Liu Bolin a Milano, tra Cenacolo e Galleria Vittorio Emanuele: “L’essenza dell’arte? Rendere visibile l’invisibile”

Metti una sera, anzi, una notte con Liu Bolin, in pieno centro a Milano. Metti di trovarti con lui in Galleria Vittorio Emanuele, tra qualche nottambulo, un po’ di curiosi di ritorno a casa dal cinema o da un dopocena, un operatore ecologico che scorrazzando con la sua pulitrice si ferma un attimo a guardare e vuol farsi un rapido selfie con il famoso performer cinese, e poi discorsi sull’arte, sulla pittura, sull’Italia e sul significato del lavoro di mimetizzazione dentro il paesaggio. Già, perché, per chi ancora non lo conoscesse (e sono pochi), Liu Bolin è il cosiddetto “Uomo invisibile” (definizione giornalistica, un po’ banalizzante ma di grande effetto per i social e per i titoli di quel che resta dei giornali al giorno d’oggi), che, senza photoshop né intelligenza artificiale, ma solo con molto lavoro manuale, pazienza, determinazione, attenzione maniacale al dettaglio e alle sfumature del colore, ogni volta si prepara per ore di fronte a uno sfondo di volta in volta diverso (solamente in Italia, ha già posato davanti al Duomo, al Colosseo, a Pompei, all’interno della Reggia di Caserta, della Scala, della Galleria Borghese e dell’Università Bocconi), dipingendosi minuziosamente gli abiti, il volto, le mani, i piedi e qualunque altro punto del corpo esattamente come lo sfondo, per poi mettersi in posa e farsi fotografare: arrivando così, come per magia, a “scomparire” dentro il paesaggio stesso. Perché il suo volto, i suoi abiti e il suo intero corpo, dipinti esattamente come quello che c’è dietro di lui, divengono in questo modo “invisibili” a un occhio non allenato, rendendo di fatto invisibile, come in un gioco di prestigio, la presenza stessa dell’artista nel paesaggio.

Un gioco? Anche, se vogliamo: ma un gioco serissimo (che infatti vanta nel mondo centinaia di collezionisti e ammiratori, oltre a mostre pubbliche in musei in tutto il mondo), che ci invita a ragionare su molti aspetti della nostra vita: dal senso di invisibilità che troppe persone avvertono nel loro quotidiano, al modo in cui la società contemporanea consuma e cancella identità e relazioni, fino al rapporto – tutto da ripensare – tra individuo e paesaggio, tra corpo e ambiente, tra umano e tecnologia.

Una foto di backstage della performance di Liu Bolin in Galleria Vittorio Emanuele

Eppure, vederlo lavorare dal vivo, prima davanti al Cenacolo, dove siamo stati mentre lui dipingeva gli abiti e preparava la sua perfomance, e poi nel centro della Galleria Vittorio Emanuele, per uno scatto la cui sola preparazione necessita di almeno quattro o cinque ore di lavoro, restituisce una dimensione ancora più sorprendente: non quella della sparizione, ma quella dell’iper-presenza. Perché per scomparire così bisogna, paradossalmente, esserci fino in fondo. Bisogna affidare il proprio corpo al colore, al tempo, alla lentezza del gesto; bisogna restare immobili per ore mentre un team di giovani assistenti-pittori, ormai affiatatissimi e attenti conoscitori non solo dell’opera, ma anche della pratica che precede lo scatto fotografico finale, applica, strato dopo strato, ogni variazione cromatica dello sfondo sul corpo o sul volto dell’artista; bisogna accettare che la fatica, il tempo dell’attesa, la lunga e certosina preparazione dello “scatto perfetto” diventino, insomma, parte integrante dell’opera. In un mondo che procede per scatti veloci, filtri, effetti speciali e intelligenze artificiali, Liu Bolin sceglie l’opposto: il tempo lungo, il corpo reale, il colore, lo studio cromatico e la manualità prima di ogni scatto. E lo fa in un momento storico in cui tutto ciò che è umano – lavoro, attenzione, memoria, persino la voce – rischia di essere progressivamente sostituito o reso irrilevante dall’automazione e dall’intelligenza artificiale.

