Louisa Gagliardi e Pleun van Dijk: forme ibride e scenari speculativi nell’era della tecnologia

“Di solito mi piace dire che inizio con la mano e finisco con la mano. Amo disegnare schizzi, poi li riprendo con il mouse, che ormai è diventato parte di me, un’estensione del mio corpo. Non riesco a immaginare di lavorare in un altro modo”, racconta Louisa Gagliardi a Vogue nel giorno della sua prima inaugurazione, Many Moons, al MASI di Lugano. In un’epoca caratterizzata da accelerazione tecnologica e sistemi di sovrapproduzione, il lavoro di Gagliardi catapulta l’osservatore in una dimensione ibrida dove l’identità reale, costruita attraverso esperienze concrete, si fonda con quella virtuale. Si definisce una pittrice a tutti gli effetti, una pittrice digitale che naviga nel futuro e ridefinisce i confini dell’arte tradizionale, sperimentando nuove forme espressive in cui tecnologia e creatività si intrecciano in un dialogo continuo.

Si parte dal disegno manuale, dal colore e dalla sfumatura a mano per poi evolversi nella dimensione digitale, dove la pennellata si trasforma in pixel e la tela lascia spazio a schermi e dispositivi. Louisa Gagliardi, infatti, non rinuncia mai alla componente artigianale del suo lavoro, ma piuttosto la fonde con gli strumenti tecnologici più avanzati, creando un’arte che vive nel limbo tra analogico e digitale, tra il tangibile e l’intangibile.

Le sue composizioni, infatti, presentano figure enigmatiche e sospese, evocando atmosfere oniriche e fantastiche che facilitano l’acceso in un mondo parallelo, alternativo. Il suo lavoro, infatti, si colloca in quello spazio liminale in cui il reale si incrina e lascia intravedere un altrove perturbante. Proprio come nei mondi paralleli ipotizzati dalla fisica teorica, i suoi soggetti sembrano esistere in più stati simultaneamente: sono presenti e assenti, concreti e sfuggenti, definiti e, al contempo, evanescenti. 

Infatti, nel saggio Universi paralleli. Gli universi alternativi della scienza e il futuro del cosmo (2008), il fisico teorico Michio Kaku afferma che “esiste un numero infinito di realtà parallele che coesistono con noi nella stessa stanza, anche se non possiamo sintonizzarle”. Questa affermazione trova una sorprendente risonanza nella ricerca artistica di Gagliardi, in cui la realtà non è mai univoca, ma si frattura in molteplici livelli di percezione. Il visibile e l’invisibile, il reale e il virtuale si intersecano in una continua sovrapposizione di piani, proprio come i mondi paralleli teorizzati dalla scienza quantica. L’esperienza, dunque, non è solo un’evoluzione tecnologica, ma un fenomeno che trasforma il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. Lo dimostra la pittura gel, smalto per unghie e inchiostro su PVC dell’opera Revealing (2022). 

Gagliardi utilizza la tecnologia non solo come strumento, ma anche come linguaggio artistico per evocare quei spazi intermedi in cui è possibile criticare persino la tecnologia stessa. Infatti, in un’epoca caratterizzata dalla sovrapproduzione di informazioni e dalla frenesia del digitale, il lavoro di Gagliardi sembra mettere in discussione il modo in cui la tecnologia, se da un lato potenzia il soggetto, dall’altro lo sovraccarica, sperimentando un surplus di stimoli che, paradossalmente, lo porta all’esaurimento. 

È in questo contesto che le figure di Gagliardi si collocano, intrappolate in un flusso di punti pixel, di dati e immagini che le rendono al tempo stesso iper-visibili e sfuggenti, testimoni di una mostruosità contemporanea che si nutre di eccesso e alienazione. La stessa alienazione, ad esempio, che troviamo nelle opere dell’olandese Pleun van Dijk: “Cerco di concettualizzare il “presente” analizzando e osservando i momenti di transizione all’interno della società. Dopo aver esaminato i nuovi sviluppi, li porto un passo più avanti nel futuro e li trasformo in uno scenario speculativo“, rilascia allo Scandinavia Standard. 

Anche quello di Van Dijk è un lavoro che si concentra sull’evoluzione tecnologica, ma si muove in una direzione più concettuale e speculativa, rispetto a quella visiva e digitale di Gagliardi. Il suo approccio è meno legato all’immagine, e più alla creazione di oggetti e situazioni; proprio come in uno dei suoi progetti più noti, Objects of Desire, o la performance Replika, linea di procreazione umana realizzata interamente in silicone.

Con Replika, van Dijk ha voluto non solo provocare il pubblico, ma anche suggerire che, nel futuro, la nostra realtà e la nostra biologia potrebbero essere modellate da tecnologie avanzate e materiali sintetici, come lo è la plastica. Anzi, studi scientifici, tra i più recenti “Bioaccumulation of microplastics in decedent human brains”, pubblicato da Nature medicine nel 2024, ci dicono che le MnP (magnetic nanoparticles) siano in grado di accumularsi nei nostri cervelli e di superare quella barriera ematoencefalica, contribuendo a disturbi neurologici e a malattie neurodegenerative. 

Infine, entrambe le artiste esplorano il rapporto tra umano e tecnologia, sebbene da prospettive diverse. Gagliardi si concentra sulla percezione del corpo nell’era digitale, mentre van Dijk sviluppa scenari speculativi che interrogano l’evoluzione dell’identità umana in relazione alla tecnologia.

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