Un’app per parlare con le persone defunte. Chatbot che, dopo mesi di confidenze e conversazioni, sostituiscono amici e fidanzati. ChatGPT utilizzato per avere rassicurazioni psicologiche, relazionali e perfino mediche. Benvenuti nell’era della “loneliness economy”, l’economia della solitudine, redditizia per chi sviluppa piattaforme digitali, bot e app, ma con una capacità di sfruttare l’isolamento che solleva molti dubbi, soprattutto sulle iniziative più recenti.
L’app 2wai, a fine 2025, è finita nell’occhio del ciclone, diventando un simbolo, e al contempo un sintomo, dell’era della solitudine digitale contemporanea. 2wai è una piattaforma americana che usa l’IA per creare “HoloAvatars” realistici da brevi video di persone reali, permettendo chat video bidirezionali immersive. È diventata virale e discussa per uno spot che mostrava conversazioni con defunti, scatenando polemiche etiche sul lutto e la dipendenza da illusioni digitali. Lo spot, dal titolo “Preserve Your Legacy”, con la voce di un ex attore Disney, ha polarizzato l’opinione pubblica tra chi – pochi in verità – lo ha elogiato per la capacità di mettere al centro della scena un tema delicato e chi lo ha ferocemente criticato come mossa per guadagnare sul dolore. Se negli Stati Uniti si è registrata una corsa a scaricare l’app, in Italia e Europa, 2wai solleva questioni su temi come la privacy dei dati, l’eventuale consenso degli eredi e, non ultimo, l’impatto psicologico. Tutto sommato, 2wai a oggi appare più che altro come la manifestazione spregiudicata di qualcosa che arriva da lontano.

Il paesaggio globale della solitudine
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito solitudine e isolamento come “la minaccia nascosta alla salute globale che non possiamo più ignorare”, dedicando all’argomento una specifica ricerca dal titolo “From loneliness to social connection”. Nel 2025 il governo giapponese ha approvato l’uso dei robot da compagnia per sostenere una popolazione sempre più anziana e contrastare il fenomeno del kodokushi, le “morti solitarie”. Uno scenario che non riguarda più solo determinate culture e società. Nel 2018 il Regno Unito aveva già istituito il primo ministro della Solitudine, mentre negli Stati Uniti molti giovani della Generazione Z indicano le app — più che le persone — come principali confidenti. Un rapporto del Surgeon General USA del 2023 ha definito la solitudine “un’epidemia”, con effetti sulla salute paragonabili al fumo quotidiano. È in questo contesto che prende forma il possibile vantaggio economico: la compagnia — reale o virtuale — diventa un servizio acquistabile e un settore commerciale remunerativo.
E in Italia? Secondo l’Istat, sono 9,3 milioni gli italiani che soffrono la solitudine, in particolare nella fascia over 65. Tra i giovani qualche campanello d’allarme nel rapporto tra isolamento e tecnologie digitali comincia a farsi sentire: nell’ultimo report di Save the Children si legge che oltre il 92% degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni utilizza strumenti di intelligenza artificiale. Il 41,8% vi si rivolge quando si sente triste, solo o in ansia, mentre più del 42% li consulta per orientarsi nelle decisioni importanti. Tuttavia, sebbene molti giovani trovino nell’IA un supporto emotivo, i dati sul benessere mentale restano allarmanti: meno della metà dei ragazzi italiani tra i 15 e i 16 anni (49,6%) dichiara di stare bene dal punto di vista psicologico. “Il punto non è demonizzare: queste tecnologie possono ridurre l’isolamento percepito, dare una ‘stampella’ in momenti fragili e talvolta facilitare l’accesso a informazioni o a risorse di aiuto. Ma vanno lette per quello che sono: supporti che simulano relazione, non relazioni umane in senso pieno”, spiega ad “Artuu Magazine” Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Tecnologie sempre pronte all’uso
Se, in particolari momenti di stress e ansia ci si sente particolarmente soli e vulnerabili e serve qualcuno con cui parlare, ecco l’app che giunge in soccorso. Replika, tra i chatbot di IA più diffusi al mondo, offre agli utenti un compagno virtuale che si adatta nel tempo ad abitudini e conversazioni. C’è chi arriva a definire il chatbot la propria “anima gemella”, data la quantità di tempo passato a conversare sull’app. Negli ultimi anni Replika ha registrato un’espansione notevole: ha superato i 10 milioni di download complessivi e conta circa 30 milioni di utenti registrati distribuiti in 150 paesi. Il profilo degli iscritti è significativo: circa il 40% riferisce difficoltà legate alla salute mentale e oltre l’85% afferma di aver sviluppato un legame emotivo con il proprio chatbot.
