Lorenzo Lelli, étoile emergente: il debutto a Parigi nel Romeo e Giulietta di Nureyev

La danza è racconto attraverso il corpo: un equilibrio tra tecnica, disciplina, interpretazione e sensibilità. Il ventiduenne Lorenzo Lelli inizia a ballare ad Atessa, in Abruzzo, e ad oggi è sujet all’Opéra National de Paris, dove il giorno di Pasqua debutterà come Romeo in Romeo e Giulietta di Rudolf Nureyev. 

Nel suo percorso ha già affrontato esperienze importanti: dal Principe Désiré ne La Bella Addormentata alla partecipazione a Bolle and Friends di Roberto Bolle al Teatro degli Arcimboldi di Milano. Ogni personaggio è un’occasione per indagare emozioni, affinare la tecnica e creare un legame con il pubblico e i colleghi in scena. La danza non è solo un mestiere, ma una scelta di vita e un linguaggio personale, capace di raccontare storie senza bisogno di parole.

Prove di Romeo e Giulietta con Roxane Stojanov (febbraio 2026) – ph: Julien Benhamou

Non essendo figlio d’arte, il tuo percorso suscita curiosità. Da dove è nato il tuo interesse per la danza e quali sono stati i momenti decisivi che ti hanno portato prima a iniziare, poi a proseguire con determinazione e infine a scegliere di farne una carriera?

Ero con la mia famiglia a vedere mio fratello in una dimostrazione di karate nel teatro della nostra cittadina, e poco prima c’era un’esibizione di una scuola privata di danza che mi lasciò affascinato. I miei genitori si erano accorti che ballavo continuamente anche da solo a casa, quindi quando ho chiesto loro di poter iniziare danza hanno subito acconsentito. 

All’inizio volevano portarmi in una scuola di break dance e hip hop, ma quando siamo andati ad iscrivermi l’abbiamo trovata chiusa, così abbiamo optato per una scuola di danza classica. Costrinsi mio fratello a iscriversi con me perché mi vergognavo a fare il corso da solo, ma già l’anno dopo smise, mentre io ho continuato, dai 6 ai 10 anni. 

A quel punto la mia maestra chiamò i miei genitori dicendo che ero sprecato nella sua scuola e voleva che io provassi ad entrare nell’Accademia del Teatro alla Scala. Di primo impatto rimasero un po’ sorpresi e spaventati, perché questo avrebbe significato trasferirmi a Milano a soli 11 anni. Sapevano però quanto mi piacesse ballare e quindi mia mamma mi iscrisse all’audizione. Dopo aver passato il provino e l’esame conclusivo del mese di prova, entrai in Accademia come allievo. 

I primi anni li ho vissuti con cautela: ballavo perché mi piaceva, ma non immaginavo ancora una carriera. Crescendo, intorno ai 14 anni, ho preso consapevolezza che nella vita volevo diventare un ballerino e che quella era la mia strada. 

All’ultimo anno in Accademia si inizia a fare le prime audizioni per trovare lavoro nei teatri: feci il provino per Dresda, per il Teatro alla Scala e per l’Opéra National de Paris. A Parigi andai senza aspettative, ma superai tutte le fasi dell’audizione ed entrai in graduatoria. A quel punto decisi di non rimanere in Italia e di cogliere questa opportunità. Fui assunto come ballerino aggiunto per una stagione sola. Al termine, decido di ripetere l’audizione sia in Scala sia all’Opéra, anche se ormai ero convinto di voler rimanere a Parigi. 

Principe Désiré, La Bella Addormentata nel Bosco (marzo/aprile 2025) – ph: Maria-Helena Buckley

Nel tuo percorso professionale a Parigi e quali differenze hai riscontrato, sia dal punto di vista culturale sia artistico, nel modo di vivere e interpretare la danza rispetto all’Italia?

In Francia, a Parigi in particolare, la figura del ballerino è molto riconosciuta e valorizzata: è una professione considerata e rispettata. In Italia, invece, non è strano che quando dici di essere un ballerino ti rispondano “ok e di lavoro cosa fai?”. 

