Conosco Giulia (Blocal Travel) digitalmente da oltre 15 anni: è stata per me un punto di riferimento agli inizi. Siamo più o meno coetanei, abbiamo passioni simili e soprattutto abbiamo deciso di affrontare online dei temi molto specifici e molto scivolosi: la street art, il graffiti writing, la gentrificazione, la modalità con cui le città cambiano e possono essere viste… e tanti altri temi.
Dopo anni ad essere “digital pen pals”, abbiamo avuto modo di incontrarci di persona ed abbiamo rafforzato questa stima reciproca verso il lavoro che facciamo e il supporto verso gli obiettivi che vogliamo raggiungere. Abbiamo spesso parlato di voler fare qualcosa assieme, ma non c’è stato modo, fino ad oggi.
Prima però di scendere nel dettaglio della collaborazione tra me e Giulia, godetevi questa veloce chiacchierata tra me e lei di qualche giorno fa in cui mi ha raccontato i dettagli del suo progetto: non una semplice collana di guide di viaggio, ma qualcosa di molto di più.

Dopo averne parlato assieme anni fa, ho visto che il tuo grande progetto ha preso forma: perché non ci racconti da dove nasce tutto?
Se devo tornare all’inizio, tutto parte nel 2011, quando ho aperto Blocal Travel. Era un blog di viaggi, sì, ma molto mirato: viaggi fatti per fotografare muri, come dici tu. Da lì è iniziato tutto.
Per anni ho vissuto online. Blog, social, newsletter. Un flusso continuo. A un certo punto ho sentito il bisogno di fare qualcosa di tangibile, di fisico. E soprattutto qualcosa che chiedesse tempo. Tempo al lettore, non i tre secondi di uno scroll distratto. E tempo a me, per studiare, scavare, fare ricerca, scrivere con calma e costruire un racconto su più livelli.
Le mie guide online erano già molto approfondite. Ed è qui che ho capito il problema: stavo usando il mezzo sbagliato. Cercavo profondità in uno spazio pensato per la velocità. Provavo a stratificare contenuti su una piattaforma che premia la sintesi estrema. Non funzionava fino in fondo.
Con le guide cartacee ho potuto cambiare prospettiva. Non mi interessa solo dire dove si trova un murale o spiegare cosa rappresenta. Mi interessa raccontare una città in modo completo: la storia del suo movimento graffiti e street art, il modo in cui una scena locale ha interpretato e trasformato un linguaggio globale, le evoluzioni urbane che hanno inciso sugli artisti e viceversa.
E poi le interviste: per me era fondamentale che fossero gli artisti stessi a raccontare la città, non solo io. Il libro mi permette di lavorare su più livelli, di intrecciare storia, analisi e voci dirette senza dover comprimere tutto in uno scroll. È stato un passaggio naturale, ma anche molto consapevole.

Il tuo è poi un progetto indipendente ed è una cosa che io apprezzo tantissimo. Non è facile, ma immagino dia grandi soddisfazioni. Come mai hai scelto questa via e quali ostacoli hai superato fino ad oggi?
Ho capito subito che questa collana doveva essere indipendente. Non solo per romanticismo, ma per coerenza. Se l’obiettivo è tenere insieme più livelli di lettura, non puoi partire già con dei limiti imposti dal mercato.
“As Seen on the Streets of…” non è solo una collana di guide. Sono guide di viaggio, sì, nel senso più pratico: ti porto nei quartieri, ti racconto i progetti, ti dico dove guardare. Ma dentro c’è anche un progetto fotografico importante, circa 300 foto d’autore per ogni volume (a cura del mio compagno, Paolo Giannotti), quindi diventa anche un libro da collezione, da sfogliare per godersi le immagini.
Poi c’è la parte critica, dove affronto temi specifici della scena locale, dalla gentrificazione al mercato dell’arte. E infine le interviste, con un taglio curatoriale, quasi da magazine d’arte. È un oggetto ibrido e il mercato editoriale non ama gli ibridi. Vuole categorie chiare: guida o libro d’arte. Questo progetto è entrambe le cose e altro ancora. Sapevo che proporlo a un editore tradizionale avrebbe significato ridurlo, semplificarlo, renderlo più incasellabile. Non era quello che volevo, e quindi non ci ho neanche provato. La parte difficile è tutta il resto. I costi sono interamente a mio carico, e non sono bassi perché voglio un prodotto allo stesso livello qualitativo dell’editoria ufficiale.
Lavoro con grafici editoriali, curo i materiali e i formati. Ogni libro esce in tre versioni: coffee table, paperback ed ebook. È una scelta precisa, ma moltiplica la complessità. Poi c’è la distribuzione. Le librerie difficilmente accettano libri autoprodotti, anche per questioni economiche e di sistema. E nel mio caso c’è un’ulteriore barriera: è un progetto di nicchia e multilivello. Molti librai vedono “un libro sulla street art a Londra” e si fermano lì. Non percepiscono subito il lavoro curatoriale, il livello degli artisti coinvolti, l’angolo critico.
Ho avuto risultati molto migliori con gallerie specializzate in arte urbana, festival di street art, o fiere di fanzine, perché chi è dentro la nicchia capisce immediatamente il valore del progetto. Questo mi ha costretta a rivedere la strategia e a costruirmi un canale su misura. La vera difficoltà è che non puoi appoggiarti alle regole standard del mercato editoriale. Per un progetto indipendente e specializzato, quelle regole semplicemente non funzionano. Ogni giorno è un test. Provo, misuro, correggo…e nel frattempo lavoro già al libro dopo, perché il senso di tutto non è nel titolo singolo, ma nella costruzione della collana nel tempo. Il carico mentale è alto, ma è anche la parte più stimolante.
Non ci sono istruzioni da seguire. Devi costruirti il sistema pezzo per pezzo. Ogni mossa è una scommessa, un esperimento. E come ogni esperimento, o funziona oppure ti obbliga a capire cosa non sta funzionando. In ogni caso, ti insegna qualcosa.

