Leonardo Parlante: al Castello Sforzesco un progetto che rimette al centro la lingua italiana

Leonardo Parlante. Micanti, salvatiche e infallanti. Le parole di Leonardo in mostra (visibile fino al 31 gennaio), presentato al Castello Sforzesco in occasione di BookCity 2025, è un progetto che riporta l’attenzione su un aspetto meno conosciuto di Leonardo da Vinci: il suo rapporto con la lingua italiana. L’iniziativa, curata da Sabrina D’Alessandro, prende infatti spunto da una serie di elenchi di vocaboli che Leonardo aveva annotato nel Codice Trivulziano, oggi conservato proprio nell’Archivio del Castello. Si tratta di pagine in cui compaiono migliaia di parole (ottomila per la precisione), spesso raggruppate senza un ordine evidente, che rivelano quanto il genio toscano osservasse la lingua con la stessa curiosità che riservava alle scienze e al disegno.

Sabrina-DAlessandro-URPS-Leonardo-Parlante-Purita-2025-installazione-Courtesy-the-artist-and-Casa-degli-Artisti-ph.-©Filippo-Romano

Approcciando il progetto, ciò che colpisce specialmente non è solo la quantità di termini che Leonardo aveva raccolto, ma il fatto che oggi la maggior parte di questi ci appaiano remoti o fuori uso. Sono proprio questi ultimi a cui la curatrice sceglie di dare una nuova vita, traducendoli in sculture collocate nei cortili e ai quali viene conferito un peso visivo grazie alla solidità di materiali come la terracotta e il metallo. “Le parole volano e bisogna dargli un corpo solido per farle restare”, racconta D’Alessandro, tra le altre cose, fondatrice dell’URPS – Ufficio Resurrezione Parole Smarrite. Non si tratta di ricostruire un linguaggio arcaico, ma di promuovere nel pubblico la consapevolezza di quanto sia ricco l’italiano – spesso ce ne dimentichiamo. Non possiamo permettere che il suo valore si disperda, ma al contrario dobbiamo riportarlo alla luce. 

A livello visivo, attraversando il Cortile delle Armi, si scorge in mezzo all’erba una grande installazione che recita: Salvatica, un aggettivo interpretato da Sabrina D’Alessandro come «ciò che si salva». Si tratta di una scultura in terracotta dove, se ci si avvicina, ogni lettera rivela sulla propria superficie altre piccole parole incise. Da un lato si trovano virtù e pregi della natura umana, dall’altro difetti e vizi – per esempio Miseria e Largità, Virtù e Follia. Un’immagine densa e stratificata, fatta di dettagli e interpretazioni, che restituisce la complessità del vocabolario di Leonardo.

Sabrina-DAlessandro-URPS-Leonardo-Parlante-Plenitudine-2025-affissione-pubblica-Courtesy-the-artist-and-Casa-degli-Artist

Poco più in là, nella Corte Ducale, troneggiano invece due parole una di fronte all’altra, ossia Vanagroria e Purità. Riflessi in uno specchio d’acqua, questi due sostantivi si guardano e si scontrano nel loro opposto significato, come una dicotomia di moniti. Ma il progetto non si limita agli spazi interni del Castello Sforzesco, alcune parole tratte dal Codice Trivulziano compaiono anche sparse nella città di Milano, attraverso affissioni che le riportano nel quotidiano. È un modo semplice per ricordare che la nostra lingua è importante, tutti i giorni.

Ciò che Leonardo Parlante trasmette allo spettatore è un senso non indifferente di responsabilità, di chiamata in causa personale per tutelare le sfumature della nostra cultura che si stanno perdendo. Questo è un compito che non riguarda solo gli studiosi, ma tutti noi: una lingua più ricca offre più strumenti per descrivere il mondo e, quindi, per capirlo.

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Martina Bonetti
Martina Bonetti
Fotografa e collaboratrice di numerose testate online e cartacee, scrive di fotografia, design e arte contemporanea. Dopo aver studiato tra Milano e Londra, attualmente si occupa di Digital Communication e Press Office in ambito museale.

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