L’omicidio Skrepetsky, le Pussy Riot, Pavlensky. L’arte nel mirino del potere

Neanche due mesi fa, nei giorni del pre-opening della Biennale di Venezia, una delle pochissime notizie davvero degne di nota in un sistema dell’arte che sempre più spesso sembra arrancare dietro alla velocità della storia, rifugiandosi nel proprio solipsismo elitario e in una certa megalomania autoreferenziale, convinto che le cose più rivoluzionarie da dire nel 2026 consistano nel ripetere performance concepite trent’anni fa o nel costruire installazioni tanto monumentali quanto incomprensibili, era stata la gioiosa e vagamente folle irruzione delle Pussy Riot davanti al Padiglione Russia, riaperto in modo quasi surreale per pochi giorni, e poi lungo le calli di una Venezia invasa da turisti, collezionisti, giornalisti e curiosi dall’aria attonita e spesso vagamente ebete. Per qualche ora, tra fotografie, slogan, colori sgargianti e improvvisazioni performative, il piccolo corteo guidato dal collettivo russo aveva restituito alla Biennale qualcosa che da tempo sembra mancare a molta arte contemporanea: un rapporto diretto con la realtà politica, con la cronaca e con la storia. Non una rappresentazione del conflitto, ma il conflitto stesso che irrompe nello spazio dell’arte.

Vale però la pena ricordare un dettaglio che in quei giorni sembrava quasi passare in secondo piano: le Pussy Riot non stavano semplicemente mettendo in scena una performance. Stavano esercitando una libertà che nel loro paese non possiedono più. In Russia, infatti, molte di loro non possono tornare. Negli ultimi anni il collettivo è stato sottoposto a una repressione crescente da parte del regime di Vladimir Putin; alcune componenti sono state arrestate, altre condannate, altre ancora costrette all’esilio. Nel settembre dello scorso anno, cinque esponenti del gruppo sono state condannate in contumacia a pene comprese tra gli otto e i tredici anni di carcere per azioni artistiche e politiche legate alla guerra in Ucraina e alla critica del governo russo. Mentre a Venezia, dunque, il loro passaggio veniva accolto come una delle parentesi più vivaci e imprevedibili della Biennale, a Mosca quelle stesse artiste continuavano a essere considerate nemiche dello Stato.

Eppure, sarebbe un errore pensare che si tratti di una questione confinata alla Russia: le notizie arrivate negli ultimi giorni mostrano infatti come il rapporto tra arte, dissenso e potere continui a produrre conseguenze molto concrete, e talvolta drammatiche, anche nel cuore dell’Europa. Da una parte c’è l’assassinio dell’artista e fumettista russo Robert Kouzovkov, conosciuto come Semyon Skrepetsky, ucciso in Polonia in circostanze che il primo ministro Donald Tusk ha definito “compatibili con un possibile delitto politico” (inutile nascondersi dietro a un dito: l’ombra che si affaccia è quella dei temibili servizi segreti russi, già autori di omicidi politici anche in terra straniera). Dall’altra, c’è invece una notizia passata finora un po’ sottotraccia: la procedura avviata in Francia contro Piotr Pavlensky, artista e performer al quale era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico proprio perché perseguitato in Russia, e che oggi rischia di vedersi revocata quella stessa protezione. Per molti anni, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, si è diffusa in Europa la convinzione che la persecuzione degli artisti appartenesse ormai a una stagione conclusa della storia. Le grandi dittature del Novecento avevano perseguitato scrittori, musicisti, registi e pittori; l’Unione Sovietica aveva trasformato l’arte in uno strumento di propaganda e represso ogni forma di dissenso; il nazismo aveva bollato come “degenerata” una parte consistente della cultura europea. Tutto questo sembrava appartenere a un passato che le democrazie occidentali avevano definitivamente superato. La realtà, come spesso accade, si è rivelata più complessa. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo ritorno della figura dell’artista dissidente e sovente perseguitato. Non più soltanto in paesi tradizionalmente autoritari, ma anche all’interno di un contesto globale nel quale il controllo delle immagini, delle narrazioni e dei simboli è diventato sempre più importante. È sufficiente osservare ciò che è accaduto a Gaza dall’inizio della guerra per comprendere quanto gli artisti, gli scrittori, i poeti e gli intellettuali continuino a trovarsi in una posizione particolarmente vulnerabile ogni volta che un conflitto assume una dimensione totale. Nel corso dell’offensiva israeliana, decine di figure centrali della vita culturale palestinese hanno perso la vita, mentre biblioteche, università, centri culturali, archivi e luoghi della produzione artistica sono stati gravemente danneggiati o distrutti. Tra i nomi più noti vi sono quelli della pittrice Heba Zagout, della poetessa e romanziera Heba Abu Nada e dello scrittore e docente universitario Refaat Alareer, divenuto negli ultimi anni una delle voci letterarie palestinesi più conosciute a livello internazionale. Al di là delle diverse interpretazioni politiche del conflitto, colpisce il riproporsi di una dinamica antica: quando il potere, la guerra o l’ideologia entrano in una fase di scontro radicale, gli artisti e gli intellettuali tornano a essere percepiti non come figure marginali, ma come soggetti capaci di influenzare il racconto stesso della realtà. In un mondo attraversato dai social network, dalla comunicazione permanente e dalla polarizzazione politica, un’immagine efficace può infatti raggiungere milioni di persone in poche ore, una performance può trasformarsi in un caso internazionale, una caricatura può provocare conseguenze diplomatiche, giudiziarie o addirittura militari. Non dovrebbe dunque stupire che proprio gli artisti siano tornati a occupare una posizione scomoda. Perché l’artista, quando svolge davvero il proprio ruolo, produce spesso qualcosa che il potere fatica a controllare: ambiguità, ironia, dissenso, interpretazioni alternative della realtà. In altre parole, tutto ciò che mette in crisi le narrazioni ufficiali.