Ecco perché le sue opere, spesso lette come illusioni ottiche accattivanti, sono in realtà gesti politici, ambientali, sociali. Proteste silenziose: come la prima, realizzata nel 2005, quando si camuffò nelle macerie del villaggio d’artisti di Suojia, demolito per far posto ai cantieri olimpici. Ma anche atti di testimonianza: contro la cancellazione delle memorie, contro lo strapotere della finanza, contro la precarietà del lavoro e la deriva consumistica, contro l’inquinamento e la devastazione ecologica. O in difesa del patrimonio artistico, come nel caso dello scatto, anch’esso realizzato in questi giorni, a Milano, di fronte all’Ultima cena di Leonardo. Già, perché quello con L’Italia, con il suo immenso e straordinario patrimonio artistico, è un rapporto d’amore e di attaccamento che Liu Bolin coltiva da molti anni, fin da quando – come ci racconta in questa intervista esclusiva – studiava e ammirava i grandi classici del Rinascimento, e poi da quando ha cominciato a “mimetizzarsi” davanti ai monumenti storici e nei più grandi musei italiani. Così, non è un caso che, dal Colosseo alla Paolina Borghese, dalle rovine di Pompei a Milano, l’Italia sia oggi per lui una sorta di “atlante sentimentale”, un luogo dove storia, bellezza, fragilità e contraddizioni convivono e si sovrappongono, proprio come le sfumature di colore sul suo corpo o sul suo volto. Per questo, abbiamo iniziato questa nostra lunga conversazione con uno degli protagonisti più enigmatici, complessi e significativi della nuova arte cinese chiedendogli proprio del suo rapporto con Milano, il Cenacolo, l’eredità di Leonardo e la grande tradizione storico-artistica meneghina. Ecco le sue risposte.

Liu Bolin, Duomo di Milano, 2010. Courtesy Galleria Gaburro

Liu Bolin, tu torni spesso a Milano, dove in passato ti sei mimetizzato tra i volumi della Libreria Hoepli, davanti al Duomo e negli spazi dell’Università Bocconi, e oggi hai appena realizzato performance prima di fronte al Cenacolo di Leonardo, quindi in Galleria Vittorio Emanuele. Che cosa ti lega a questa città e che rapporto ha con i suoi monumenti, la sua architettura, la sua gente?

Per quanto mi ricordo, il mio primo lavoro creativo a Milano è stato alla Scala, dove mi sono nascosto tra i sedili rossi del teatro. Quello scatto mi ha lasciato un ricordo particolarmente vivido: il teatro era poco illuminato e il tempo di esposizione per quell’opera è durato ben otto secondi. Fortunatamente, sono rimasto seduto sulla sedia trattenendo il respiro e alla fine sono riuscito a completare il lavoro con successo. Quell’opera è diventata rappresentativa del mio lavoro in quel periodo. Si può dire che è stato proprio dalla Scala che è iniziato il mio legame indissolubile con la città di Milano. La prima galleria che ha portato il mio lavoro in Italia è stata la Boxart Gallery di Verona, con la quale collaboriamo dal 2009. Il mio legame con l’Italia è iniziato in città come Verona e Venezia. Anche durante i miei studi universitari in storia dell’arte, nutrivo una sconfinata ammirazione per la cultura italiana. Come simbolo dello splendore dell’Italia, Milano ospita capolavori di Michelangelo, Leonardo da Vinci e altri grandi artisti. Sono lieto di avere l’opportunità di dialogare attraverso il tempo e lo spazio con questi maestri.

Milano è oggi al centro dell’attenzione, lodata per la sua efficienza ma criticata per un modello che sembra privilegiare la produttività e la finanza, dimenticando le persone — i cittadini, i lavoratori, gli studenti. Crede che le sue performance, in cui l’uomo si fonde e scompare nel paesaggio, possano avere anche un valore simbolico rispetto a questa idea di città?

Milano mi ha sempre colpito come una città profondamente tradizionale, salda e tranquilla. Tuttavia, quando sono tornato a Milano nel 2025 per dedicarmi alla mia attività artistica, ho scoperto che l’intera città pulsava di vitalità, con ogni individuo che cercava di esprimere la propria forza vitale attraverso il lavoro diligente e la vita quotidiana. Milano ha dato i natali a numerose case di moda e tradizioni artistiche dal retaggio duraturo, ed è proprio per questo che il mio lavoro ha messo radici qui e ha trovato accoglienza nella città. Il mio lavoro è incentrato sul tema della “scomparsa” ed esplora il rapporto tra la società umana e l’individuo. Ogni civiltà deve affrontare sfide diverse e Milano non fa eccezione.

