Ogni artista degno di questo nome possiede, in fondo, un solo pensiero, e passa la vita a girargli intorno da angolazioni diverse. Il pensiero di Christopher Nolan spesso assomiglia a una domanda, ovvero che cosa resta di un uomo quando il tempo, e non solo lo spazio, lo separa da tutto ciò che ama. È la stessa ferita che pulsava sotto la superficie di Memento e di Inception, di Interstellar e di Oppenheimer; un padre lontano da casa, il ticchettio inesorabile dell’orologio, la paura di non essere più riconosciuto al proprio ritorno. Che oggi quel regista approdi a Omero sembra non essere un caso. L’Odissea è il racconto di un uomo che lotta contro il tempo per tornare a sé stesso.
Che cosa significhi riscrivere un poema, un testo fondativo, lo si capisce solo accettando un paradosso, ovvero che al mito si è fedeli soltanto tradendolo. Così Nolan preleva dall’Odissea la sua architettura di partenze e ritorni, di prove e naufragi, e ne piega il significato verso il nostro presente inquieto, esattamente come aveva fatto con la storia della bomba atomica. I ritocchi visibili, gli episodi condensati o spostati, un epilogo che si congeda da quello omerico sono la parte meno interessante di questa infedeltà. Ciò che davvero muta è il baricentro morale del racconto.

Il suo Odisseo non è l’eroe astuto e vincente della tradizione scolastica ma un uomo che scopre, tardi e con orrore, il prezzo delle proprie astuzie. L’inganno del cavallo di Troia, gesto celebrato per secoli come capolavoro di ingegno, diventa qui il seme di una spirale di violenza che nessuno riesce più a fermare. È il medesimo tormento che attraversava il fisico di Los Alamos: la scoperta che un’idea geniale, una volta liberata nel mondo, non appartiene più a chi l’ha concepita e che può essere usata per gli scopi peggiori. E come sempre accade, c’è chi di quella paura si nutre: potenti pronti ad agitare lo spettro di oscuri popoli del mare per governare attraverso il terrore. Perfino i compagni di viaggio, un tempo devoti, si rivoltano contro la loro guida, stanchi di contare i morti che ogni sua decisione lascia sul cammino.
L’eroe è messo sotto processo, e il processo è il vero cuore del film. Mentre Odisseo erra fra Polifemo e Circe, fra il canto delle Sirene e la morsa di Scilla e Cariddi fino alle porte dell’Ade, Itaca vive la lunga malattia dell’attesa. Nolan la ritrae come un microcosmo di fragilità umana, con Penelope che intesse e disfa la sua tela, sospendendo il tempo di ogni decisione, Telemaco che, senza saperlo, ricalca le orme del padre, l’Antinoo velenoso di Robert Pattinson e la Melanto di Mia Goth a ordire i loro calcoli e, in un angolo, il vecchio cane Argo che monta la guardia più fedele di tutte. In questa corte di cinismo e insoddisfazione si affaccia anche l’assurdo teatro delle polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film, su tutte quella per la scelta di Lupita Nyong’o come Elena, a ricordarci che certe grettezze del presente non hanno bisogno di aedi per raccontarsi. Ventiquattro libri distillati in centosettantadue minuti senza che un solo filo si spezzi. E il tono cambia pelle di continuo.

C’è l’avventura marinara che toglie il fiato in mare aperto, c’è il film di guerra nelle sequenze troiane, c’è persino l’orrore nelle digressioni più cupe su Circe e sul Ciclope. Un kolossal nel senso più artigianale del termine, dove il gigantismo produttivo di Nolan si sposa con l’ostinato rifiuto della grafica digitale. La spiaggia, in Nolan, è sempre una soglia: può inghiottire o restituire. Lo si osserva bene qui, come Odisseo attende di rammentare sé stesso quando la corrente lo arena per sette anni sulla spiaggia di Calipso, in un luogo che non è luogo, dove il passato non passa e il futuro non arriva. Eppure la stessa riva può rovesciarsi, cambiare forma e diventare liberazione, come per i soldati di Dunkirk, quando su di essa si posa l’apparizione luminosa di Zendaya nei panni di Atena. Tutto converge verso Itaca, e qui il regista non teme di far discutere: un ritorno che a tratti evoca il Luke Skywalker crepuscolare della recente saga stellare, lo scontro con i Proci, un finale che diverge dall’originale. Ma ogni scelta serve per approdare a un concetto: non c’è progresso umano che non passi per il superamento dell’odio e delle divisioni. Arriva forte questo messaggio, dopo quasi tre ore che rappresentano il meglio che il cinema popolare sappia oggi offrire.





Efficace la narrazione non cronologica e quindi ‘non scolastica’ ma per flashback. Aggiungerei il continuo rimando alla coerenza assoluta con il ‘volere degli Dei’, fino al sacrificio dell’esilio, coerenza oggi evaporata per cui ogni principio etico può essere messo in discussione con disinvoltura e autogiustificazione. Interessante è anche ascoltare i commenti del pubblico in sala, ho visto il film con mio figlio trentenne, che era stato in dubbio se vedere il film anch’egli suggestionato dall’ “assurdo teatro delle polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film” Non aveva tutti i torti, abbiamo convenuto che una Elena nera, con sorella, non aveva senso apparente se non probabilmente accondiscendere ai must woke dell’attuale industria cinematografica, raccomandabile per probabili futuri Premi. Che ne pensa di questo Lucia Tedesco? Fortunatamente ha voluto verificare di persona, e non ha perso un ottimo film