L’esempio più tragico degli ultimi decenni rimane probabilmente l’attentato contro Charlie Hebdo. Quando, nel gennaio del 2015, i fratelli Kouachi – due jihadisti francesi radicalizzati negli ambienti di Al Qaeda – fecero irruzione nella redazione del settimanale satirico francese uccidendo dodici persone, non stavano colpendo un ministero, una caserma o una sede di partito: stavano colpendo un gruppo di disegnatori, tra i più geniali e corrosivi di tutta Europa (tra loro, dei veri e propri geni come Georges Wolinski); stavano colpendo persone armate soltanto di matite, carta e immagini. Al di là delle polemiche che ancora oggi accompagnano le caricature pubblicate dal giornale, quel massacro mostrò con una chiarezza brutale quanto il potere delle immagini possa essere percepito come una minaccia reale da chi pretende di detenere il monopolio della verità religiosa o politica. Da allora, gli esempi non sono mancati. Le Pussy Riot, trasformate da collettivo artistico in nemico pubblico dal regime russo; numerosi artisti ucraini e russi costretti all’esilio dopo l’inizio della guerra; curatori, giornalisti culturali e operatori del mondo dell’arte inseriti in liste di proscrizione informali o sottoposti a pressioni crescenti. E oggi, appunto, due nuove vicende che sembrano appartenere a gradi diversi della stessa scala repressiva: l’assassinio di Robert Kouzovkov e il caso Pavlensky.

L’omicidio di Skrepetsky

La vicenda di Skrepetsky presenta già oggi contorni che sembrano usciti da un romanzo di John le Carré più che da una normale cronaca giudiziaria. L’artista, il cui vero nome era Robert Kouzovkov, era nato nella regione russa dell’Altaj e dal 2021 viveva in esilio in Polonia insieme alla moglie e ai cinque figli dopo avere lasciato la Russia per timore di persecuzioni politiche. Non era un leader dell’opposizione, né una celebrità internazionale, né una figura dotata di particolare peso politico. Guadagnava, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, poche centinaia di dollari al mese attraverso la monetizzazione dei propri contenuti online e viveva sostanzialmente della propria attività artistica. Proprio questo rende la sua morte ancora più inquietante, perché Skrepetsky non disponeva di alcun potere reale; possedeva soltanto una matita, una notevole dose di coraggio e una satira feroce. Le sue caricature prendevano di mira Vladimir Putin, Aleksandr Lukashenko, Ramzan Kadyrov e numerose altre figure dell’universo politico post-sovietico. In alcuni disegni Putin appariva come un neonato tenuto in braccio da Stalin; in altri Lukashenko veniva trasformato in una sorta di Hitler contadino armato di secchio di patate; in altri ancora il leader ceceno e il figlio Adam comparivano con sembianze grottesche e animalesche. Ma Skrepetsky non risparmiava neppure i propri alleati ideologici: aveva ironizzato anche su Aleksej Navalny e sulle autorità ucraine, finendo addirittura inserito nel controverso database ucraino Myrotvorets. Era insomma uno di quegli artisti che non riconoscono appartenenze stabili e che considerano il potere, qualunque potere, un bersaglio legittimo della satira.

