In questa terza e ultima parte, l’avvocato Simone Facchinetti, esperto in diritto dell’arte e fiscalità del mercato internazionale, affronta la fase più strategica della crisi: quella in cui il diritto incontra l’opportunità.
Dopo aver analizzato lo shock del mercato e il labirinto sanzionatorio, l’attenzione si sposta ora sugli strumenti giuridici di protezione e sulle dinamiche di investimento che emergono nei contesti di conflitto. Perché ogni crisi, nel mercato dell’arte, non è solo una frattura: è anche una ridefinizione degli equilibri di valore.
È qui che si apre una domanda cruciale: chi è in grado di muoversi nel momento di massima incertezza è anche chi intercetta il ciclo successivo di crescita.
GLI STRUMENTI GIURIDICI DI PROTEZIONE E LA FINESTRA STRATEGICA: CHI SI MUOVE ORA CATTURA IL CICLO
L’analisi dei precedenti storici è inequivocabile e offre a operatori e investitori una mappa di navigazione precisa. La Guerra del Golfo 1990–1991 ha prodotto una contrazione del 28% nel mercato dell’arte islamica a Londra durante il conflitto, seguita da un incremento del 47% nei valori di aggiudicazione tra il 1992 e il 1995. Il conflitto in Iraq del 2003, pur devastando il mercato dell’arte mesopotamica classica, ha paradossalmente generato l’esplosione del mercato dell’arte contemporanea araba in Occidente — con Art Dubai fondata nel 2007 proprio nel pieno del boom post-conflitto.
Il quadro giuridico-contrattuale ha sviluppato, nell’ultimo decennio, strumenti specifici per la gestione del rischio bellico nelle transazioni artistiche. La clausola di sospensione per Evento Bellico nelle compravendite di opere d’arte sospende automaticamente il trasferimento del titolo di proprietà dalla data dell’evento bellico — definito con precisione tecnica come qualsiasi conflitto che renda impossibile, illegale o materialmente rischioso il trasporto dell’opera, o che comporti l’applicazione di sanzioni internazionali che vietino la transazione tra le parti. Il prezzo concordato resta vincolante per 90 giorni dalla sospensione; trascorso tale termine senza normalizzazione, ciascuna parte ha diritto di recesso con restituzione dell’acconto versato, senza penali. Durante il periodo di sospensione, la custodia fisica dell’opera rimane in capo al venditore, ma i costi di custodia e l’obbligo di rinnovare la polizza assicurativa con copertura war risk ricadono sul compratore.
Per i prestiti museali internazionali, la clausola di forza maggiore prevede la sospensione obbligatoria della restituzione quando il trasporto verso la destinazione sia reso impossibile da cause belliche o da sanzioni internazionali. Il museo ospitante ha il diritto e l’obbligo di trattenere l’opera, con oneri di notifica immediata, reportistica mensile sullo stato di conservazione e rinnovo della copertura assicurativa war risk entro 10 giorni dall’attivazione della sospensione. La durata massima della sospensione è fissata in 18 mesi, al termine dei quali le parti devono concordare il deposito dell’opera in un Freeport neutrale — Ginevra o Lussemburgo — o il trasferimento a una terza sede sicura, con aggiornamento del valore assicurato al fair market value certificato da perizia indipendente.
I Freeport europei costituiscono in questo scenario lo strumento di protezione patrimoniale primario. Il Geneva Freeport — il più grande al mondo per valore delle opere custodite, stimato a 100 miliardi di dollari — e il Luxembourg Freeport offrono la separazione strutturale tra rischio geopolitico del paese di residenza del collezionista e rischio fisico dell’opera. I dati del conflitto confermano la tendenza: nelle prime due settimane dall’inizio delle ostilità, i Freeport di Ginevra, Lussemburgo e Singapore hanno ricevuto oltre 200 nuove richieste di deposito da collezionisti della regione MENA, con le principali società di fine art logistics che riportano aumenti delle richieste tra il 40% e il 60%.
«L’Italia ha tutti gli strumenti per essere il partner privilegiato della ricostruzione culturale postconflitto. La finestra è adesso: le relazioni si costruiscono durante la crisi, non dopo.»
Per i collezionisti strategici e i fondi di art investment, le opportunità eticamente e legalmente sostenibili nella finestra marzo–settembre 2026 sono identificabili con precisione. Il segmento a più alto rapporto rischio/rendimento atteso — con proiezioni di crescita tra il 40% e l’80% su un orizzonte di 3–5 anni — è quello degli artisti iraniani della diaspora: Parviz Tanavoli, Shirin Neshat, Farhad Moshiri, Monir Shahroudy Farmanfarmaian, Rokni Haerizadeh. Le opere sono fisicamente in Occidente, i venditori non sono sanzionati, la catena documentale è chiara. La condizione necessaria e sufficiente: screening OFAC e EU del venditore prima di ogni acquisto. Un acquisto da un soggetto incluso nella SDN List — anche se l’opera è fisicamente a Londra — configura una violazione delle sanzioni con conseguenze penali immediate.
Il segmento dell’arte islamica classica con provenienza documentata ante-1970 offre opportunità di acquisizione a prezzi di crisi con rendimento atteso tra il 20% e il 40%, con l’avvertenza che qualsiasi opera priva di documentazione completa deve essere categoricamente esclusa: il risparmio sul prezzo non compensa il rischio di confisca futura e di responsabilità penale del compratore. Le categorie a provenienza non verificabile — in particolare qualsiasi opera con ultimo passaggio documentato in Iran dopo il 1975 — devono essere evitate in modo assoluto, indipendentemente dall’attrattività del prezzo.
Sul piano strutturale, l’Italia si trova in una posizione di vantaggio competitivo che deve essere capitalizzata rapidamente. Con 58 siti UNESCO, il sistema di tutela del patrimonio culturale più avanzato al mondo, i Carabinieri TPC riconosciuti internazionalmente come eccellenza nelle forze di polizia specializzate, e accordi bilaterali già attivi con UAE (MOU MAECI 2021) e Arabia Saudita (MOU MiC 2019), il Paese ha tutti gli strumenti per porsi come partner privilegiato nella ricostruzione culturale post-conflitto. I programmi Vision 2030 dell’Arabia Saudita — oltre 15 miliardi di dollari investiti nel settore culturale entro il 2030, con il distretto di Diriyah, il progetto NEOM e l’AlUla Arts Festival — rappresentano la più grande opportunità strutturale per il mercato dell’arte della regione nel prossimo decennio.
La finestra per consolidare le relazioni con i principali operatori e istituzioni della regione è questa: durante la crisi, non dopo. Miart Milano, Artissima Torino, Fondazione Prada, l’ICE Dubai e il MiC devono coordinarsi adesso per trasformare la disruption del conflitto in un vantaggio posizionale duraturo per il sistema arte italiano. Chi comprende che le crisi geopolitiche non distruggono il valore del mercato dell’arte, ma lo ridistribuiscono geograficamente e lo moltiplicano nella fase post-bellica, è già un passo avanti.


