Le stampe di Max Ernst alla corte di Vigoleno, quasi 90 anni dopo

C’è stato un quindicennio (tra il 1921 e il 1935) in cui il castello di Vigoleno (borgo medievale dell’Appennino piacentino) era diventato un fertile centro attrattore grazie alla corte culturale realizzata dalla principessa Maria Ruspoli. Nelle stanze del cosmopolita maniero hanno lasciato la loro impronta l’attore statunitense Douglas Fairbanks, il letterato francese Jean Cocteau, l’attrice hollywoodiana Mary Pickford, il pianista di origine polacca Arthur Rubinstein, la ballerina russa Anna Pavlova, il nostro letterato Gabriele D’Annunzio, l’artista russo Alexandre Jakovleff, la giornalista statunitense Elsa Maxwell. E soprattutto il grande surrealista Max Ernst.

A cent’anni esatti dalla nascita del movimento artistico e culturale che, quasi unico tra le correnti artistiche, ha permeato ogni ambito della creatività, nella navata unica del tardo-rinascimentale Oratorio della Madonna delle Grazie ha avuto avvio da qualche giorno una piccola grande mostra legata alla ricorrenza e permeata dal soggiorno in loco di Ernst.

fotografia di Emanuele Franchi

“Alla corte della principessa. Max Ernst: une semaine de bonté” è una promenade tra 18 stampe tratte da un’edizione del romanzo per immagini, appunto “Une semaine de bonté”, il cui terzo capitolo l’artista realizzò durante il proprio soggiorno alla corte Ruspoli. “Si tratta di una ulteriore chiave di lettura del suo soggiorno – ci dice Emanuele Franchi che, insieme ad Elisa Gennari e il loro sodalizio artistico Hereditas, ha organizzato e curato la mostra.

“Le stampe di questa raccolta sono state concepite e composte a Vigoleno, nel 1933 – afferma Elisa Gennariper poi pubblicarle l’anno successivo a Parigi. Questa mostra intende rinverdire questo passaggio culturale messo un po’ in ombra e dare valore e centralità a Vigoleno e ai boschi circostanti che furono luogo di silenziose passeggiate compiute da Ernst nel suo periodo vigolenese”.

Supportata dal Comune di Vernasca, del quale Vigoleno ne rappresenta una pregiata frazione, e integrata alle visite del castello, la mostra che i due giovani curatori (mezzo secolo anagrafico in due) hanno realizzato si presenta con un allestimento semplice e suggestivo che riprende, grazie anche a una pavimentazione site-specific di Gerardo Minicozzi, l’architettura ad albero settimanale su cui è strutturata l’opera di Ernst (e che richiama l’opera La foresta imbalsamata, il cui titolo fu suggerito all’artista da un’inserviente che aveva accompagnato la principessa a una messa in scena dell’Aida verdiana – è il passaggio in cui il padre di Aida le si rivolge dicendole «rivedrai le foreste imbalsamate, le fresche valli, i nostri templi d’or»). Ma, ci avvertono i due curatori, “mentre nell’opera la settimana ha inizio di domenica e termina sabato, noi abbiamo voluto iniziare di martedì per concludere la promenade di lunedì”.

fotografia di Emanuele Franchi

Le stampe che compongono “Une semaine de bonté” sono, nella totalità del progetto artistico, 182, e sono illustrazioni in pieno stile surrealista realizzate da Max Ernst grazie alla tecnica del collage di immagini grafiche riprese da volumi enciclopedici e romanzi di fine ‘800 che, nel caso di quelle esposte, appartenevano alla biblioteca della principessa Ruspoli. “Tanti sono infatti i libri ritrovati tra gli scaffali della nobildonna – continuano gli organizzatori – che hanno porzioni mancanti e che sono state tagliate dalle forbici di Ernst e poi usate nelle stampe finali.” Il sottotitolo dell’opera richiama i sette peccati capitali (molti volumi da cui Ernst ha ritagliato le immagini sono di epoca vittoriana) e in effetti tante sono le scene di vizi e quotidiano agire presenti nelle stampe, a volte con i riconoscibili stilemi surrealistici (le stampe sono senza titolo e pertanto ci risulta impossibile fare la descrizione di opere specifiche).

fotografia di Emanuele Franchi

Oscillando tra scene fiabesche, oniriche, allegorie e immagini pervase da cupo terrore, le stampe esposte sono apparentemente semplici ma, in realtà, nascondono molto bene le aggiunte dell’artista. E scorrono davanti ai nostri occhi baci romantici e inquietanti allo stesso tempo, metafisiche mani che si stringono, figure animali ibride (metà uomo e metà bestia), nudità umane con testa animale, rievocazioni in chiave allegorica e grottesca di celebri passaggi storici della storia, magnifiche scene dell’uomo/non uomo allo specchio che richiamano il cinema contemporaneo all’artista, e tutto sembra un inno alla creatività, alla libertà espressiva che deve rivelare a proprio modo i moti dell’animo, al confine tra irrefrenabile creatività e grottesca follia, tra reale e dimensione da sogno.

Completano la mostra un video dal grande valore introduttivo e didattico e l’esposizione di due volumi dell’opera completa, uno in lingua originale (francese) e la relativa traduzione Adelphi.

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Giovanni Crotti
Giovanni Crotti
Sono Giovanni Crotti, classe 1968, e mi sento in dovere di ringraziare la scrittura perché sospinge la mia vita. Coltivo dentro di me moltitudini che mi portano a indagare, conoscere, approfondire ogni espressività culturale e creativa, per poi scriverne cercando sempre di essere chiaro e documentato nei contenuti.

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