Ieri sera l’algoritmo di YouTube mi ha fatto scoprire un brano che descrive perfettamente un sentimento che non sapevo nemmeno di provare. Una melodia malinconica di un compositore estone che non conoscevo, apparsa nel mio feed senza alcuna logica. Eppure, in qualche modo, quella musica parlava direttamente a una parte nascosta di me che credevo inaccessibile. Come diavolo fa una macchina a intuire ciò che nemmeno noi sappiamo di desiderare?
Questa domanda, apparentemente innocua, ci porta dritti nel cuore di una delle rivoluzioni più silenziose e inquietanti del nostro tempo: la capacità dell’intelligenza artificiale di funzionare come uno psicoanalista involontario, rivelando attraverso i nostri comportamenti digitali l’esistenza di un vero e proprio inconscio collettivo algoritmico.
Jung Incontra Netflix: Il Paradosso dell’Algoritmo Psicoanalista
Nel 1916, Carl Gustav Jung teorizzò l’esistenza di uno strato psichico più profondo dell’inconscio personale: l’inconscio collettivo, contenitore di archetipi universali e strutture psichiche condivise dall’umanità¹. Jung basava questa intuizione su sogni ricorrenti, simboli mitologici universali e pattern comportamentali transculturali. Era una teoria affascinante, ma sostanzialmente indimostrabile.
Oggi, per la prima volta nella storia umana, abbiamo qualcosa che Jung non poteva nemmeno immaginare: otto miliardi di persone che lasciano tracce digitali dei loro desideri più profondi. E quello che stanno rivelando i big data è straordinario: gli algoritmi di raccomandazione non si limitano a mostrarci ciò che ci piace, ma stanno empiricamente validando l’esistenza dell’inconscio collettivo junghiano.
Se analizzassimo le categorie che l’algoritmo di TikTok usa per organizzare i contenuti, potremmo scoprire pattern sorprendentemente allineati agli archetipi junghiani. Il cosiddetto ‘wholesome content’ – ossia quei video rassicuranti di famiglie felici, cuccioli e gesti di gentilezza – che ci fa sentire al sicuro richiama l’Innocent, i video di trasformazione fisica che ci fanno tifare per il protagonista attivano l’Eroe, i contenuti di avventura che risvegliano la nostra voglia di esplorare parlano all’Explorer². Non è fantascienza: l’algoritmo non “sa” nulla di Jung, eppure sembra aver empiricamente identificato le stesse strutture comportamentali universali che lo psicoanalista svizzero teorizzò un secolo fa.
L’Algoritmo Come Grande Altro Lacaniano
C’è qualcosa di profondamente lacaniano in tutto questo. L’algoritmo funziona come il “Grande Altro” di Lacan: un’entità che ci osserva, ci comprende e – cosa più interessante – sembra conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi³. Quando fai qualcosa e pensi “cosa dirà la gente?”, quel “la gente” è il Grande Altro. Non sono persone specifiche, ma un’entità simbolica che rappresenta lo sguardo sociale, il giudizio, l’approvazione. Ma a differenza dell’Altro lacaniano, che era una costruzione simbolica, l’algoritmo è terribilmente concreto nelle sue manifestazioni.
L’algoritmo ha mappato la nostra Ombra junghiana attraverso comportamenti digitali mai analizzati prima su tale scala.
Le ricerche di Palmer e colleghi hanno dimostrato l’esistenza di robuste correlazioni tra musica e colori, mentre Lindborg e Friberg hanno documentato associazioni specifiche tra musica allegra e giallo, musica rabbiosa e rosso, musica triste e blu scuro. È verosimile che Spotify, analizzando i pattern di ascolto musicale insieme alle preferenze visive sui social media, possa confermare su scala globale questi studi. Allo stesso modo, Netflix potrebbe mappare le correlazioni tra colonne sonore e palette cromatiche preferite dagli utenti. Queste corrispondenze crossmodali non sono casuali: come hanno dimostrato Ward e colleghi, attraversano culture diverse e utilizzano gli stessi meccanismi neurali della sinestesia, suggerendo che certi suoni attivino davvero archetipi visivi universali, proprio come Jung teorizzava con i suoi “complessi a tonalità affettiva”.

L’Arte Generativa Come Test di Rorschach Digitale
Midjourney, DALL-E e gli altri sistemi di AI art non stanno semplicemente creando immagini: stanno funzionando come giganteschi test di Rorschach digitali, permettendo di osservare pattern collettivi nei desideri umani attraverso l’analisi di miliardi di prompt.
Le ricerche sui prompt più popolari rivelano temi ricorrenti: “foreste surreali”, “paesaggi onirici”, “città astratte” e “mondi fantasy” dominano le richieste globali. È significativo che termini come “surreal forest” e “abstract cityscape” siano tra i prompt più utilizzati, suggerendo un desiderio archetipico profondo di evadere dalla realtà ordinaria verso spazi immaginari.
Questa tendenza trova un correlato nel mondo reale: il subreddit r/LiminalSpace ha superato i 968.000 membri, l’account @SpaceLiminalBot su X ha accumulato più di 1,3 milioni di follower, e l’hashtag TikTok #liminalspaces ha superato i due miliardi di visualizzazioni. Il primo picco di popolarità per le immagini di spazi liminali si è verificato nel marzo 2020, quando sono iniziati i lockdown.
