“L’ombra come dimensione emotiva e poetica”. Jacopo Di Cera racconta Shapes / Forme

Le fotografie di Jacopo Di Cera accolgono il visitatore con un punto di vista inatteso: dall’alto, in una dimensione quasi astratta, gli atleti paralimpici diventano forme, traiettorie, tensioni nello spazio. Le ombre si allungano, si distaccano, dialogano con i corpi e ne amplificano la presenza, trasformando il gesto sportivo in un linguaggio universale. Entrare nelle sale di Shapes / Forme – Sotto la stessa luce significa sospendere per un momento il modo abituale di guardare i corpi e il movimento.

Il progetto, che riunisce 44 atleti appartenenti a tutte le discipline paralimpiche, nello spazio IsolaSET di Milano -Palazzo Lombardia, non racconta la disabilità come mancanza, ma come esperienza vissuta e trasformata attraverso lo sport. Alcuni dei protagonisti delle immagini hanno preso parte alla presentazione della mostra, restituendo con le loro testimonianze la dimensione più intima di questo lavoro: la fatica, la disciplina, ma anche la libertà che nasce dal movimento e dalla possibilità di ridefinire il proprio corpo.

In questa intervista, Jacopo Di Cera riflette sul proprio linguaggio visivo, sul ruolo dell’ombra e sulla responsabilità dell’arte nel raccontare temi sociali senza ricorrere alla retorica.

La fotografia zenitale è una costante nella tua ricerca. Che cosa ti offre questo punto di vista in termini di linguaggio e di relazione con il soggetto?

La fotografia zenitale introduce un principio completamente diverso rispetto alla visione tradizionale. Nella fotografia orizzontale esistono protagonisti e coprotagonisti, perché la profondità di campo costruisce gerarchie e stabilisce dove deve cadere lo sguardo. Nella visione dall’alto questa gerarchia scompare: tutti gli elementi si trovano sullo stesso piano. È proprio questa “democratizzazione” dello spazio che mi ha spinto, dodici anni fa, a raccontare il mondo da questa prospettiva. Il punto di vista zenitale crea anche un distacco dalla scena che interpreto come una forma di sospensione del giudizio: non decidendo chi è il protagonista, il fotografo lascia allo spettatore una libertà di interpretazione più ampia. Questo sguardo, quindi, non è solo una scelta estetica, ma un filtro etico e narrativo attraverso cui osservo la realtà.

Inaugurazione Jacopo di Cera, SHAPES FORME – SOTTO LA STESSA LUCE

Nelle tue immagini l’ombra non è un elemento secondario, ma un vero protagonista visivo e simbolico. Che ruolo gioca nella costruzione dell’identità degli atleti?

L’ombra, in questo progetto, ha assunto molteplici significati. Nella storia dell’arte e del pensiero può essere una trasfigurazione della realtà, come nel mito della caverna di Platone, oppure la rappresentazione dell’inconscio, come suggeriva Jung. Allo stesso tempo può avere una dimensione più leggera, quasi ludica, come accade in Peter Pan.

In Shapes / Forme tutte queste interpretazioni convivono. Dal mio punto di vista, l’ombra non serve a nascondere la disabilità, ma ad amplificare la presenza dell’atleta. Diventa un secondo corpo, capace di restituire il viaggio personale di ciascuno: sacrifici, fragilità, resilienza, consapevolezza. È uno strumento narrativo che permette di trasmettere non solo un gesto tecnico, ma anche una dimensione emotiva e poetica.

Hai lavorato con atleti appartenenti a tutte le discipline paralimpiche. Quali sono state le principali sfide nel rendere visibile la specificità di ogni gesto sportivo?

Il mio lavoro sull’ombra è iniziato diversi anni fa, durante una residenza artistica al Dynamo Camp, un luogo straordinario dove bambini con disabilità e malattie gravi possono vivere esperienze normalmente considerate impossibili. Lì ho iniziato a esplorare l’idea di entrare nell’animo delle persone attraverso la loro ombra.

Nel progetto Shapes / Forme questo percorso si è fatto ancora più intenso. Ogni atleta porta con sé una storia diversa: c’è chi ha acquisito una disabilità in seguito a un incidente e chi convive con essa dalla nascita. La sfida più grande è stata connettermi a queste storie e tradurle visivamente: in alcuni casi attraverso ombre forti e marcate, in altri con ombre più delicate o addirittura distaccate dal corpo, soprattutto quando si trattava di disabilità invisibili.

Se con il drone racconto l’Italia mantenendo una certa distanza, qui ho dovuto fare il contrario: avvicinarmi, entrare nelle persone. È stato un lavoro che mi ha cambiato profondamente.

Installation view, Jacopo di Cera, SHAPES FORME – SOTTO LA STESSA LUCE

Il progetto evita volutamente la retorica dell’eroismo spesso associata allo sport paralimpico. Quale responsabilità senti, come artista, nel costruire uno sguardo più contemporaneo su questi temi?

Credo che l’arte abbia un obbligo morale: raccontare ciò che spesso non viene raccontato e contribuire a creare consapevolezza su temi sociali, dalla disabilità al cambiamento climatico. Ognuno lo fa con il proprio linguaggio; il mio è sempre stato più concettuale che documentaristico.

In questo lavoro non volevo “mostrare” la disabilità in modo esplicito. Doveva essere percepita, non indicata. L’obiettivo era raccontare il ruolo dello sport come elemento capace di cambiare la traiettoria della vita di una persona, di offrirle una nuova direzione, una nuova energia. Le fotografie vogliono trasmettere questa forza senza bisogno di didascalie o retorica, lasciando che sia lo spettatore a sentirla.

Stai già lavorando a nuovi progetti. Su cosa si concentrerà la tua ricerca nei prossimi mesi?

Nei prossimi mesi presenterò diversi progetti che continuano a esplorare il rapporto tra immagine, spazio e temi sociali. Il 7 maggio inaugurerò un’installazione digitale sul cambiamento climatico all’interno del Padiglione della Sierra Leone alla Biennale, un tema che mi sta particolarmente a cuore e su cui sto lavorando da tempo.

Sarò poi presente a Gibellina, Capitale italiana dell’arte contemporanea, con un’installazione digitale dedicata al Cretto di Alberto Burri, che verrà presentata al Museo delle Orestiadi, porterò la vita all’interno del Cretto. Parallelamente parteciperò al festival Mare d’Arte di Cervia Milano Marittima prodotto da Gianluca Ranzi con un progetto fotografico curato da Nicolas Ballario.

Sono tre tappe importanti che segnano la continuità della mia ricerca: utilizzare linguaggi visivi diversi – dalla fotografia all’installazione digitale – per affrontare temi contemporanei e creare nuove forme di coinvolgimento per il pubblico.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e ultimabozza.it scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica.

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