La mattina del 15 giugno, poco dopo le dieci, stava passeggiando nei pressi della propria abitazione in via Regina Jadwiga, a Biała Podlaska, una cittadina polacca di circa sessantamila abitanti situata a pochi chilometri dal confine con la Bielorussia. Secondo la ricostruzione fornita dalla procura di Lublino, un uomo gli si è avvicinato nel parcheggio del complesso residenziale in cui viveva e ha aperto il fuoco da distanza ravvicinata. I primi due colpi lo hanno raggiunto facendolo cadere a terra. A quel punto l’assassino si è avvicinato ulteriormente e ha esploso altri tre colpi alla testa, al torace e alla schiena prima di allontanarsi rapidamente. Sul luogo del delitto sono stati rinvenuti cinque bossoli e un proiettile calibro 9 millimetri Luger. Più che un omicidio, un’esecuzione. La reazione delle autorità polacche è stata immediata e insolita. La polizia ha isolato l’area, istituito posti di blocco sulle principali vie di fuga e rafforzato la sorveglianza delle scuole frequentate dai figli dell’artista. In un primo momento l’attenzione degli investigatori si è concentrata su due cittadini bielorussi fermati nei pressi del consolato della Bielorussia, distante appena seicento metri dal luogo dell’omicidio. Successivamente è emersa la notizia dell’arresto, nei pressi di Varsavia, di un uomo che viaggiava con un passaporto georgiano intestato a un cittadino di trentasei anni. Le indagini sono ancora in corso e nessuna responsabilità è stata formalmente accertata. Eppure l’impressione che si sia trattato di un delitto accuratamente pianificato è difficile da ignorare.

Anche gli ultimi giorni della sua vita contribuiscono ad alimentare questa impressione. Soltanto tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva partecipato a Berlino a una manifestazione davanti all’ambasciata russa in occasione della Festa della Russia. Per protestare contro il regime, aveva sfilato con una sua celebre immagine raffigurante Stalin mentre tiene in braccio un piccolo Putin e aveva trascinato provocatoriamente sull’asfalto una bandiera russa legata ai pantaloni. Poche ore prima di morire aveva pubblicato sui social alcuni dei messaggi minatori ricevuti in seguito a quella iniziativa. Un amico, il dissidente Bulat Subkhankulov, ha raccontato alla BBC di avergli ripetuto più volte: “Verranno a prenderti”. Ma Skrepetsky, a quanto pare, aveva sempre rifiutato di vivere nella paura. “Alla fine ho capito che era inutile insistere”, ha raccontato. “Era fatto così: testardo e completamente sprezzante del pericolo”. Che dietro questo omicidio vi sia o meno una regia politica sarà la magistratura polacca a stabilirlo. Ma una cosa appare già evidente: Robert Kouzovkov non era un generale, un agente segreto, un oligarca o un leader politico: era un artista. E il fatto che nel cuore dell’Europa si possa oggi discutere seriamente della possibile esecuzione di un artista dissidente per le immagini che produce dovrebbe bastare, da solo, a ricordarci quanto il rapporto tra arte e potere sia molto meno innocuo di quanto il sistema dell’arte ami raccontare.

Pavlensky, un artista ad alto rischio

Oggi, un altro artista si trova di fronte a una minaccia di natura completamente diversa ma non per questo priva di conseguenze. Piotr Pavlensky, il performer russo che nel 2017 aveva ottenuto dalla Francia lo status di rifugiato politico in quanto perseguitato in Russia per la propria attività artistica, ha ricevuto nelle scorse settimane una comunicazione ufficiale dell’Office français de protection des réfugiés et apatrides (OFPRA) che potrebbe condurre alla revoca della protezione internazionale accordatagli quasi dieci anni fa. La vicenda è emersa pubblicamente soltanto negli ultimi giorni. Nei giorni scorsi, è stato lo stesso Pavlensky, con cui sono in contatto da tempo e che ho più volte intervistato per la sua attività artistica, a contattarmi, inviandomi copia integrale della comunicazione ricevuta dall’OFPRA e della risposta che ha successivamente trasmesso alle autorità francesi. In un primo messaggio, accompagnando la documentazione, ha commentato la situazione con una frase tanto ironica quanto amara: “Mi sembra che alle autorità francesi non piaccia particolarmente l’arte soggetto-oggetto”.

