suoi quadri sono coloratissimi e molto cinetici, diametralmente opposti alle sculture in gesso monocromatiche dal sapore vagamente cubista ed espressioniste.

Francis Offman, Senza titolo-Untitled, 2022-2023, acrilico, inchiostro, cotone 100%, fondi di caffè, gesso di Bologna su lino, 248×200 cm, ph. Carlo  Favero

Il ruandese Francis Offmann, classe 1987, colpisce bene l’attenzione del fruitore con le sue tecniche miste su lino: si tratta di collage e strati materici, “Senza titolo”, che indagano la storia e la responsabilità individuale e collettiva, frutto evidentemente della sua appartenenza a un paese che ha avuto nel suo grembo un genocidio. Immediatamente riconoscibile il legame con la propria terra, è l’arte del nigeriano Odinakachi Okoroafor, anch’egli classe 1987, che, con le sue pregevoli tecniche miste che incrociano serigrafia e pittura ci richiama al mondo coloniale e alla centralità dell’essere umano nero, in piena continuità con la negritudine e con uno sguardo attento al femminile.  

Soly Cissè, Essence universelle, 2015. Olio su tela, 100×100 cm. Courtesy Trium Art Gallery, Monza

Le Afriche dalle innumerevoli lingue indigene hanno anche lingue del passato coloniale. A questo mondo appartiene l’angolano Pedro Pires, artista del 1978, che è in mostra con opere d’arte molto materiche raffiguranti, in modo sfumato, teste umane. Le sue sculture riprendono materiali di scarto industriale e si presentano ai nostri occhi con una forte carica simbolica. Anche il senegalese Soly Cissé, classe 1969, raffigura figure umane su tela, sfumandole su un versante nervoso, deformato, vagamente mostruoso, ugualmente coinvolgente. E, sempre in tema di figure umane sfumate, va aggiunto il maliano del 1986 Ibrahim Ballo, eccellente nel mostrarci ricami che si sovrappongono in rilievo sull’acrilico: il filo di cotone diventa così legame tra generazioni e persone.

Binta Diaw, Naître au monde, c’est concevoir (vivre) enfin le monde comme relation n.4, 2022 (dettaglio). Capelli sintetici, acqua, vasca in metallo. Courtesy Collezione 54, Milano

Per non cadere nell’errore eurocentrico, chi scrive non ha voluto indicare che molti artisti sono di origine africana e trapiantati in paesi occidentali, tra cui anche l’Italia. Questo carattere ibrido dell’identità non può essere taciuto parlando della seconda donna presente in questa sezione, la classe 1991 Binta Diaw, senegalese di origine, che è in mostra con una installazione che già nel titolo “Naître au monde, c’est concevoir (vivre) enfin le monde comme relation n.4”, individua la natura di intermediaria culturale di un’artista come lei. Ultimo artista in rassegna, per questa sezione di giovani voci africane contemporanee, è il camerunense classe 1990 Victor Fotso Nyie, presente in mostra con alcune sculture dal fortissimo impatto. La sua è arte che richiama la necessità di riconoscersi orgogliosamente nelle radici africane, declinando in modo molto efficace i canoni espressivi del patrimonio territoriale di appartenenza.

La seconda sezione della mostra è un focus sull’arte marocchina. Undici gli artisti in esposizione, centrali nel panorama artistico del Marocco e anche nella storia nazionale, che ha avuto uno snodo decisivo nel 1956, anno di indipendenza dalla Francia. Il percorso di crescita di questi artisti oscilla tra gli estremi delle modalità da autodidatta allo studio presso istituzioni artistiche importanti francesi e la loro collocazione temporale e stilistica è dagli organizzatori riassunta in modernisti e appartenenti alla Scuola di Casablanca. A giudizio di chi scrive, sono tre gli artisti (tra cui due donne) che spiccano sugli altri. Fatima Hassan El Farouj (1945-2010), anche per ragioni anagrafiche, ha sicuramente contribuito alla valorizzazione dell’arte marocchina, concentrando la propria attenzione alla condizione della donna, in un continuo gioco di bilanciamento tra pubblico e privato. Presente con sei opere, alcune in bianco e nero altre con vivaci pennellate cromatiche, i suoi quadri ricordano pratiche artigianali radicate, soprattutto grazie all’esteriorità visiva che richiamano ricami, tessiture decorazioni. Fatna Gbouri (1924-2012), presente in mostra con tre quadri, ricorda El Farouj per la vivacità cromatica e le figure femminili che, però, nella sua opera, sono esaltate con uno stile molto naïf, grazie al quale le raffigurazioni risultano immediatamente riconoscibili. Anche Mohamed Kacimi (1942-2003), presente in mostra con sette quadri, ha uno sguardo attento verso il sociale. Le sue tele mostrano figure umane più rarefatte, ricchissimo di simboli e segni incompiuti, tracce calligrafiche e un risultato visivo di maggiore smarrimento.

