Con Artuu vi portiamo fianco a fianco dei curatori che stanno cambiando il volto dell’arte contemporanea in Italia. Abbiamo chiesto a sei voci emergenti della curatela di raccontarci la loro estate, tra progetti, ispirazioni e visioni future. Oggi ne parliamo con Irene Angenica.
Irene Angenica
Irene Angenica (Catania, 1991) è curatrice indipendente e mediatrice culturale, laureata in Arte Contemporanea e in Comunicazione e Didattica dell’Arte a Bologna. Ha svolto diversi progetti lavorativi tra Bologna, Barcellona e Torino, alcune delle realtà con cui ha collaborato sono: MACBA – Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona, Accademia di Belle Arti di Bologna, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Artissima – Fiera d’Arte, Fondazione Blueproject, Hangar.org. Nel 2019 ha frequentato CAMPO – corso per curatori tenuto dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e ha co-fondato CampoBase (collettivo curatoriale). Attualmente lavora come coordinatrice delle attività per il pubblico presso il museo MACRO di Roma.

Come cambia il tuo modo di lavorare nei mesi estivi? È un periodo di pausa o di semina per nuovi progetti?
Lavorando come freelance, il mio lavoro non segue una scansione stagionale così netta. Non esistono veri momenti di pausa o di “semina” in senso tradizionale: i progetti si intrecciano, si sviluppano e si trasformano durante tutto l’anno. Anche in estate continuo a lavorare in modo continuativo, seppure con ritmi che talvolta si adattano al contesto: può capitare, ad esempio, di lavorare da luoghi più informali, come il mare. Quest’anno, per esempio, sono coinvolta nel progetto Una Boccata d’Arte, che porta interventi artistici in borghi italiani. Seguo “Il corredo” di Gabriele Ermini a Oriolo Romano, alla casina di caccia di Villa Altieri, che prevede una serie di riattivazioni estive. Quindi sì, si lavora sempre.
Quanto conta l’estate per osservare, studiare e lasciarsi ispirare al di fuori degli spazi istituzionali?
Nel mio caso, osservare, studiare e lasciarsi ispirare al di fuori degli spazi istituzionali è una pratica costante, non legata a una stagione in particolare. Il mio lavoro si svolge spesso già fuori dai contesti ufficiali, in dialogo con territori, persone e situazioni che richiedono ascolto e adattamento. L’estate può facilitare certi spostamenti o creare atmosfere più distese, ma non è necessariamente più “produttiva” sul piano dell’ispirazione. Credo che la capacità di osservare e approfondire dipenda più da un’attitudine che da un calendario.
Raccontaci un dietro le quinte del tuo lavoro estivo che nessuno immagina, ma che è stato fondamentale.
C’è spesso l’idea che lavorare nel settore culturale, soprattutto d’estate, significhi muoversi tra stimoli leggeri e ispirazioni spontanee. In realtà, dietro ogni progetto – anche quelli che si svolgono in luoghi suggestivi o fuori dai circuiti consueti – c’è un grande lavoro di pianificazione, logistica, mediazione con le istituzioni, gestione di budget e tempistiche. Per il progetto Il corredo di Gabriele Ermini, ad esempio, abbiamo lavorato a lungo per costruire un dialogo attento con il luogo e la comunità di Oriolo Romano, in un contesto non scontato come il parco di Villa Altieri. È un lavoro che richiede tempo, precisione e tanta cura indipendentemente dalla stagione.