La maggioranza è giovane: il 60% ha meno di trent’anni. L’app offre un accesso base gratuito, ma prevede funzionalità premium a pagamento, scelte da circa un quarto degli utenti. La vera svolta nella diffusione è arrivata con la pandemia, periodo in cui la crescita dell’azienda ha toccato il +150%. Le previsioni indicano per Luka, la società che gestisce Replika, ricavi fino a 100 milioni di dollari entro il 2032. Il rallentamento registrato nel 2024 è attribuito soprattutto all’arrivo di nuovi concorrenti, tra cui Woebot, Mitsuku e MyDol. Anche il supporto psicologico si è digitalizzato, con app di terapia disponibili 24 ore su 24. Il bisogno emotivo è evidente e il mercato ha imparato a trasformarlo in servizio, spesso a pagamento. Nella valutazione di questi strumenti va sempre considerato, come sottolinea Di Mattei, come vengono usati e chi li usa*. “Possono ridurre la solitudine -* sottolinea – quando funzionano da ponte: accompagnano una fase, aiutano a riorganizzare emozioni, e soprattutto spingono verso contatti reali (famiglia, amici, gruppi, servizi). Rischiano invece di aumentarla quando diventano sostituti: se la persona, per paura del rifiuto o per sfiducia, sceglie l’interazione artificiale perché più prevedibile e meno faticosa”.
“È un paradosso relazionale – prosegue – : meno mi espongo alla complessità delle relazioni, più mi ‘disalleno’ alla relazione, e la solitudine può cronicizzarsi. Nel breve periodo possiamo osservare: sollievo, distrazione, regolazione emotiva ‘rapida’, senso di compagnia. Per alcune persone può essere una riduzione dell’ansia sociale perché l’interazione è controllabile. Nel lungo periodo, se l’uso diventa costante e sostitutivo, i rischi sono: dipendenza dall’interazione digitale, riduzione della tolleranza alla frustrazione relazionale, aumento di ritiro sociale, idealizzazione della ‘relazione’ con l’app e un progressivo impoverimento delle competenze sociali. In altre parole: può diventare un analgesico emotivo che non cura la causa, e talvolta la amplifica”.

Bisogni emotivi e fatturato algoritmico
È innegabile che l’economia della solitudine risponda a un bisogno reale. Per chi soffre di ansia, ha una disabilità o vive in zone isolate, le app di compagnia e di terapia digitale possono rappresentare un supporto concreto. Inoltre contribuiscono a rendere più accettabile la ricerca di aiuto emotivo, ancora oggi oggetto di stigma in molte culture. Esiste però anche un rovescio della medaglia. Molte di queste piattaforme sono progettate per massimizzare il coinvolgimento degli utenti e non necessariamente per favorire un vero percorso di benessere. Spingono verso la presenza continua, ma non garantiscono relazioni autentiche. Se le interazioni digitali finiscono per sostituire quelle umane, il rischio è quello di perdere proprio quella imperfezione e imprevedibilità che rendono i legami reali così importanti? “Il bilanciamento– conclude Di Mattei – non può ricadere soltanto sul singolo. Come Ordine degli Psicologi abbiamo la responsabilità di guidare un uso consapevole delle tecnologie e di proteggere il benessere sia delle persone sia dei professionisti. Questo implica definire linee guida chiare per integrare gli strumenti digitali senza perdere la centralità della relazione, prevenire sovraesposizione e burnout anche tra gli psicologi, promuovere una cultura del limite che distingua tra supporto e ritiro, richiamare aziende e istituzioni a evitare meccanismi di dipendenza e condizionamento invisibile, e rafforzare l’alfabetizzazione digitale soprattutto tra i più vulnerabili”.