L’estremo opposto invece l’ho riscontrato in Cina e soprattutto in Giappone, dove mi sono esibito in alcuni gala. Ti senti come una superstar: quando finisci di ballare sembra che il teatro cada per gli applausi e all’uscita trovi sempre una fila interminabile di persone che vogliono il tuo autografo e una tua foto. 

Interpretare un ruolo come Romeo in Romeo e Giulietta richiede non solo abilità tecnica, ma anche una forte componente attoriale. Puoi raccontarci come ti approcci alla costruzione di un personaggio bilanciando precisione tecnica, interpretazione personale, fedeltà alla tradizione e indicazioni del maître? E quali ruoli senti più vicini al tuo modo di esprimerti sul palco?

Un personaggio come Romeo è per certi versi più semplice da costruire, perché la storia è molto conosciuta e quindi il racconto risulta più immediato per il pubblico. Personaggi più complessi e meno noti, come ad esempio un Armand ne La Dama delle Camelie, richiedono invece uno studio più approfondito per raccontarli efficacemente. 

Il primo approccio è lo studio della storia del balletto, per coglierne tutte le sfumature. Poi, studio le interpretazioni di altri ballerini nello stesso ruolo, per vedere diverse letture delle scene e trarne degli spunti. Il ruolo del ballerino non è solo di esecuzione tecnica, ma ha anche il compito di portare qualcosa di proprio al pubblico. Cerco quindi di “cucirmi addosso” il ruolo che devo interpretare, per sentirlo mio. 

Ad esempio, nel caso di Romeo ho studiato l’interpretazione di Manuel Legris, che ora mi segue nelle prove. La scena della morte di Mercuzio lui la interpretava come un’esplosione di rabbia e follia per il dolore della perdita dell’amico, mentre io la sento più come una reazione di shock e di incredulità. Il maître ha il compito di indicarmi se la mia lettura funziona, oltre che darmi consigli tecnici, e si crea così un dialogo sulle nostre interpretazioni personali.

Romeo è un ruolo che ho sempre desiderato interpretare e che sento molto mio: l’evoluzione da ragazzino che “va dietro” a una ragazza conosciuta a una festa, alla scoperta dell’amore vero, fino alla consapevolezza della morte. In generale prediligo i ruoli drammatici, come anche Des Grieux ne L’histoire de Manon, che mi piacerebbe interpretare perché credo possa farmi scoprire anche un altro lato di me, più maturo. Sento invece distante da me il ruolo del “bruto”, l’antagonista violento e grezzo.

Eros, Sylvia (maggio/giugno 2025) – ph: Yonathan Kellerman

Nei ruoli di coppia, come quello attuale di Romeo al fianco di Roxane Stojanov, quanto è importante costruire una chimica con la partner e come la sviluppi, sia sul palcoscenico sia fuori scena?

Sul palco la chimica è tutto. In un balletto come Romeo e Giulietta, non basta andare d’accordo per far funzionare i ruoli: bisogna creare qualcosa di più, stabilire un legame forte anche fuori dalla scena. Alcuni ballerini riescono a separare le due dimensioni, ma io personalmente non riesco a distinguere l’interpretazione sul palcoscenico dal rapporto con la partner nella mia vita privata. 

È fondamentale per me sentirmi a mio agio e lasciarmi andare, permettendomi di essere meno rigidamente professionale e più libero. In questo modo, durante un pas de deux, ho una confidenza tale da riuscire a leggere i suoi sguardi e lei i miei, ed aiutarci a vicenda sul palco. 

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Giulia Milanese
Giulia Milanese
Studentessa milanese di 22 anni, si è diplomata al Liceo Classico Istituto Sant’Ambrogio di Milano. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo, con profilo in Economia e gestione dei musei e degli eventi espositivi, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dall’ottobre 2025 fa parte del team curatoriale del progetto Itinerari d’Arte e Spiritualità dell’Università, dove collabora come curatrice e come referente per la redazione dei testi di catalogo. Nell’ambito della sua attività curatoriale ha lavorato sugli artisti Fabrizio Dusi e Carlo Zinelli.

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