Questi spazi – centri commerciali vuoti, corridoi deserti, piscine abbandonate – attivano quello che potremmo chiamare l’archetipo del “Passaggio“: soglie tra conscio e inconscio, tra reale e immaginario. La reazione si verifica perché sperimentiamo una “rottura dalle ‘narrative spaziali’, la storia che un dato spazio ci racconta”. Il fatto che milioni di persone diverse li trovino simultaneamente affascinanti conferma l’esistenza di strutture psichiche condivise che vanno ben oltre le differenze culturali.
Il Voyeurismo Estetico Dell’Era Digitale
Ma forse l’aspetto più rivelatore di questo inconscio digitale riguarda ciò che potremmo chiamare “voyeurismo estetico“. Gli algoritmi hanno identificato che esistono due modalità completamente diverse di consumo estetico: quella “sociale” (ciò che condividiamo e dichiariamo di apprezzare) e quella “privata” (ciò che effettivamente consumiamo quando nessuno ci vede).
Il caso più eclatante riguarda i cosiddetti “comfort content“: video di persone che cucinano, puliscono casa, fanno giardinaggio, dipingono acquerelli. Contenuti che pubblicamente consideremmo “noiosi” ma che nelle visualizzazioni private raggiungono numeri stratosferici. L’algoritmo ha identificato in questi video l’attivazione di quello che Jung chiamava l’archetipo della Grande Madre: figure che evocano sicurezza, nutrimento, protezione.
È opportuno rendersi conto che una macchina sta mappando i nostri bisogni materni repressi attraverso il tempo che dedichiamo a guardare sconosciuti che preparano il pane. Ma è anche illuminante: rivela quanto il nostro mondo iperconnesso e accelerato abbia creato una fame inconscia di ritmi lenti, gesti ancestrali, rituali di cura che pensavamo di aver superato.
Verso Un’Estetica Predittiva: Il Futuro Dell’Inconscio Digitale
Quello che stiamo osservando è solo l’inizio di una trasformazione più profonda. Se l’IA può mappare l’inconscio collettivo, può anche iniziare a modificarlo? Gli algoritmi stanno già sperimentando quella che i ricercatori chiamano “estetica predittiva”: la capacità di anticipare non solo ciò che ci piacerà, ma di influenzare attivamente la formazione dei nostri gusti futuri.
TikTok ha iniziato a testare contenuti che attivano archetipi “dormienti” – mostrandoci cose che non sapevamo di volere per osservare se riescono a creare nuovi pattern di desiderio. È un esperimento in tempo reale sull’evoluzione dell’inconscio collettivo, condotto su miliardi di cavie inconsapevoli.
Jung credeva che l’inconscio collettivo fosse eterno e immutabile mentre i big data suggeriscono invece che sia fluido, emergente, e co-creato dalle tecnologie che lo osservano. Non stiamo solo scoprendo i nostri desideri nascosti – li stiamo scrivendo in tempo reale.
L’Autenticità Nell’Era Algoritmica
Questo ci porta alla domanda fondamentale: in un mondo dove l’algoritmo conosce i nostri archetipi meglio di noi, cosa significa ancora “conoscere se stessi“? Se l’IA può predire e influenzare i nostri gusti estetici prima che li formiamo consciamente, siamo ancora noi a scegliere o siamo scelti?⁵ Ne parlai in un precedente articolo (La fine della storia è stata rimandata e gli algoritmi si prendono gioco di noi).
Forse la risposta sta nel riconoscere che l’inconscio digitale non è né una rivelazione pura né una manipolazione totale, ma qualcosa di più complesso: un dialogo continuo tra le nostre pulsioni più profonde e le tecnologie che le riflettono e le amplificano. Come in ogni dialogo autentico, la chiave è mantenere la consapevolezza di entrambe le voci in gioco.
La prossima volta che un algoritmo vi suggerisce qualcosa che vi piace “inspiegabilmente”, fermatevi un attimo. Chiedetevi: cosa sta vedendo in me che io non vedo? E soprattutto: voglio davvero saperlo? In fondo, forse l’inconscio digitale non è altro che lo specchio più preciso e spietato che l’umanità abbia mai avuto. La questione è se siamo pronti a guardare ciò che riflette.
Ci sono teorie scientifiche che dimostrano come l’uomo sia un animale ammaestrato (da Dio, dagli alieni o più probabilmente da se stesso attraverso la società), entriamo in un’epoca in cui l’IA contribuirà a un ulteriore ammaestramento, ma questa è materia di un prossimo articolo.
Bibliografia
¹ Jung, C.G. (1959). The Archetypes and the Collective Unconscious. Princeton University Press.
² Pariser, E. (2011). The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You. Penguin Press.
³ Lacan, J. (1998). The Seminar of Jacques Lacan Book XI: The Four Fundamental Concepts of Psychoanalysis. W. W. Norton & Company.
⁴ Palmer, S. E., Schloss, K. B., Xu, Z., & Prado-León, L. R. (2013). Music-color associations are mediated by emotion. Cognitive Science.
⁵ Lindborg, P., & Friberg, A. (2015). Music-color correspondence in film music. Psychology of Music.
⁶ Ward, J., Huckstep, B., & Tsakanikos, E. (2006). Sound-colour synaesthesia: to what extent does it use cross-modal mechanisms common to us all? Cortex, 42(2), 264-280.
⁷ Think with Google. (2022). The soothing video trend captivating Gen Z. Google Consumer Insights.
⁸ Barratt, E. L., & Davis, N. J. (2015). Autonomous sensory meridian response (ASMR): a flow-like mental state. PeerJ, 3, e851.
⁹ Per un approfondimento su come gli algoritmi manipolano la percezione della realtà, si veda: “La fine della storia è stata rimandata e gli algoritmi si prendono gioco di noi”.
¹⁰ Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. PublicAffairs