La lettera dell’OFPRA, datata 26 maggio 2026, è formulata nel linguaggio burocratico tipico delle amministrazioni francesi, ma il suo contenuto è tutt’altro che ordinario. L’OFPRA ricorda anzitutto che Pavlensky aveva ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato il 28 aprile 2017. Successivamente informa l’artista che l’ente “valuta la possibilità di porre fine” a tale protezione sulla base dell’articolo L.511-7 del Code de l’entrée et du séjour des étrangers et du droit d’asile, ritenendo che alcune delle sue condanne intervenute negli ultimi anni possano consentire di considerare la sua presenza sul territorio francese come “une menace grave pour la société“, una “grave minaccia per la società”. Nel documento, vengono richiamate in particolare due vicende giudiziarie. La prima riguarda la condanna pronunciata dal tribunale correzionale di Parigi il 10 gennaio 2019 per l’azione intitolata Éclairage (Lighting), durante la quale Pavlensky incendiò l’ingresso della Banque de France in Place de la Bastille. La seconda riguarda invece la condanna del 2023 legata alla diffusione dei materiali che diedero origine al caso Pornopolitique, l’azione che coinvolse l’allora candidato sindaco di Parigi Benjamin Griveaux e che provocò uno dei più clamorosi scandali politici della recente storia francese.

L’aspetto forse più interessante della comunicazione non è però ciò che contesta all’artista, bensì ciò che gli chiede. L’OFPRA concede infatti ventuno giorni di tempo all’artista per presentare osservazioni scritte, e invita Pavlensky a produrre tutta una serie di documenti che possano giustificare il mantenimento della protezione internazionale: certificati relativi alla situazione familiare, attestazioni d’integrazione professionale, documentazione medica o psicologica, eventuali percorsi di reinserimento socio-giudiziario e qualsiasi altro elemento utile a dimostrare il suo radicamento nella società francese. Ed è a questo punto che la vicenda assume una piega inattesa. Successivamente, Pavlensky mi ha infatti spiegato di avere deciso di non presentare alcuna documentazione relativa alla propria integrazione sociale, lavorativa o familiare. Al posto dei certificati richiesti dall’amministrazione francese, ha scelto di spedire soltanto due libri: il primo è Subject-Object Art Theory, pubblicato nel 2025 da Seagull Books, nel quale espone la teoria dell'”arte soggetto-oggetto” che costituisce il fondamento della sua pratica artistica. Il secondo è The Trial of an Artwork, volume che raccoglie saggi di Boris Groys, Sarah Wilson, Carrie Pilto, Jenny Doussan e Michaël La Chance dedicati alla difesa teorica di Pornopolitique. “Non invierò nient’altro all’OFPRA”, mi ha spiegato, “perché sono un artista, e questa è l’unica cosa che conta”. “Forse in Italia, dove la libertà artistica è rispettata, questo non è del tutto evidente”, dice Pavlensky, “ma nel contesto della Francia e della Russia questo caso è molto importante. Prima o poi”, dice, “sarò inevitabilmente deportato in Russia. E lì le autorità regoleranno certamente i conti con me per la mia attività artistica, inviandomi, con un pretesto o con un altro, in un campo di detenzione per i prossimi cinque o dieci anni”. Il rischio, aggungiamo noi, soprattutto se lo si guarda alla luce dell’inasprimento delle pene verso artisti e intellettuali dissidenti, è più che mai concreto, ed è quindi evidente che lasciare che un artista come Pavlensky, che non ha mai compiuto azioni per il gusto di infrangere la legge, ma unicamente con intenti aertistici, politici e dimostrativi, e mai con danni gravi se non verso se stesso (come quando si tagliò un orecchio sul muro di cinta dell’ospedale psichiatrico Serbsky a Mosca, o quando si attaccò lo scroto nella piazza Rossa), sia ricacciato tra le braccia di Putin, equivarrebbe a essere complici del suo regime e della sua più che probabile persecuzione. Nella risposta ufficiale inviata all’OFPRA il 16 giugno, Pavlensky rifiuta dunque l’intero impianto argomentativo proposto dall’amministrazione francese. Non allega documentazione relativa alla propria vita privata. Non produce attestati di buona condotta o prove di integrazione sociale. “Le sole cose che desidero fornire ai rappresentanti del potere sono due libri”, scrive. E poco oltre aggiunge: “Raccogliere attestazioni di ogni genere, umiliarmi e cercare di dimostrare che sono un buon residente francese, non lo voglio. Perché sono un artista, ed è l’unica cosa che conta”. Nella stessa corrispondenza, Pavlensky definisce la propria situazione “non soltanto importante ma straordinaria” per quello che considera un paradosso quasi inconcepibile. “Mi è stato concesso asilo come artista perseguitato in Russia a causa della mia pratica artistica, e oggi la Francia vuole revocarmi quell’asilo a causa della stessa pratica artistica”. Difficile negare che tocchi il punto centrale dell’intera vicenda, e che la contraddizione risieda proprio in questa sua duplice veste: artista accettato perché perseguitato nella sua terra a causa dell’arte, rischia di esservi rispedito, sempre a causa della sua arte.