Davanti al Cenacolo di Leonardo, un affresco fragile e continuamente restaurato, lei sceglie di scomparire. Cosa significa, per un artista come lei, dissolversi dentro un’opera che da secoli combatte contro la sparizione e il tempo?

Innanzitutto, L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci trae origine da un racconto biblico: durante la cena, Gesù improvvisamente dichiarò: “Uno di voi mi tradirà”. Questa affermazione ha un significato profondo per la civiltà umana e per le sfide che attualmente affrontiamo. Il progresso umano ha oscillato continuamente tra creazione e distruzione, proprio come questo affresco conservato nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e successivamente restaurato, che porta con sé un messaggio di monito. Questo stesso messaggio, questo atteggiamento scettico, permea la mia pratica artistica: utilizzo continuamente il mio corpo per svanire attivamente, per dissolvermi all’interno della civiltà che l’umanità ha forgiato.

Liu Bolin, Cenacolo Vinciano, Milano. Courtesy Galleria Gaburro.

In un’intervista, hai detto che “scegliere dove nascondersi è evidenziare il significato nascosto in quel luogo”. Qual è, secondo te, il mistero o il significato nascosto del Cenacolo di Leonardo? È un dialogo con il mistero della fede, con la fragilità dell’opera, con la sua travagliata storia, con il genio stesso di Leonardo o con l’ambiguità dello sguardo?

La scelta di “scomparire” davanti all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è innanzitutto un omaggio al grande Rinascimento italiano, allo stesso Leonardo da Vinci, al rapporto tra arte e umanità e al rapporto tra religione e umanità. Quando ho scelto la mia posizione per diventare invisibile, ho deliberatamente scelto uno spazio che non oscurasse alcun volto, o meglio, mi sono posizionato dove si trova il Santo Graal. Il Graal simboleggia il sangue della vita, la continuità dell’esistenza e la trasmissione della civiltà. Come artista cinese, mi sento profondamente fortunato ma anche immensamente stimolato dal dialogo con quest’opera monumentale. Durante tutto il processo creativo, la mia fotografia ha permesso uno scambio trascendentale con Leonardo da Vinci attraverso il tempo e le dimensioni. Ho cercato di percepire la sua contemplazione nella composizione e nel disegno dei personaggi, di cogliere la traiettoria e l’angolazione di ogni pennellata e l’emozione che vi era racchiusa. Per me, questa creazione non è stata solo un’espressione artistica, ma piuttosto una connessione spirituale e una profonda esperienza di apprendimento.

La tua prima performance nel 2005 nasceva come protesta: il villaggio degli artisti di Suojia, a Pechino, veniva demolito per far posto ai cantieri olimpici. Tu reagisti scomparendo tra le macerie, come a dire che quando si distrugge un luogo d’arte scompare anche chi la crea. Oggi, a quasi vent’anni di distanza, cosa significa per te quel gesto?

Il 17 novembre 2005 ho scelto per la prima volta di “far scomparire” il mio corpo attraverso la pittura come forma di protesta contro la demolizione del mio studio. Quel momento si è rivelato fondamentale per me: ho scoperto la mia coscienza e un modo per interagire con il mondo. Nei due decenni successivi ho continuato questa esplorazione artistica, crescendo e arricchendomi continuamente attraverso l’interazione con il mondo, acquisendo al contempo maggiore energia e possibilità. Nel creare queste opere sull’invisibilità, dal 2013 ho iniziato a invitare più partecipanti alla mia serie Target; nel 2015 ho sviluppato la serie Hacker, che si occupa di Internet. Inizialmente, il mio lavoro risuonava con temi legati allo sviluppo economico della Cina, alla distruzione ecologica e alla riqualificazione urbana prima e dopo le Olimpiadi di Pechino. Dal 2009 in poi, ho iniziato a girare all’estero, rendendomi gradualmente conto che la Cina non era l’unica a dover affrontare sfide diverse: conflitti derivanti dalla fede, dalla cultura e dall’immigrazione stavano emergendo in tutte le nazioni, a volte degenerando in conflitti etnici e guerre regionali. Attraverso la mia arte, ho cercato di documentare e confrontarmi con queste realtà.

