È appena arrivata su Netflix The Beast in Me, miniserie ideata da Gabe Rotter e diretta, tra gli altri, da Antonio Campos, e che, apparentemente, si presenta come un thriller psicologico su un vicino potenzialmente assassino. In realtà è anche – e forse soprattutto – un racconto su come l’arte attraversi le nostre vite, le nostre case, le nostre ossessioni. Tele, gallerie, quadri appesi e mai esposti non sono un semplice sfondo estetico: sono il modo in cui la serie parla di desiderio, potere, colpa e, sì, anche di quella “invidia del ricco” che oggi è quasi un genere a sé.
La protagonista è Aggie, scrittrice di non-fiction famosa e in panne, che si è ritirata in un’elegante casa a Oyster Bay dopo un lutto che ha distrutto la sua vita privata: la perdita del figlio in un incidente d’auto. Nella villa accanto arriva Nile Jarvis, miliardario dell’immobiliare con una prima moglie scomparsa in circostanze mai chiarite. Aggie fiuta subito la storia perfetta per tornare a scrivere e, mentre osserva Nile dalla finestra, noi osserviamo lei. Ma a tenere insieme il suo passato e il presente non è solo il vicino: è un dipinto.
Nel soggiorno di Aggie c’è un quadro impossibile da ignorare: un ritratto di Shelley, la sua ex moglie, insieme al loro bambino. È una tela figurativa, carnale, niente affatto decorativa. Un’immagine che pesa nella stanza come una presenza viva e che racconta la perdita meglio di qualsiasi dialogo. Quando, più avanti, Nina – la nuova moglie di Nile, gallerista a New York – vede quel quadro, non riesce a trattarlo come semplice soprammobile emotivo: ne riconosce subito la qualità pittorica, arrivando a evocare, come riferimento, un nome pesante come Lucian Freud. È un momento chiave: la serie prende sul serio l’arte di Shelley e la distingue nettamente dalle pareti “di tendenza”.

Da lì si capisce che per Shelley dipingere non è un hobby consolatorio, ma una strada vera. Nina va nel suo studio, guarda altre opere, le propone di esporre in galleria. È l’incontro tra due mondi: da un lato l’artista che lavora ai margini, dall’altro chi conosce le regole del sistema, le sue vetrine, le sue liste di collezionisti. L’arte qui non è romanticizzata: è fatta di entusiasmo e promesse, ma anche di opportunità che si aprono e si richiudono in fretta. A Shelley, quella possibilità di mostrare il proprio lavoro viene sfilata da sotto i piedi. Non perché i quadri non siano all’altezza, ma perché entra in gioco un intreccio di reputazioni, relazioni pericolose e convenienze. È uno dei gesti più crudeli della serie, e non c’entra un coltello: è il rifiuto elegante, motivato, che lascia un’artista fuori dalla porta.
In parallelo, intorno a Nile e alla sua prima moglie Madison si muove un altro pezzo di mondo dell’arte. Madison non la conosciamo davvero, se non attraverso racconti, immagini, frammenti: è la moglie scomparsa, l’ombra che abita ogni scena in cui si parla di lui. Ma il suo passato tocca l’ambiente delle gallerie, della produzione culturale, del giornalismo d’arte. È come se attorno alla figura di Nile gravitassero continuamente donne che fanno arte, che la mediano, che la raccontano – e puntualmente ne pagano il prezzo.

Nel frattempo le case dicono più di molti dialoghi. Gli interni di Nile e Nina sembrano usciti da un rendering di architettura di lusso: superfici lisce, grandi vetrate, opere alle pareti che gridano “status”. Sono lo sfondo perfetto per quella narrativa contemporanea che ama mettere sotto processo i super-ricchi: è difficile non provare un misto di fascinazione e fastidio davanti a tanto controllo estetico. La casa di Aggie, invece, è un turbine di emozioni: qualche quadro importante, tanto disordine e oggetti sparsi in un ambiente che forse un tempo ha covato felicità e speranza.
Ciò che rende la serie interessante per chi si occupa di arte contemporanea è proprio questa costellazione: un miliardario che usa gli oggetti d’arte come scenografia esistenziale, una donna scomparsa che orbitava nello stesso ecosistema di immagini. Senza mai trasformarsi in trattato, The Beast in Me insinua una domanda insistente: chi viene messo in cornice, e da chi?
Intorno, lavora anche un’altra corrente sotterranea: la pulsione a giudicare il privilegio. La ricchezza di Nile rende tutto sospetto, ogni gesto potenzialmente calcolato. Ma la serie non si limita al semplice “odio il ricco”: mostra come il potere passi, in modo sottile, dalla capacità di controllare la narrazione su di sé. L’arte – i quadri, le esposizioni mancate, le case perfette – è uno degli strumenti di questo controllo. (Spoiler) Ed è proprio nel luogo più controllato, ovvero l’interno della galleria di Maddison, che avviene l’omicidio: l’arma del delitto? Una statua.
Il merito di The Beast in Me sta nel far convivere due livelli: da un lato il piacere puro del thriller, con i suoi sospetti, i non detti, i flashback dosati; dall’altro un discorso più lento, più sottile, su come l’arte entri nelle relazioni e le deformi. Il quadro di Shelley con il figlio, appeso nel salotto di Aggie, resta la vera immagine fantasma della serie: non è in vendita, non è in mostra, non è neutro. È lì a ricordare che ci sono dolori che non si possono lucidar via, e che per quanto si cerchi di ordinare le cose in belle stanze luminose, da qualche parte una tela continua a guardarci di traverso.


