L’impercettibile presenza di Lorena Bucur incornicia la vetrina di Platea a Lodi

Lorena Bucur (Cremona, 1996) lavora su ciò che esiste. Interviene nello spazio con discrezione, quasi come se l’opera fosse sempre stata lì, attaccata alle pareti, mostrando le imperfezioni e i paesaggi frantumati nell’incontro con la materia. La stessa frammentazione delle immagini impresse nella memoria è soggetta a propria temporalità tra dimenticanza, spazi vuoti e oblio. L’opera si trova all’esterno, sui due piedritti della vetrina di Platea di Palazzo Galeano a Lodi (nata nel 2020 dall’iniziativa dei soci fondatori: Claudia Ferrari, presidente, Laura Ferrari, vicepresidente, Carlo Orsini, direttore artistico, Luca Bucci, progettista, Lorenzo Bucci, social media e Gianluigi Corsi, tesoriere),  e all’interno nell’architrave, un punto che non si vedrebbe se non fosse per le pareti specchianti di Liliana Moro. 

Resto poco, torno presto è il terzo appuntamento di una mostra da poco inaugurata, che procede per capitoli consequenziali che non annullano e cancellano le precedenti, ma dialogano l’una con l’altra proprio attraverso quelle presenze congiunte. La vetrina rappresenta un luogo di passaggio per la sua naturale funzione espositiva, tanto più qui poiché è collocata all’interno dell’edificio del XVII secolo che incornicia l’angolo di Corso Umberto I, al 46, ed è affacciata quasi di fronte alla Chiesa di San Filippo davanti alla fermata del bus, diventando un inciampo accidentale per il pubblico tra riflessioni ottiche e espedienti estetici (il vetro). 

Close-up of a purple peeling wall next to a storefront with glass doors and yellow vertical posts in the background.
Lorena Bucur, Resto poco, torno presto (dettaglio), 2026. Courtesy: l’artista e Platea | Palazzo Galeano, Lodi. Foto: Alessio Belloni

Le opere di Bucur si inseriscono nel terzo appuntamento di Fivefold Tuning pensato per questa edizione da Giovanna Manzotti, cui è stata affidata la programmazione per l’anno 2026, iniziata a marzo e che si concluderà il 15 gennaio 2027 e che vede affiancare alla documentazione prodotta per le mostre il progetto grafico di Carolina Incerti. Manzotti rivede l’idea della vetrina come formato espositivo alterandone la funzione, spingendosi oltre e introducendo un sistema che rompe l’intento iniziale dello spazio dedicato a  un’artista per volta. Crea “[…] una serie di incontri tra opere che abitano uno spazio collettivo”, come scrive nel comunicato, in una successione di rimandi (inaspettati) estetici, stilistici e di contenuto che attivano le opere originarie proprio attraverso le intromissioni e le interferenze nello spazio, producendo, alla fine del percorso, una narrazione unica. 

Il titolo dell’intervento di Lorena Bucur si muove tra presenza e assenza, tra ricordo e dimenticanza, simulando le dinamiche della memoria dove i ricordi smarriscono spesso (ma non sempre) la loro forma originaria, e della materia con la stampa cementizia che trattiene o respinge l’inchiostro in maniera casuale. L’artista utilizza la fotografia in modo sperimentale, contemplando una certa dose di ignoto come parte del processo, a partire dall’apparecchio analogico che, differentemente dal digitale, non permette una visualizzazione immediata del risultato. Se il mezzo interviene nell’amplificare l’attesa dell’esito, anche la tecnica di stampa sul materiale cementizio partecipa in modo non dissimile al meccanismo del ricordo, alterando l’immagine originaria. La fotografia diventa una materia scultorea che viene stampata sul cemento con una diversa percentuale di sabbia e argilla (responsabile del colore violaceo), lasciando che l’inchiostro assorbito crei un paesaggio che nel dettaglio definisce porzioni e macchie e a distanza produce un’ambientazione misteriosa e sfuggente. 

Interior of a modern showroom with mirrored glass walls, white floor, and tall yellow poles; a red coiled hose lies on the floor.
Lorena Bucur, Resto poco, torno presto (dettaglio), 2026. Courtesy: l’artista e Platea | Palazzo Galeano, Lodi. Foto: Alessio Belloni