Liu Bolin, Basilica di Santa Maria delle Grazie, Milano, 2025. Courtesy Galleria Gaburro

In Italia, hai scelto spesso luoghi carichi di storia: il Colosseo, la Reggia di Caserta, il ponte di Castel Sant’Angelo, la Paolina Borghese, le rovine di Pompei, il Duomo di Milano, e oggi il Cenacolo, la Galleria Vittorio Emanuele, Santa Maria delle Grazie e persino la piazzetta di Portofino… È come se volessi entrare nel cuore stesso della nostra memoria visiva. Nel Settecento il confronto con le bellezze italiane era parte del Grand Tour dei giovani aristocratici europei; oggi, che cosa resta di quel viaggio ideale nell’Italia dell’arte e della bellezza?

Il tributo al magnifico Rinascimento e alla splendida cultura italiana è al centro dell’intera mia serie dedicata all’Italia. Quando parlo di questa collezione, mi vengono in mente i numerosi classici che ho incontrato durante la mia formazione artistica iniziale, la maggior parte dei quali provenienti dall’Italia e risalenti ai maestri dell’arte dell’antica Grecia, dell’antica Roma e del Rinascimento. Questo si estende fino a Morandi e all’Arte Povera, che occupano tutti un posto speciale nel mio cuore. Ho tratto immensa energia da queste opere, comprese quelle di artisti che ammiro particolarmente come Jannis Kounellis, Lucio Fontana ed Emilio Isgrò. Ogni generazione di artisti italiani ha dato un contributo eccezionale al progresso dell’arte umana. È proprio attraverso le loro opere che ho acquisito una forza enorme, affinando continuamente la mia comprensione dell’arte e guidandomi nell’affrontare questa complessa società moderna per creare opere più risolute e potenti.

Nelle tue opere si intrecciano arte, tecnologia e società. Nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, in cui l’uomo sembra perdere centralità, pensi che il tuo lavoro abbia una relazione simbolica con questo processo di progressiva sparizione?

Come parte integrante della civiltà umana, l’arte è un indicatore del livello di civiltà e prosperità delle diverse epoche. Nelle opere artistiche di vari periodi si possono distinguere sia le basi tecniche fornite dal progresso scientifico sia le riflessioni sulle questioni sociali: questi elementi, insieme, spingono l’evoluzione della coscienza umana. L’arte non può esistere indipendentemente dalla società e dalla tecnologia. Il suo meccanismo operativo risiede nella continua interazione con la coscienza umana, intrecciata perennemente con ciò che le persone osservano, contemplano e creano. Attraverso questo processo, l’umanità non solo forgia l’arte, le epoche e le culture, ma realizza anche il valore della propria vita. Si potrebbe persino dire che l’essenza stessa dell’esistenza umana è intrinsecamente progettata per la creazione.

Liu Bolin, Portofino, 2025. Courtesy Galleria Gaburro.

Tu scegli l’immobilità e il silenzio, ma soprattutto scegli di scomparire nell’epoca del mito dell’ego e dell’autopromozione, in cui tutti vogliono essere visibili, riconosciuti, seguiti. È anche un modo per rovesciare questo paradigma, una critica implicita a questo modello e l’indicazione di una “via” diversa per il nostro futuro, meno autocentrati e più attenti all’ambiente e all’altro?

Lo sviluppo umano è la trasformazione incessante di ciò che sembra impossibile in possibile. In questo processo, alcune cose vengono create, altre sepolte e altre ancora amplificate. L’arte segue la logica dell’immagine, il suo sviluppo è intrecciato con la crescita degli artisti e con la domanda in continua evoluzione “chi può essere un artista, chi può essere un creatore di immagini?”. Oggi, lo smartphone di ogni individuo gli consente di diventare sia creatore di immagini che editore. Attraverso le piattaforme dei social media, le persone esprimono le loro opinioni e condividono immagini create da loro stesse, garantendo a ogni individuo l’opportunità di plasmare la propria identità. Le possibilità offerte dalla tecnologia finiranno per rivelare l’esistenza della religione e di un creatore. Dovremmo riconoscere più profondamente che quando esprimiamo il nostro io interiore, è come se una forza superiore ci spingesse da dietro: ciò che esprimiamo non proviene esclusivamente dalla coscienza personale. Una volta che gli individui riconoscono che le loro espressioni risuonano con una coscienza più grande, smettiamo di essere entità isolate e ci allineiamo invece con una consapevolezza cosmica più ampia.

