Ambizione, utopia e l’ossessione della “metropoli perfetta”. Negli ultimi cinquant’anni il futuro urbano è stato immaginato spesso come un atto di creazione radicale: città nate dal nulla, costruite nel deserto, su isole artificiali o su terreni sottratti al mare, progettate per correggere i difetti delle metropoli esistenti e tentare di dare una risposta a sfide economiche e sociali sempre più pressanti.
Città senza traffico, senza sprechi, alimentate da energie rinnovabili, governate dall’intelligenza artificiale, capaci di offrire ai propri abitanti una vita più sostenibile. Città dell’efficienza, dove l’elemento umano si “innesta” in un secondo momento, a completamento del progetto e a dominare è una pianificazione estremamente rigida di tutti gli elementi.
Il futuro, nei rendering presentati da governi, studi di architettura e grandi investitori immobiliari, ha spesso la forma di una linea luminosa nel deserto, di una foresta verticale, di una metropoli intelligente governata dai dati. Ma tra l’immagine e la realtà si è aperta una distanza sempre più evidente. È notizia recente, per esempio, che Neom, il progetto saudita da 500 miliardi di dollari nato nell’ambito di Vision 2030 e fortemente voluto dal principe ereditario Mohammed bin Salman, sta subendo rallentamenti e ridimensionamenti delle promesse iniziali. L’intervento simbolo, The Line, doveva essere la città lineare definitiva: 170 chilometri di sviluppo urbano, appena 200 metri di larghezza, nessuna automobile, servizi raggiungibili in pochi minuti grazie a una rete di trasporto ad alta velocità e sistemi di intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi, però, anche la narrazione attorno al progetto è cambiata. Le ambizioni iniziali sono state progressivamente ridimensionate e The Line viene oggi presentata come uno sviluppo per fasi, molto diverso dalla promessa originaria di una città capace di ospitare milioni di abitanti in tempi rapidi. Neom non è un caso isolato. È l’ultimo capitolo di una storia iniziata almeno cinquant’anni fa: quella della ricerca della città perfetta.

Città dei sogni e città reali
Il confronto con la realtà dice che l’urbanizzazione continuerà a essere una delle grandi sfide globali dei prossimi decenni. Le Nazioni Unite stimano che il 55% della popolazione mondiale viva in aree urbane, una percentuale che si prevede salirà al 68% entro il 2050. Salvo rare eccezioni, le città sono destinate a diventare più grandi e più numerose. In Nord America oltre l’81% della popolazione vive già in aree urbane, mentre America Latina e Caraibi raggiungono quasi l’80%. L’Europa si attesta intorno al 74%. Ma la crescita più rapida riguarda Asia e Africa, oggi rispettivamente al 49% e al 41% di popolazione urbana. Secondo il World Economic Forum, la sfida delle città del futuro non sarà soltanto costruire nuovi spazi urbani, ma affrontare problemi complessi che riguardano la vita quotidiana di miliardi di persone: dall’adattamento ai cambiamenti climatici alla pressione sulle infrastrutture, dalla necessità di sistemi di trasporto più sostenibili alla gestione delle risorse, fino alla riduzione delle disuguaglianze e alla creazione di ambienti urbani più inclusivi e vivibili. Le metropoli dovranno quindi diventare non soltanto più intelligenti, ma soprattutto più resilienti e capaci di adattarsi ai cambiamenti senza perdere la loro dimensione sociale.
La questione centrale non sarà quindi soltanto costruire nuove città, ma gestire megalopoli sempre più grandi, dense e complesse. “Le grandi città che conosciamo non sono nate semplicemente perché qualcuno le ha progettate a tavolino”, spiega ad “Artuu Magazine” Andrea Giuricin, economista dei trasporti dell’Università Milano-Bicocca. “Sono cresciute perché in determinate aree esistevano mercato e opportunità economiche. Pensiamo alle città europee dell’Ottocento o alle metropoli americane del Novecento: spesso è stato il mercato il grande motore dello sviluppo urbano”. Secondo Giuricin, è proprio questo uno degli elementi critici delle città costruite da zero: “Non significa che questi progetti debbano necessariamente fallire, ma senza l’interesse all’attività economica può venire a mancare uno dei motori fondamentali dello sviluppo: la capacità spontanea di attrarre persone, attività e investimenti”. La città, insomma, non è soltanto un insieme di infrastrutture. È un ecosistema economico e sociale.
Da Masdar City a Songdo: quando la sostenibilità diventa un’immagine e la città funziona come un software
Prima di Neom, c’era stata Masdar City. Nel 2006 Abu Dhabi annunciava la costruzione della prima città carbon neutral al mondo. Progettata dallo studio Foster + Partners, Masdar doveva diventare un laboratorio urbano rivoluzionario: energia solare, architettura bioclimatica, mobilità sostenibile, zero emissioni. L’obiettivo era quello di creare una nuova civiltà urbana capace di conciliare sviluppo economico e sfide climatiche. Il progetto, però, è rimasto lontano dagli obiettivi iniziali. La città esiste, ma è diventata soprattutto un distretto tecnologico, universitario e commerciale, molto lontano dalla metropoli autosufficiente immaginata nei primi rendering. Se Masdar rappresentava la promessa della città ecologica, Songdo, in Corea del Sud, è il manifesto della smart city. Costruita su un terreno bonificato vicino a Seoul, Songdo è nata per essere la città completamente intelligente: sensori ovunque, edifici collegati tra loro, raccolta pneumatica dei rifiuti, sistemi capaci di monitorare consumi e spostamenti. Una città ben presto diventata il più grande programma di sviluppo immobiliare privato al mondo e progettata secondo la logica di un software molto intelligente. Proprio questa “perfezione” tecnologica, però, ha sollevato più di una domanda. Songdo è diventata il simbolo del limite di un certo urbanismo tecnologico: una città può essere controllata, ottimizzata e resa più funzionale, ma non può essere programmata completamente. A questo si aggiungono i dubbi legati al rischio di una “sorveglianza tecnologica” in una realtà urbana in cui ogni aspetto della vita quotidiana è digitalizzato e connesso alle infrastrutture informatiche.