È importante essere molto chiari. Tra i due episodi, l’omicidio a sangue freddo ed evidentemente su commissione di Skrepetsky da una parte, e il rischio che Pavlenskly perda il suo status di rifugiato, esiste una differenza enorme. Da una parte c’è un uomo morto sotto i colpi di un’arma da fuoco in quello che potrebbe rivelarsi un delitto politico con un mandante internazionale; dall’altra, c’è una procedura amministrativa che si svolge all’interno delle istituzioni di uno Stato democratico; confondere questi piani significherebbe perdere il senso delle proporzioni. Ma proprio perché le differenze sono così grandi, la vicenda di Piotr Pavlensky merita forse un’attenzione particolare. Perché, se l’assassinio di Skrepetsky richiama immediatamente alla mente non solo i metodi brutali e ben consolidati di tutti i regimi autoritari, ma anche i romanzi di spionaggio, in cui i servizi segreti assumono sicari per eliminare nemici e oppositori anche al di fuori dei confini nazionali, il caso Pavlensky apre una domanda molto più scomoda per l’Europa occidentale: che cosa accade quando una democrazia si trova di fronte a un artista che non vuole essere conciliabile, integrabile o rassicurante, ma continua ostinatamente a praticare un’arte costruita sul conflitto con il potere, e che nel proprio paese d’origine rischia conseguenze estremamente gravi proprio a causa di quella stessa pratica artistica?

Person wearing a hooded jacket stands in front of a doorway with flames burning behind them at night.

Piotr Pavlensky non è mai stato un artista facile da difendere, e probabilmente non ha mai desiderato esserlo. Fin dalle prime azioni realizzate in Russia, il suo lavoro si è collocato in quella zona estrema nella quale la performance smette di limitarsi a rappresentare il conflitto e decide invece di produrlo direttamente. Le sue opere hanno coinvolto polizia, magistratura, tribunali, apparati dello Stato e sistema mediatico. Per alcuni si tratta di uno dei più importanti artisti politici del nostro tempo; per altri di un provocatore che utilizza il linguaggio dell’arte per giustificare azioni che ne travalicano i confini tradizionali. È una discussione legittima, destinata probabilmente a non esaurirsi mai (personalmentem non nascondo di appartenere alla prima categoria: artisti così radicali, così coerenti e così disposti a pagare in prima persona il prezzo delle proprie idee rappresentano una risorsa preziosa per un sistema dell’arte che troppo spesso continua a baloccarsi con intuizioni vecchie di un secolo e con decorativismi di seconda mano).

La questione aperta oggi dalla Francia, tuttavia, è un’altra. Il punto non è stabilire se Pavlensky piaccia oppure no, se le sue opere siano condivisibili o meno, o se il suo modo di intendere l’arte risulti accettabile agli occhi dell’opinione pubblica. Il punto è il paradosso che lui stesso evidenzia nella lettera inviata all’OFPRA: essere stato accolto come artista perseguitato a causa della propria pratica artistica e rischiare oggi di perdere quella protezione per la stessa ragione. Naturalmente nessuno può sostenere che una democrazia liberale debba rinunciare ad applicare le proprie leggi in nome dell’arte, né che la qualifica di artista costituisca una forma di immunità permanente. Ma la domanda che il caso Pavlensky pone è un’altra, e riguarda il confine sottile tra l’applicazione della legge e una più generale insofferenza verso quelle forme di espressione artistica che rifiutano di essere concilianti, decorative o rassicuranti. Per molti anni l’Occidente ha amato raccontarsi come il luogo nel quale la libertà artistica aveva definitivamente vinto la propria battaglia. A differenza delle dittature, si diceva, qui gli artisti possono dire tutto, rappresentare tutto, criticare tutto. Ma la storia insegna che la libertà di espressione non viene realmente messa alla prova quando protegge opere che tutti approvano. Viene messa alla prova quando protegge opere che disturbano, offendono, irritano, dividono l’opinione pubblica o mettono in difficoltà il potere. Siamo disposti a continuare a farlo, nonostante tutto?

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Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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