Mahama Ibrahim – Soh, 2017. Tessuto di pesce affumicato su sacchi di iuta per il carbone, 216 x 325 cm. Courtesy Collezione 54, Milano

Si ritorna alle voci contemporanee grazie alla terza parte della mostra che allarga l’orizzonte alle Afriche. Per chi conosce poco dell’arte africana contemporanea, il nome maggiormente noto è sicuramente il ghanese Ibrahim Manama (1987), protagonista dell’imponente installazione del 2019 intitolata “A Friend” presso i Caselli Daziari di Porta Venezia a Milano. L’opera in mostra qui a Piacenza è “Soh”, del 2017, anche in questo caso una rielaborazione di un sacco di juta per carbone che è la sua cifra stilistica: l’artista, infatti, usa questo medium per richiamare le traiettorie delle merci, la fatica di chi le trasporta, per esteso lo sfruttamento globale. Molto interessante è anche il lavoro dell’artista zimbabwese Kamudzengerere Admire (1981), presente in mostra con “A Thousand Faces”, del 2021, una sorta di collage di arte povera composto da un monotipo di post-it che ci interroga sulle comunità, la loro sopravvivenza, la loro resilienza di fronte alle tante tensioni globali. Maimouna Guerresi è un’artista nata in Italia da genitori senegalesi nel 1951 e la sua fotografia “White Cup” (2014) è davvero molto allegorica, con due figure sufi sedute ai due estremi di un tavolo rettangolare che sembra spezzato a metà in corrispondenza di una tazza bianca. Interiorità, silenzio, meditazione sono gli elementi essenziali di una prassi artistica che non ha dimenticato le radici, tanto da mettere sullo sfondo della coppia di uomini una mappa d’Africa. Infine, agli occhi di chi scrive in questa sezione va menzionata un’artista sudafricana, la classe 1993 Teresa Kutala Firmino. L’interessante opera in mostra, “Individual, self and play”, del 2020, è un acrilico e collage su carta che richiama la relazione tra arte e potere: una donna posa davanti a un treppiedi con fotocamera e ci interroga su come rappresentarci, in un contesto, come quello sudafricano, lacerato da una pesante eredità coloniale.

Coppia Maschile e femminile seduta, Dogon, Mali, XX Secolo

L’ultima sezione da recensire è la ricchissima collezione di oggetti e sculture di culto tutta databile tra la fine del XIX secolo e la prima metà del ‘900 (salvo una scultura probabilmente del XVII secolo). Dal punto di vista del materiale usato siamo di fronte al trionfo del legno e, dal punto di vista geografico, i territori di origine spaziano maggioritariamente tra l’Africa subsahariana e quella centrale. La ricchezza etnica di origine si manifesta soprattutto nelle tante tipologie di figure rappresentate: figure sia maschili che femminili, figure guerriere e legate alla caccia, altre legate alla fertilità e antropomorfe, maschere, teste commemorative e forme cerimoniali. Gli elementi più interessanti, non essendo chi scrive profondo conoscitore di queste espressioni artistiche e della storia cui sono legate, è, innanzitutto, riconoscere, soprattutto nelle forme scultoree, elementi ancestrali che la grande arte del ‘900 farà propria per esprimere stili e linguaggi in profonda rottura con i canoni accademici. E, in secondo luogo, pur essendo aree geografiche distanti nel tempo e nello spazio, ritrovare segni comuni con i popoli e le civiltà preromani del nostro Mediterraneo.

Completano questa mostra un superbo catalogo pubblicato da postmedia books,un ricco calendario di laboratori d’arte, visite guidate e conferenze. Tutto questo lodevole impegno, al quale va riconosciuta profonda gratitudine per averlo portato alla nostra attenzione, si scontra però con un’esperienza di visita della mostra davvero difficoltosa, interamente basata sulla fruizione digitale di contenuti tramite qr code. A tale difficoltà si aggiunge la scelta, molto suggestiva, di collocare le opere in una sorta di scenografia fatta a spalti sportivi, per cui il visitatore diventa quasi l’oggetto osservato, nei fatti impedendo una maggiore vicinanza a tante delle opere esposte. Nonostante questo, ribadiamo che la scoperta di espressività artistiche molto poco conosciute diventa un fattore di curiosità magnetica che permette al fruitore di avvicinarsi all’arte delle tante Afriche. 

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Giovanni Crotti
Giovanni Crotti
Sono Giovanni Crotti, classe 1968, e mi sento in dovere di ringraziare la scrittura perché sospinge la mia vita. Coltivo dentro di me moltitudini che mi portano a indagare, conoscere, approfondire ogni espressività culturale e creativa, per poi scriverne cercando sempre di essere chiaro e documentato nei contenuti.

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