Spazi urbani perfetti ma senza comunità
Un altro esempio emblematico arriva dalla Malesia. Forest City, sviluppata dal colosso immobiliare cinese Country Garden nell’ambito della Belt & Road Initiative di Pechino, doveva essere una città futuristica costruita su quattro isole artificiali davanti a Singapore. Un investimento da circa 100 miliardi di dollari per ospitare fino a 700mila abitanti. Una città verde, internazionale, destinata soprattutto a investitori e residenti stranieri. Ma la realtà si è rivelata molto diversa: il progetto è stato rallentato dalla crisi immobiliare cinese, dalle restrizioni ai capitali e dalla pandemia. Oggi Forest City cerca una nuova identità come zona finanziaria speciale, anche perché in pochi hanno scelto di trasferirsi lì. Joseph Rahman in un’analisi pubblicata su “Foreign Policy” non stenta a definirla “città fantasma” segnalando, in base a dati aggiornati al 2024, il poco lusinghiero numero di 9mila abitanti. È il caso perfetto di una città costruita prima della comunità.
La natura come utopia: Liuzhou e la città foresta mai nata
Non tutte le utopie urbane hanno avuto come protagonista la tecnologia. Nel 2017 l’architetto Stefano Boeri presentava in Cina il progetto di Liuzhou Forest City, una città ricoperta di alberi e piante pensata per assorbire CO₂ e contrastare l’inquinamento. L’immagine era potentissima: una metropoli dove natura e architettura non erano più opposte. Ma anche questo progetto è rimasto soprattutto un affascinante masterplan. La città foresta rappresenta un’altra grande domanda del nostro tempo: la natura può diventare una vera infrastruttura urbana o rischia di trasformarsi soltanto in una nuova estetica del futuro?

Il domani non sarà una città perfetta
Dalla città delle utopie alla città “possibile”. La storia delle utopie urbane racconta una contraddizione: più aumenta la complessità della vita nelle metropoli, più cresce la tentazione di immaginare luoghi completamente nuovi, ordinati e controllabili. Ma le città non sono macchine. Sono organismi vivi, fatti di economia, cultura, conflitti, migrazioni, stratificazioni e imprevisti. “Il vero tema dei prossimi decenni sarà trasformare le grandi metropoli esistenti”, conclude Giuricin. “Da Milano a Londra, da Singapore a Tokyo, la sfida è renderle sempre più efficienti e vivibili, anche quando raggiungono dimensioni paragonabili a quelle di intere nazioni”.


