L’identità nazionale non nasce in un giorno né in un luogo preciso. Non coincide con una data sul calendario né con una firma su un trattato. Si costruisce lentamente, per immagini, per gesti quotidiani, per sguardi posati sul paesaggio e sulle persone che lo abitano. Prima ancora della politica, è stata la pittura a dare un volto all’Italia.
Al Castello di Novara, L’Italia dei primi italiani. Ritratto di una nazione appena nata, la mostra curata da Elisabetta Chiodini, ricostruisce questo processo attraverso circa settanta capolavori realizzati tra gli anni Sessanta dell’Ottocento e il primo Novecento. Un racconto corale che segue la nascita del Paese non dall’alto, ma dal basso: dalla terra, dal mare, dalle città, dai corpi e dai lavori dei suoi abitanti.

Non si tratta di una celebrazione nostalgica, né di un’antologia di capolavori fine a sé stessa. Il progetto espositivo funziona piuttosto come una mappa visiva dell’Italia in trasformazione, in cui la pittura diventa strumento di conoscenza, documento e interpretazione insieme. Il percorso si articola in sette sezioni tematiche, ciascuna come un capitolo di un’autobiografia collettiva ancora sorprendentemente attuale.
Il viaggio comincia inevitabilmente dalla campagna. La prima sezione, Un territorio variegato: vita rurale tra pianure, valli e monti, restituisce l’immagine di un Paese agricolo, montano, profondamente legato ai ritmi della natura. Dalle Alpi alla Sicilia, il lavoro dei campi e la vita contadina diventano il primo terreno su cui si innesta l’idea stessa di nazione.
Nei dipinti di Telemaco Signorini, Giuseppe De Nittis, Angelo Morbelli, Carlo Fornara e Stefano Bruzzi non c’è idealizzazione bucolica, ma osservazione partecipe. La modernità è ancora lontana, eppure già presente come tensione, come promessa o minaccia appena percepibile.

Dalla terra si passa naturalmente all’acqua. La seconda sezione, Lo sviluppo costiero della penisola e le attività delle regioni marittime, affronta la straordinaria varietà del paesaggio costiero italiano: oltre ottomila chilometri di litorali differenti per morfologia, clima, attività produttive.
Le marine dipinte da Giovanni Fattori, Vincenzo Cabianca, Francesco Lojacono, Rubens Santoro e Mosè Bianchi raccontano un mare vissuto, attraversato dal lavoro e dalla fatica. Qui il vedutismo si fa stato d’animo, racconto sociale, misura del rapporto tra l’uomo e l’ambiente
Con la terza sezione, Il volto delle città, il racconto accelera. Torino, Firenze e Roma — le tre capitali del nuovo Stato — dialogano con Napoli, Venezia e soprattutto Milano, destinata a diventare la prima vera metropoli italiana.
Milano emerge come città simbolo della modernità nascente: dinamica, industriale, inquieta. Nei dipinti di Filippo Carcano, Pio Joris, Marco Calderini, Adolfo Tommasi, la città non è più semplice sfondo, ma protagonista di una trasformazione profonda che investe architettura, lavoro e relazioni sociali.

Il tono cambia nella quarta sezione, I riti della borghesia. Il tempo libero in città e in villeggiatura. Giardini pubblici, teatri, salotti, gite fuori porta e località di villeggiatura diventano il palcoscenico su cui la nuova classe dirigente costruisce la propria immagine.
I pennelli di Ettore Tito, Pompeo Mariani, Vespasiano Bignami, Giulio Aristide Sartorio restituiscono un mondo elegante e brillante, ma attraversato da una sottile inquietudine. Dietro la mondanità si avverte già la fragilità di un equilibrio sociale destinato a mutare.
Uno degli snodi più interessanti del percorso è la quinta sezione, L’arte declinata al femminile. Qui le donne escono dal ruolo di semplici soggetti per diventare protagoniste attive del sistema artistico: collezioniste, viaggiatrici, pittrici per diletto o per scelta professionale.

Le opere di Silvestro Lega, Odoardo Borrani e Michele Cammarano raccontano relazioni complesse tra femminile e creazione artistica, anticipando dinamiche che diventeranno centrali nel Novecento.
In uno spazio raccolto e volutamente separato, la sesta sezione, L’amore venale, affronta uno dei temi più delicati dell’Ottocento: la prostituzione. Lontano da ogni voyeurismo o moralismo, le opere in mostra restituiscono la complessità di un fenomeno sociale diffuso e stratificato.
Particolarmente potente è la presenza di Angelo Morbelli, che racconta senza indulgenze il lato oscuro della modernità urbana, facendo emergere il confine sottile tra visibilità e rimozione.
Il percorso si chiude con la settima sezione, Tempi moderni: la vita nelle metropoli. Qui la modernità si manifesta in tutta la sua ambivalenza: sviluppo industriale e povertà, lusso e marginalità, progresso e sfruttamento convivono nello stesso spazio urbano.

Nei lavori di Emilio Longoni, Giovanni Sottocornola, Attilio Pusterla, Francesco Netti e Demetrio Cosola, la città diventa il luogo in cui l’identità nazionale si confronta con le proprie contraddizioni più evidenti.
L’Italia dei primi italiani non è soltanto una mostra sull’Ottocento. È un dispositivo critico che interroga il presente, ricordando come l’identità nazionale si sia formata attraverso il paesaggio, il lavoro, le disuguaglianze e le aspirazioni quotidiane.
Uscendo dal Castello di Novara, resta la sensazione netta che prima ancora della storia, prima ancora della politica, sia stata l’arte a fare gli italiani. E che tornare a guardarla oggi non sia un esercizio di memoria, ma un atto di consapevolezza.