In questo momento mi sembra di capire che sei a Londra: c’è un motivo specifico? Stai forse cercando Banksy come due estati fa?
Sì, sono di nuovo a Londra. Questa volta però non sto inseguendo Banksy.
Due estati fa ero qui per realizzare le interviste del libro: dovevo incontrare diversi artisti, lavorare agli ultimi dettagli, raccogliere materiale. Poi è esplosa la vicenda di Banksy in città e mi sono trovata nel posto giusto al momento giusto. È stato surreale, ma in realtà io ero qui per tutt’altro: per chiudere un lavoro lungo mesi.
Adesso il motivo è molto più lineare e, per me, ancora più importante. Il 17 aprile facciamo la prima presentazione ufficiale del libro alla Camden Open Air Gallery, la prima galleria che ha deciso di tenere i miei volumi in stock. Alcuni degli street artist londinesi intervistati saranno presenti per firmare le copie. È un momento simbolico: il libro torna nella città che racconta, insieme alle persone che ne fanno parte.
In parallelo sto organizzando cinque passeggiate urbane con i lettori della mia newsletter. Cinque itinerari diversi, otto ore ciascuno. Camminiamo nei quartieri raccontati nel libro, entriamo negli studi di alcuni artisti, discutiamo di come l’arte urbana stia incidendo sulle trasformazioni della città. Per me era fondamentale che l’uscita non restasse confinata a un evento, per quanto divertente, ma tornasse nelle strade dove tutto è nato.
Inoltre, Londra è la prima tappa di un book tour primaverile completamente autogestito. Porterò il libro dentro festival di street art con cui collaboro da anni attraverso il blog: il Nuart Festival (Aberdeen), lo Yardworks (Glasgow) e l’Upfest (Bristol).
Anche organizzare il tour ha richiesto tempo e incastri complessi, ma essere qui per diverse settimane mi permette di proporre il libro in spazi indipendenti in tutto il Regno Unito, non solo a Londra. È una parte faticosa dell’indipendenza, ma anche quella che ti mette davvero in relazione con la scena che racconti!
Con Giulia potremmo stare ore a parlare (cosa che abbiamo fatto in passato) di temi legati all’arte urbana e confrontarci sulle nostre idee, spesso divergenti, ma probabilmente la cosa che sappiamo fare meglio è condividere con chi è appassionato/a di questa arte ciò che abbiamo appreso negli anni e ciò che vediamo nelle città.
Per questo motivo abbiamo passato qualche giorno a Londra per realizzare un editoriale speciale dedicato all’arte urbana di questa città che è da sempre punto di riferimento nel mondo per street art e writing. Nel primo numero di Artuu Paper, infatti, troverete quindi questa chicca: la prima collaborazione editoriale tra Giulia e me, il racconto di una giornata tra le vie di Londra vista dagli occhi di due persone continuamente pronte a scoprire cosa i vicoli della città possono nascondere quando si parla di arte urbana.