Ogni tua opera nasce da un processo lungo, fisico, collettivo: ore di pittura sul corpo, di attesa, di concentrazione. In un mondo dove tutto è immediato e automatizzato, questo tempo lento può essere considerato un atto di resistenza alla velocità delle tecnologie e del lavoro meccanizzato? È il tuo modo di difendere la manualità, la presenza, l’imperfezione umana?

Una volta completata ogni opera, la sfida più grande è rappresentata dalla lotta del mio corpo contro il graduale declino delle capacità fisiche. Negli ultimi vent’anni ho costantemente perfezionato i metodi per completare i dipinti sul mio corpo nel minor tempo possibile. Tuttavia, con l’avanzare dell’età, le mie capacità fisiche sono cambiate, presentandomi sfide sempre più impegnative. La concentrazione prolungata e il mantenimento di una postura eretta diventano le basi invisibili del mio approccio artistico. In definitiva, l’arte deve esprimere la propria posizione sulle questioni sociali. Quando preparo le opere, dedico molto tempo alla comunicazione e alla collaborazione con i miei assistenti, cercando di perfezionare l’effetto di rendermi invisibile. Insieme mescoliamo i colori e applichiamo meticolosamente ogni pennellata sul corpo e sulle uniformi militari. Questo metodo di pittura apparentemente tradizionale, attraverso la creazione artistica e la perseveranza, trasmette la mia prospettiva e il mio punto di vista, mentre l’abilità manuale diventa la base più potente dell’opera.

Liu Bolin, Villa dei Misteri, Pompei, 2012. Courtesy Galleria Gaburro.

Guardando le tue immagini, non siamo mai certi di ciò che vediamo: realtà o illusione, presenza o assenza. Il suo lavoro non riflette solo sull’invisibilità, ma sull’ambiguità della visione. Che cosa vuoi provocare nello spettatore con questa incertezza percettiva?

L’essenza dell’arte è rendere visibile l’invisibile. Attraverso la scomparsa del corpo, essa costringe il pubblico, la società e me stesso a porci delle domande: Da dove vengo? Cos’è la mia anima? Quali consapevolezze e riflessioni devo trasmettere agli altri? Il mio lavoro è fondamentalmente una forma di riflessione, perennemente radicata nella traiettoria dello sviluppo sociale. Inizialmente, mi limitavo a esprimere esperienze personali e interrogativi derivanti dal processo di avanzamento sociale. Dopo le Olimpiadi di Pechino del 2008, l’espansione economica della Cina ha dato origine a crisi quali turbolenze finanziarie, scandali sulla sicurezza alimentare, degrado ambientale e sfratti forzati. Così ho iniziato a utilizzare la mia arte come un linguaggio silenzioso, un mezzo visivo per ritrarre la Cina che ho visto e il mondo che ho percepito. Il mio obiettivo è che queste opere catturino l’attenzione del pubblico, stimolando così una profonda riflessione su questi temi sociali.

In un’epoca in cui la tecnologia tende a disincarnare tutto, tu riporti al centro il corpo: non come immagine ma come materia, strumento, sacrificio. Che valore ha oggi, per te, questa presenza fisica dell’artista?

