Dalla piscina californiana di David Hockney alle spiagge geometriche di Jacopo Di Cera, l’immagine balneare è diventata, nell’arte contemporanea, un soggetto ricorrente e stratificato. Apparentemente innocuo, spesso banalizzato da cartoline e Instagram, il litorale è in realtà uno dei luoghi più fertili per osservare abitudini, desideri, paure. È il palcoscenico della libertà, del corpo, del tempo libero ma è anche lo spazio del controllo, dell’ossessione estetica, dell’ansia. Pittura e fotografia hanno saputo raccontarne i chiaroscuri con linguaggi diversi, capaci però di restituire lo stesso paradosso: la spiaggia come spazio di evasione che, sotto la luce violenta del sole, rivela ciò che siamo davvero.
David Hockney ha tradotto l’immaginario solare della California in un’icona pop. Le sue piscine — come nella celebre A Bigger Splash (1967) — sono set immacolati dove la figura umana è assente o ridotta a traccia. L’acqua è piatta, il cielo imperturbabile, tutto vibra di una luce che congela. Lo stesso avviene in spiaggia: colori brillanti, forme essenziali, ma nessuna vera presenza. Lo spettatore guarda una scena deserta dopo l’azione, come se il sole avesse già cancellato ogni memoria.

Anche Alex Katz, nei suoi bagnanti, elimina l’aneddoto. Sagome nette, statiche, su fondi piatti. La composizione è ridotta all’osso, la luce è diffusa e uniforme. In opere come Beach Stop (2001), i personaggi sono insieme vicini e lontanissimi: condividono lo spazio, non l’attenzione. La spiaggia si trasforma in teatro muto, dove la connessione sociale è solo apparenza.

Eric Fischl, invece, trasforma la spiaggia in un’arena drammatica. Nei suoi dipinti il corpo è protagonista. Sudato, nudo, accalcato. Le posture tradiscono disagio, desiderio, imbarazzo. Fischl mette in scena l’inadeguatezza della vacanza, l’incapacità di rilassarsi, la tensione nascosta dietro la pelle esposta.

Con un tono più onirico, Peter Doig costruisce paesaggi interiori. I suoi bagnanti compaiono in ambienti tropicali dai colori irreali, come in Figures in Red Boat (2005–07). L’atmosfera è sospesa, le luci innaturali. Il mare non invita, inquieta. La spiaggia diventa soglia tra giorno e notte, tra visione e sogno.

Nel campo fotografico, l’Italia offre uno sguardo inconfondibile con Massimo Vitali. Le sue panoramiche su spiagge italiane mostrano una moltitudine dettagliata: corpi reali, azioni quotidiane, colori sparsi. L’inquadratura dall’alto crea una distanza emotiva, ma l’accumulo di particolari restituisce un’immagine viva, pulsante. È uno studio sociale, antropologico, che trasforma la folla balneare in un’immensa scena corale.
Jacopo Di Cera, con il progetto Italian Summer, lavora sullo stesso soggetto ma con un impianto più grafico. I droni rivelano geometrie invisibili da terra: ombrelloni allineati, teli colorati, piccoli corpi. La spiaggia si fa pattern, codice estetico di un’identità nazionale estiva che appare ordinata, talvolta inquietante nella sua ripetizione.

Al contrario, Martin Parr cerca la dissonanza. Le sue immagini, come quelle della serie Beach Therapy, saturano i colori e comprimono le distanze. Corpi scottati, snack nella sabbia, occhiali fluo: tutto è eccessivo, ironico, reale. La spiaggia non è mai glamour, ma una prova di realtà, uno specchio sincero di ciò che siamo quando abbassiamo la guardia.

Franco Fontana porta invece la spiaggia all’astrazione. Le sue foto riducono il paesaggio a fasce orizzontali: cielo, mare, sabbia, in combinazioni cromatiche quasi pittoriche, come in Baia delle Zagare. I bagnanti, se ci sono, sono microscopici. L’elemento umano non disturba la quiete del colore. La spiaggia è pensiero, non scena.

Poi c’è Rineke Dijkstra, che ha trasformato la spiaggia in una stanza di posa a cielo aperto. Nella serie Beach Portraits, adolescenti in costume fissano l’obiettivo con candore e incertezza. Nessun artificio, solo luce naturale e sguardi diretti. La spiaggia diventa luogo di identità e transizione, una tappa silenziosa tra infanzia e età adulta.
Accanto a queste ricerche visive, emerge con forza teatrale l’opera Sun & Sea (Marina), Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2019. Ideata da Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė e Lina Lapelytė, è una performance-installazione che trasforma una spiaggia artificiale — allestita all’interno di un padiglione — in teatro lirico.
Lo spettatore guarda dall’alto, sulla sabbia ci sono bagnanti reali: leggono, dormono, si abbronzano, cantano. Le arie parlano di banalità quotidiane e catastrofi imminenti, una madre si preoccupa per il figlio, un turista lamenta la connessione lenta, una bambina parla della morte dei coralli. Tutto è dolce, solare, quasi indifferente. E proprio lì sta la potenza dell’opera: la spiaggia è un palcoscenico di inazione, un luogo dove ci si rilassa mentre il mondo brucia. L’apocalisse è già iniziata, ma stiamo ancora prendendo il sole. La sabbia è finta, la luce è elettrica, il canto è ipnotico, nulla scuote, tutto continua.
È questa, in fondo, la verità che accomuna pittori, fotografi e performer: la spiaggia è il luogo dove il nostro tempo si rivela per quello che è. Leggero, stratificato, disilluso. A volte bello, quasi sempre fragile.


