“Little Room” di Jordan Wolfson alla Fondation Beyeler: dentro un corpo che non è il tuo

Non solo Art Basel: a Basilea c’è una tensione artistica più silenziosa ma altrettanto radicale, e si manifesta nei luoghi dove il tempo scorre più lento e la percezione si fa più acuta. Alla Fondation Beyeler, in un contesto sobrio e immersivo, Jordan Wolfson porta Little Room, un’installazione in realtà virtuale che interroga profondamente il corpo, la coscienza e la relazione tra immagine e identità. Non è una mostra tradizionale, non è nemmeno un’esperienza estetica nel senso classico. È un esperimento psicofisico che mette alla prova lo spettatore. Ma chi è lo spettatore, quando il suo stesso corpo gli viene tolto e restituito sotto altre sembianze?

Jordan Wolfson, artista statunitense nato nel 1980, è noto per i suoi lavori che uniscono tecnologie avanzate – animatronics, VR, deepfake – a contenuti disturbanti e psicologicamente carichi. Le sue opere provocano reazioni viscerali, esplorando ossessioni culturali, violenza latente, e le dinamiche tra umano e artificiale.

Little Room inizia prima ancora di indossare il visore. Il visitatore, in coppia, viene sottoposto a una scansione tridimensionale completa: 96 fotocamere circondano il corpo e lo catturano integralmente, generando un avatar digitale che sarà usato nell’esperienza virtuale. Questo primo gesto, che pare tecnico o logistico, è già parte dell’opera: è una forma di violazione consapevole, un’espulsione simbolica dal proprio corpo. Il dato biologico diventa file, struttura visiva, la carne è trattata come un oggetto, una superficie da archiviare. Inizia così un processo di de-umanizzazione lucida e volontaria.

Una volta nella VR, l’ambiente è minimale: pareti neutre, un corridoio asettico, uno specchio galleggiante. È lì che avviene il primo vero shock: lo specchio riflette il corpo dell’altro. L’utente, guidando la propria visuale, vede e controlla un corpo che non è il suo, ma quello del compagno scansionato poco prima. Le azioni coincidono, ma l’identità è confusa, l’immagine non corrisponde più alla coscienza. In quel momento si crea una fessura cognitiva: vedere se stessi senza riconoscersi, o vedere l’altro e percepirlo come sé.

Le frasi che risuonano nello spazio sono sussurrate, disturbanti, a tratti infantili, a tratti teologiche: “God murdered me”, “Look at your hands, I love you. Look at your hands, I hate you”. Le parole appaiono slegate da un contesto narrativo eppure estremamente cariche. Il linguaggio, in assenza di una trama visiva forte, diventa il vettore dell’angoscia. È come se lo spazio parlasse con la voce di un’intelligenza disturbata, non umana, ma profonda. Lo spettatore, mentre guarda il corpo dell’altro, viene parlato da una voce interna che sembra conoscere verità nascoste e non conciliabili.

Il dispositivo creato da Wolfson non è un’opera nel senso tradizionale, ma una macchina dell’alterazione. La tecnologia non è celebrata: è usata come uno scalpello, un mezzo per levare strati all’identità e metterla a nudo, fino a renderla estranea a se stessa. Lo spettatore non è più un fruitore passivo, ma un corpo manipolato. Non osserva: è osservato, è riflesso, è duplicato.

Wolfson ha dichiarato: “non è bello, non è brutto, ha un’estetica indifferente”. Ed è proprio questa indifferenza estetica che rende l’opera spietatamente potente. Nessuna concessione alla spettacolarità della VR, nessuna estetica sci-fi, solo uno spazio spoglio dove il contenuto è la relazione tra coscienza e carne, tra identità e rappresentazione. Lo specchio, unico elemento “vivo” dell’ambiente, non restituisce un’immagine riconciliata: restituisce un’assenza.

Dal punto di vista tecnico, Little Room è una sofisticata orchestrazione di hardware e software, ma non è questo il punto. Il punto è che questa orchestrazione serve a far emergere una dimensione poetica e filosofica del digitale. Non più tecnologia come mezzo per vedere di più, ma come strumento per vedere diversamente, per guardare dentro e per spaventarsi un po’.

L’opera dura pochi minuti, ma lascia uno strascico di domande. Che valore ha il nostro corpo se può essere scansionato, duplicato, abitato da altri? Cosa rimane della nostra identità quando il nostro corpo può essere guardato da fuori, come un guscio manovrabile? E infine: chi siamo quando la nostra percezione non coincide con la nostra immagine?

Jordan Wolfson, con Little Room, non propone soluzioni ma spazi vuoti dove le domande possono abitare. E in questo vuoto, lo spettatore è solo. Con un corpo che non è il suo. Con uno sguardo che non riconosce. Ma che forse, proprio per questo, gli appartiene più di quanto credesse.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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