La coscienza dell’arte è in sintonia con quella dell’umanità e l’evoluzione dell’arte segue un disegno più grande. Allo stesso modo, la coscienza umana risuona con quella della Terra e persino con la coscienza dei minerali: sembriamo avvolti da un disegno più grande, che ci porta gradualmente verso il nostro destino. Prendiamo ad esempio le piante: una volta che un seme riceve luce solare, acqua e temperatura adeguate, stabilisce una connessione con i minerali nel terreno. Questa interazione risveglia la sua coscienza vitale, innescando un impulso di crescita insito nel suo stesso DNA. Questo impulso, a sua volta, dipende fortemente dal sostegno della coscienza minerale. Da questa prospettiva, ogni fenomeno appare come uno sbocco della coscienza. Un seme affronta una miriade di sfide durante la germinazione e la crescita, ma proprio questi ostacoli danno origine a infinite possibilità. L’arte segue lo stesso principio: la sua evoluzione e il percorso dell’artista all’interno della società umana aderiscono a questa verità. I fenomeni artistici assomigliano a semi, portatori della volontà di una coscienza cosmica. Quando un individuo dotato di talento artistico diventa un artista, crea opere che si adattano in modo unico alla capacità espressiva della sua anima. In questo senso, gli artisti e le loro creazioni sembrano allinearsi con un disegno che trascende l’individuo, un disegno che alla fine risuona con la logica intrinseca dell’umanità stessa.

In molte tue opere, coinvolgi altre persone — studenti, migranti, lavoratori — e li fai sparire con te. Non è solo una metafora visiva: è un modo per dire che l’arte può ancora ricomporre un’umanità dispersa?

Nel 2013 ho creato la mia prima serie collaborativa, Target, che ha segnato una rottura rispetto alla mia precedente pratica di apparire da solo sullo sfondo fotografico. I partecipanti erano tutti strettamente legati a questioni sociali, spesso in quanto vittime di questi problemi. All’epoca, cercavo semplicemente di esprimere riflessioni sociali attraverso questo approccio. Ora mi rendo conto che questa consapevolezza deriva da un disegno più ampio. Utilizzo l’arte come mezzo per documentare le sfide che l’umanità deve affrontare. Le mie opere d’arte nascono dalle mie riflessioni personali e mirano, attraverso l’espressione e la creazione, a stimolare una riflessione più ampia. Viviamo costantemente le conseguenze delle nostre azioni, ma in certi momenti l’arte diventa l’unica potenziale soluzione a questo fardello karmico.

Liu Bolin, Splendido Mare, Portofino, 2025. Courtesy Galleria Gaburro.

Molti tuoi lavori, come quelli dedicati ai rifugiati o all’ambiente, parlano del mondo che scompare: le guerre, il clima, la fragilità umana. In un tempo di distruzione e conflitti, la tua “scomparsa” può diventare anche un gesto di pace, un modo per ricordarci ciò che rischiamo di perdere?

Nel mio lavoro ho sempre cercato di esprimere il conflitto e l’imperfezione derivanti dalla deliberata scomparsa del corpo all’interno della civiltà creata dall’umanità. Le persone entrano in un gioco di ricerca e nascondimento, in cui sono sia i creatori che le vittime. Nel mio lavoro, il mio corpo rappresenta non solo me stesso, ma ognuno di noi, ogni anima che è venuta sulla Terra in questa vita. Dobbiamo sopportare le esperienze dettate dal nostro karma. Sperimentiamo il dolore, i problemi, le gioie e i piaceri che esso porta con sé; mentre costruiamo le nostre civiltà, dobbiamo anche sopportare le pressioni e le crisi di sopravvivenza derivanti dal loro progresso. Questo è diventato un atteggiamento fondamentale coltivato negli ultimi due decenni. Credo che dietro il mio lavoro ci sia un disegno più grande, un’esistenza superiore, che sostiene la mia continua creazione. Sono lieto che, grazie a questi vent’anni di accumulo, ho acquisito maggiore energia e più opportunità di esprimermi. Sono profondamente grato che così tante persone apprezzino il mio lavoro. Spero anche sinceramente che, nell’interpretare le mie creazioni, non guardiate solo dentro voi stessi, né vi limitiate a guardare indietro all’arte, ma riflettiate anche sull’umanità stessa: siamo avvolti in un disegno più grande, che si sta lentamente risvegliando. Dobbiamo diventare consapevoli del nostro io interiore, del nostro mondo e del nostro vero posto al suo interno. Non siamo limitati alla mera fisicità; possediamo un’energia eterna e più grande, che rimane sempre presente e ci sostiene perennemente. Attraverso questa energia, dobbiamo creare nuovi mondi e, attraverso la creazione di questi nuovi mondi, forgeremo un sé completamente rinnovato.

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