I paesaggi sfuggenti di Bucur sono quelli fluviali del lodigiano con le atmosfere cupe, la vegetazione, la nebbia, sottratti al loro habitat naturale. Entrano all’interno di un processo trasformativo in un continuo gioco di riflessi e rimandi, interferenze visive tra reale e immaginato, tra interno ed esterno, obbligando lo spettatore a ridefinire la propria visione. In | senza | soluzione di continuità, la prima opera installata a marzo (2026), Liliana Moro sfrutta lo spazio eterotopico per eccellenza, lo specchio, ricoprendo completamente le pareti e distorcendo la realtà tra l’interno, con la presenza delle opere, e il passaggio esterno della vita che scorre, amplificando il potere della vetrina. All’interno introduce un elemento scultoreo, un tubo giallo RAL 1023, lo stesso usato nella segnaletica stradale, privo di funzione, cui aggiunge un ugello verde che si attiva la sera con una fontanella, come esito di una riflessione sul territorio, richiamando l’acqua del fiume Adda. Opera che si interseca con Guastafeste di Federica Balconi (Monza, 1999), una scultura ironica che richiama un festone di carta, ma la cui leggerezza originaria trova qui una sua solidità nel legno di faggio e abete. Un elemento che da giugno (2026) guarda la scultura di Moro e che viene guardato attraverso il vetro delle pareti e della vetrina, in cerca di nuovi equilibri nello spazio. Tra settembre e novembre i lavori di Diana Lola Posani (Milano, 1994) e Andrea Di Lorenzo (Varese, 1994) si incontreranno con quelli già esistenti creando altre congiunzioni, tra suoni, performance e nuovi oggetti. Insieme al programma espositivo è in corso per il quinto anno il programma educativo Buon Compleanno Platea!, curato da Bianca Basile con un workshop dell’artista Nicola Biagetti con gli studenti del Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. 

Le sculture di Lorena Bucur indagano il principio di trasformazione delle materie, che si tratti di opere in tessuto oppure in cemento. Il processo sfugge al controllo dell’artista come sfuggono i ricordi nella memoria e come si spezzano i paesaggi nella stampa definitiva, che definitiva poi non lo è mai, perché la materia malleabile della composizione cementizia non blocca l’eterno (al contrario dello scatto fotografico) ma lo dissimula; e quindi la temporalità sopraggiunge in tutto il suo lavoro a modificare l’opera, anche dopo la sua esecuzione. Il cemento perde la sua stabilità per staccarsi dalla parete lasciando vuoti, frammentando l’immagine e diventando matrice per nuove figurazioni. 

L’artista incornicia la vetrina in un punto di passaggio quale è la soglia, che formalmente divide l’interno dall’esterno, ma occupa anche un’architettura che si riflette negli specchi di Liliana Moro, ovvero l’architrave. Agisce in una dimensione sensibile sia perché si insinua nella struttura dello spazio, sia per ciò che rappresenta e per il suo divenire altro nel tempo. In lontananza il pubblico si ritrova all’interno di una superficie che lo accoglie (tra i riflessi del vetro e degli specchi) pur tenendolo a distanza (all’esterno perché non può entrare) e, in quell’attraversamento casuale o voluto, l’occhio e la mente disegnano percorsi insoliti tra gli ostacoli del tubo giallo privo di funzione di Liliana Moro, il serpentone colorato di Federica Balconi e l’impercettibile presenza di Lorena Bucur.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Joseph Kosuth e i 28 metri di neon al Museo del Novecento

La nuova installazione permanente realizzata dall'artista americano per il Museo del Novecento - una scritta al neon di ventotto metri intitolata Vedere le cose - non si limita ad aggiungere un'opera alla collezione del museo, ma modifica piuttosto il modo in cui ci rapportiamo allo spazio che la ospita e, soprattutto, alla città che la circonda

Infinito Cabinet: miti, oggetti e narrazioni nella Wunderkammer di Maria Cristina Crespo

Tra gli eventi collaterali di una Biennale Arte che sussurra e riverbera l'intima bellezza delle espressioni corali, Infinito Cabinet di Maria Cristina Crespo, organizzato da Eclettica Cultura dell'Arte e a cura di Giusy Caroppo, racconta le infinite storie dell'essere umano. Miti, leggende e narrazioni si intrecciano, tra realtà e finzione, tra passato e presente, tra opera e oggetto, all'interno di uno spazio raccolto, saturo ed eterogeneo, creando una Wunderkammer di storie e simboli.

A Civitanova Marche la grafica di Fares Cachoux attraversa guerre, identità e contraddizioni del presente

La grafica, quando rinuncia alla decorazione e sceglie la precisione, può diventare uno degli strumenti più incisivi per leggere il presente. È su questa capacità di condensare tensioni politiche, ferite collettive e questioni sociali in immagini immediate che si fonda la ricerca di Fares Cachoux, artista franco-siriano protagonista della sua prima mostra personale in Italia. Dal 13 agosto al 3 novembre, lo Spazio Multimediale San Francesco di Civitanova Marche ospita …Oltre, progetto curato da Cristina Falco ed Enrico Lattanzi e organizzato dal Museo MAGMA insieme a Cartacanta APS.
Elena Solito
Elena Solito
Scrive storie di persone e “non luoghi” dell’arte. In particolare è interessata a indagare l'esperienza estetica come fatto antropologico, capace di dilatare il suo spazio fisico e concettuale, attivando dialoghi inattesi e sottraendosi agli spazi più tradizionali. La scrittura acquisisce una dimensione autonoma, diventando materiale di osservazione e di riflessione intorno a possibili (e non univoche) narrazioni della contemporaneità. Autrice indipendente, membro editoriale di Formeuniche, contributor per Made In Mind.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui