L’effervescenza artistica di Dakar fa fronte allo slittamento della più grande Biennale d’Africa.

Nel mese di aprile, proprio nelle settimane antecedenti l’apertura della Dak’Art, senza ombra di dubbio la più grande e longeva biennale dell’Africa, il Ministro della Cultura del Senegal ha bruscamente deciso di posticipare l’evento. La motivazione ufficiale del rinvio trova radici nelle agitazioni derivanti dal recente scenario politico che ha visto l’ex presidente proporre uno slittamento delle elezioni nazionali.

Il noto esempio di eccezionalismo democratico del Senegal, in un continente spesso soggetto a colpi di stato militari, sembrava vacillare. I manifestanti diedero vita a proteste ardenti, finanche incendiando pneumatici. Le forze dell’ordine risposero con lanci di gas lacrimogeno. Nel mezzo di questo caos, le preparazioni per la Biennale proseguirono indisturbate, con centinaia di opere d’arte che giungevano da ogni parte del mondo per il loro debutto a Dakar.

La decisione last minute del Ministro suonò maldestra, soprattutto considerando gli artisti, i collezionisti e i curatori provenienti da ogni angolo del globo che avevano organizzato il loro viaggio nei minimi dettagli e che non potevano annullare le loro prenotazioni con facilità. Curiosamente, lo slittamento dell’evento sembrava fare eco alla proposta dell’ex presidente di posticipare le elezioni nazionali.

Eppure, proprio come i cittadini del Senegal si erano riversati per le strade a difesa della democrazia, la comunità creativa si riunì in solidarietà per le arti, annunciando più di 200 eventi in tutta la città nelle settimane seguenti. Quella che ne conseguì fu una miscellanea frenetica, spesso deliziosa e occasionalmente rigorosa di mostre, dibattiti e feste che segnarono un importante momento di svolta nell’autonomo slancio dell’arte contemporanea africana.

Le molteplici attività furono prontamente organizzate attraverso un nuovo profilo Instagram, #theoffison, subito cambiato in #thenonoffison, indice della vivace spontaneità che alimentava l’evento. Spazi pubblici “pop-up” di ogni sorta offrivano un contrasto netto all’austerità dell’ex Palais de Justice, il quale aveva servito come fulcro della Biennale ufficiale nelle edizioni passate. Le sedi delle varie iniziative spaziavano dai grandi centri culturali legati allo Stato, fino ai più reconditi angoli della metropoli.

Questa non-Biennale, con molte delle mostre visibili fino a settembre, ha presentato notevoli differenze rispetto alle precedenti 14 edizioni della Dak’Art. “Partecipai [alla Biennale] due anni fa e ricordo la qualità e l’impegno degli spazi,” commentò l’artista Zohra Opoku, “ora sembrava quasi irriconoscibile il fatto che la sede principale della Biennale di Dak’Art non facesse più parte dell’evento”.

Se la Dak’Art nasceva, almeno in parte, con l’intento di destabilizzare il divario tra centro e periferia, questa ultima iterazione ha esteso tale gesto ancora più in là. E che potrebbe essere più destabilizzante di una non-Biennale nel cuore dell’arte mondiale del Global South?

Tra la moltitudine di media artistici rappresentati dal #thenonoffison, si è affermata una forte tendenza verso la fotografia, il video e il lavoro sui tessuti, da sottolineare l’esposizione dell’artista Zohra Opoku, “With Every Fiber of (my) Being” e il lavoro di Black Rock Senegal con la loro mostra “Encounters”. Senza dimenticare l’omaggio alla tradizione artistica senegalese, con l’esposizione dell’opera di Ousmane Sow e Aliou “Badu” Diack.

In questo nuovo scenario artistico, Dakar ha dimostrato che la creatività e la solidarietà possono essere l’ancora di salvezza anche nei momenti di crisi. Un esempio luminoso di resilienza e passione per l’arte che non potrà che lasciare un segno indelebile nella storia dell’arte contemporanea africana.

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