Non ci si aspetterebbe di vedere l’Hangar Bicocca trasformato, in una serata di dicembre, in un cinema d’essai. Eppure è quello che è successo. Nelle navate di quello che si conferma uno degli spazi più incandescenti di Milano, centinaia di sedie ad accogliere una folla silenziosa e attenta, quasi fantasmatica nel buio, e poi, sullo schermo, gli anni Ottanta che esplodono. La proiezione di Liberty’s Booty – pellicola verità della regista irlandese Vivienne Dick, dove si muove una Nan Goldin non ancora trentenne – precipita gli spettatori nella New York del 1980, quella di Robert Mapplethorpe con il chiodo indossato sulla pelle nuda e quella di Jean-Michel Basquiat innamorato di Madonna e di Andy Warhol, e li porta dentro un piccolo appartamento di una casa grigia, con le scale antincendio a ricamare la facciata scrostata, per seguire la vita di tre giovani sex workers che ridono, scherzano, si mettono lo smalto sulle unghie, vanno a fare passeggiate in montagna, quando possono, e ogni tanto litigano con un cliente che non ha capito come funziona. Lo sguardo è leggero ma senza sconti, e quello che emerge è un racconto della prostituzione senza stigmi né pietà, visto dalla parte di lei. Anche quello, per certi versi, bandiera di una “liberty” che qualche volta passa attraverso strade complesse (non dimentichiamoci che l’unica categoria di donne libere, nel Rinascimento, era quella delle cortigiane, che si mantenevano da sole – alcune assai bene – e che spesso erano colte, conoscitrici dell’arte e magari poetesse). E del resto liberty’s booty si può tradurre come “il bottino della libertà”.

La musica che trapana i timpani è quella di quegli anni – qualcuno, in sala, batte il piede a ritmo e si tuffa nei ricordi – e i colori accesi non perdono splendore nella pellicola vintage, dalle luminosità sovraesposte, figlia e sorella di quelle foto mai in posa, mai studiate, che Goldin ci ha insegnato ad amare con la sua travolgente Ballad of sexual dependency. E la Ballad è lì, traspare dalla storia delle tre ragazze, si lascia intuire attraverso indizi seminati come in un buon poliziesco, ad esempio nell’abito bianco bordato di rosso appeso in una delle camere che noi improvvisamente riconosciamo per averlo visto indossato in una delle foto più iconiche del progetto (Trixie on the cot, 1979), e poi della Ballad è intrisa tutta la scena finale: il ballo alcolico e sfrenato i cui protagonisti sono gli stessi che Goldin, scatto dopo scatto, ci ha insegnato a conoscere.

Dopo la proiezione, tra gli applausi, arrivano: Vivienne Dick con un caschetto candido e una gran voglia di raccontarsi, Nan Goldin in tailleur pantalone e scarpe comode, con gli stessi riccioli che sfoggiava da ragazza e una riservatezza che la spinge a parlare poco – una voce calda, avvolgente – ma non per questo a nascondere le verità scomode di una storia come la sua.

La verità che ha raccontato scatto dopo scatto, per oltre quarant’anni, proprio nella monumentale Ballata che naturalmente è in mostra (This will not end well è in programma all’Hangar fino al 15 febbraio), in uno di quegli spazi silenziosi e appartati messi a disposizione del pubblico: fuoco di fila di abbracci e di storie infelici, di lacrime e di sesso, di speranze e di rimpianti. È l’opera assoluta di Goldin – non per niente lo spazio dedicatole è quello più ampio. Ma in mostra va guardato tutto, vale la pena di prendersi almeno due ore. Per non rischiare di trascurare Memory lost, per esempio, una serie di scatti datati dal 2019 al 2021 dove il paesaggio diventa metafora della dipendenza e dell’astinenza, o Stendhal syndrome, del 2014, che affianca opere d’arte a ritratti di amici dell’artista. Oppure il poetico The other side, delicati ritratti di amici transgender, omaggio, anche, al suo primo vero amico, quel David Armstrong che fu la sua musa, il suo primo soggetto quando lei, fuggita da una famiglia gelida e dal suicidio della sorella Barbara, trovava nel mondo underground una nuova tribù, quella vera, in cui crescere libera e diventare un’artista.


