In questa analisi in 3 puntate, l’avvocato Simone Facchinetti, esperto in diritto dell’arte e fiscalità del mercato internazionale, affronta una delle questioni meno visibili ma più decisive delle crisi geopolitiche: l’impatto diretto dei conflitti armati sull’ecosistema globale dell’arte.
Quando scoppia una guerra, l’attenzione si concentra su dimensioni militari e umanitarie, ma le onde d’urto raggiungono rapidamente anche i mercati culturali: fiere cancellate, aste sospese, spedizioni bloccate e capitali che cambiano improvvisamente destinazione.
Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele nel febbraio 2026 ha mostrato con chiarezza quanto il mercato dell’arte sia ormai intrecciato agli equilibri geopolitici globali. In pochi giorni l’escalation nel Golfo Persico ha colpito direttamente uno dei poli emergenti del sistema dell’arte internazionale, la regione MENA, con effetti immediati su gallerie, case d’asta e collezionisti.
Facchinetti analizza il fenomeno da una prospettiva giuridica ed economica: dallo shock iniziale sul mercato alla tutela del patrimonio culturale in tempo di guerra, fino alle dinamiche speculative che spesso accompagnano le crisi geopolitiche.
PT.1: Lo shock bellico e il crollo del mercato: quando l’arte incontra la guerra
Il 28 febbraio 2026, l’offensiva militare congiunta tra Stati Uniti e Israele contro le infrastrutture nucleari iraniane ha innescato una escalation che, nel giro di cinque giorni, ha trasformato il Golfo Persico in un teatro di crisi sistemica. Lo Stretto di Hormuz — arteria attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio — è stato de facto bloccato dal 1° marzo. Le onde d’urto non hanno tardato a raggiungere il mercato dell’arte: con una rapidità che non stupisce chi conosce la struttura profondamente geopolitica di questo settore, le prime vittime sono state le istituzioni culturali della regione MENA (Middle East & North Africa).
Il rischio di una cancellazione di Art Dubai 2026 — emerso dopo il 9 marzo, a poche ore dal secondo bombardamento missilistico iraniano su obiettivi negli Emirati — rappresenta oggi il segnale simbolico più immediato della fragilità del sistema. Novanta gallerie da quarantasette paesi, centinaia di collezionisti istituzionali e privati, un fatturato diretto stimato tra 60 e 80 milioni di dollari per l’edizione 2025: un ecosistema che, in caso di stop, verrebbe improvvisamente azzerato. Le perdite aggregate per l’intera filiera — gallerie, spedizionieri, assicuratori, strutture alberghiere — potrebbero oscillare tra i 15 e i 25 milioni di euro. Le gallerie italiane, già esposte sul piano logistico e commerciale, subirebbero danni diretti immediati.”
Sotheby’s ha sospeso l’asta di Arte Islamica prevista a Doha per il 15 marzo 2026, dirottando un catalogo stimato a oltre 8 milioni di dollari verso Londra. Christie’s ha annullato i viewing privati a Dubai, Bonhams ha rinviato sine die le vendite ad Abu Dhabi. Le tre principali case d’asta del mondo hanno contestualmente notificato ai propri buyer regionali la sospensione delle spedizioni verso UAE, Qatar e Bahrein.
«Il mercato dell’arte non è soltanto un mercato di beni: è un mercato di narrazioni, identità culturali e capitali in cerca di protezione. Le crisi geopolitiche non distruggono il valore — lo ridistribuiscono.»
I dati delle prime aste post-conflitto, tenutesi a Londra tra il 4 e il 7 marzo 2026, confermano con precisione il pattern già osservato in occasione della Guerra del Golfo 1990–1991 e dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Il segmento dell’arte islamica classica ha segnato un crollo del 30–35% nei prezzi di aggiudicazione, con il buy-in rate — cioè la percentuale di lotti rimasti invenduti — balzato dal 22% al 51%. Un dato che non lascia spazio a interpretazioni: i compratori del Golfo erano assenti, e i compratori europei erano paralizzati dall’incertezza.
Il paradosso, tuttavia, è già in atto. L’arte contemporanea degli artisti iraniani della diaspora ha reagito in senso opposto: per nomi come Shirin Neshat e Parviz Tanavoli si sono registrate variazioni positive tra il 20% e il 35%, sospinte da una domanda speculativa di acquirenti occidentali che anticipano — con fondamento storico — un ciclo di crescita prolungato. Il meccanismo è lo stesso che tra il 2012 e il 2015 aveva visto i prezzi degli artisti iraniani della diaspora a Londra e New York crescere del 60–80% nonostante — o proprio a causa di — l’inasprimento delle sanzioni nucleari internazionali. La scarsità percepita delle opere in circolazione, unita alla visibilità critica di artisti provenienti da un paese «proibito», produce effetti di mercato che sfidano ogni logica convenzionale.
Il patrimonio culturale fisicamente presente in Iran costituisce un’ulteriore fonte di allarme. Ventisette siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO — da Persepoli alle necropoli sasanidi — e oltre 300.000 oggetti custoditi nel Museo Nazionale di Teheran. La Convenzione dell’Aja del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato obbliga formalmente le parti belligeranti alla tutela di tali siti. Il problema è che gli USA hanno ratificato il Secondo Protocollo della Convenzione soltanto nel 2009, mentre Israele non lo ha ancora ratificato. L’asimmetria giuridica che ne risulta riduce concretamente la portata degli obblighi di protezione, rendendo la posizione dell’UNESCO — che ha già inviato comunicazioni formali alle tre parti — priva di strumenti coercitivi efficaci.
Nel prossimo articolo l’analisi si sposterà su un terreno ancora più delicato: il labirinto delle sanzioni internazionali e i rischi giuridici per il mercato dell’arte, dove l’avvocato Facchinetti esaminerà come i regimi sanzionatori legati al conflitto possano trasformare operazioni apparentemente legittime — acquisti, vendite, prestiti museali o movimentazioni di opere — in potenziali violazioni penali.



