Social media meno “social”, la tendenza a essere “offline” di cui scopriamo attraverso un feed, il ritorno alla vita analogica. Al tempo dell’algoritmo, le contraddizioni e i paradossi nel nostro rapporto con la sfera digitale, la connessione continua e la “vita” sulle piattaforme non finiscono mai di stupire. E così, nel 2026, il nuovo trend sembra essere quello di affrontare lo stress da connessione e scroll infiniti andando “offline” e diventando meno presenti sui social media. Una nuova forma di capitale simbolico, tra riappropriazione di spazi di vita e ritorno a ritmi più compatibili con la lentezza e la riflessione di cui forse si comincia a sentire un maggiore bisogno.
Resta paradossale il fatto che della tendenza “offline” si scopra, inevitabilmente, scorrendo un feed. Eppure è proprio questa contraddizione a raccontarci qualcosa di essenziale sulla fase culturale che stiamo attraversando. Il fenomeno ha un nome, “low-social life”, e una grammatica riconoscibile: fotocamere analogiche a rullino, agende cartacee, vinili, club del libro in presenza, dumbphone in tasca al posto degli smartphone.
Il digital detox e le esperienze nel mondo reale vengono esibiti come prova di libertà mentale e di una vita vissuta con intenzione, al contrario dell’essere sempre connessi. Staccare, insomma, non è più una mancanza ma una nuova forma di resistenza. “Il minimalismo digitale – spiega ad Artuu Raffaella Fortunato, autrice della newsletter Il necessario e il superfluo su Substack – credo non sia nato come trend, ma come esigenza. Ha preso piede molto lentamente, man mano che le piattaforme diventavano sempre più tossiche. Nessuno ha più voglia di esporsi a commenti che giorno dopo giorno diventano sempre più grevi, offensivi, banali. Sia rispetto al proprio aspetto fisico, che rispetto ai contenuti del pensiero e della riflessione. La Gen Z, una parte almeno, non ha alcuna voglia di mettersi in vetrina e farsi giudicare, lo trova aberrante e cringe”.*

Nuovi spazi di vita e condivisione
Prendersi il lusso di rallentare, anche se momentaneamente, la propria attività sui social, significa, secondo molti osservatori, aprire nuovi spazi di crescita personale. Negli Stati Uniti, secondo la CNN, le vendite di kit di artigianato sono cresciute dell’86% nel 2025 e si prevede saliranno di un ulteriore 30-40% nell’anno in corso; anche Etsy ha registrato un incremento del 40% nella vendita di oggetti legati agli hobby manuali. Secondo la trend strategist Anu Lingala, che ne scrive su Substack, “i vinili si comprano non solo per ascoltarli, ma per collezionarli, per appartenenza. La Gen Z, la prima nativa digitale, cresciuta senza conoscere un mondo senza internet, è anche la prima a interrogarsi su cosa significhi, davvero, scegliere di non esserci”. Vale la pena soffermarsi su questa specificità generazionale: per un millennial, staccarsi dai social può essere un atto di stanchezza o di igiene mentale. Per un ventenne che non ha mai conosciuto altro, è qualcosa di più radicale: è la costruzione di un’identità alternativa rispetto all’unica che ha sempre avuto a disposizione. Gli psicologi chiamano “anemoia” la nostalgia per un tempo che non si è vissuto, un fenomeno che potrebbe in parte spiegare la fascinazione per oggetti, rituali e spazi che appartengono a un’epoca pre-algoritmica.
Sonja Knezevic su “Vogue” osserva che “da tempo gli adulti esprimono preoccupazione per le giovani generazioni e per il fatto che crescano in un mondo ossessionato dalla tecnologia. Credo sinceramente che ciò dipenda dal fatto che loro stessi non riescono a staccarsi dai loro telefoni, intrappolati in un vortice di video con intelligenza artificiale, fake news e livelli di Candy Crush. Si è discusso a lungo su come i giovani riusciranno ad acquisire competenze di base, a socializzare e a comunicare in modo significativo se passano costantemente il tempo sui social media. Tuttavia, sembra che le aspirazioni della Generazione Z siano in realtà l’opposto di ciò che avremmo potuto immaginare. I giovani cresciuti con tutti i vantaggi della tecnologia, in realtà, vi rinunciano più facilmente e volontariamente”.
Ma la vita “low-social” reggerà davvero o è l’ennesima tendenza confezionata per essere consumata online? Il cortocircuito è evidente e difficile da ignorare: la vita offline viene documentata, taggata, trasformata in estetica e rimessa in circolo sulle stesse piattaforme da cui vorrebbe affrancarsi. Della tendenza a essere “poco social” e andare “offline” si parla su Instagram, Facebook e TikTok. L’offline, in fondo, è diventato un’altra forma di vita online e chi sceglie di non postare sta comunque comunicando qualcosa. “L’analogico – continua Fortunato – più lo si frequenta e meglio si sta. Se non fosse che resta una possibilità per pochi, con tempo e denaro a disposizione. Perché vivere nell’analogico ha un costo che prima si sosteneva agevolmente, ora molto meno, perché ci siamo caricati di abbonamenti alle piattaforme che, peraltro, stanno aumentando vertiginosamente. La bestia nera sarà l’AI. Sono certa che tra un anno o due averla a disposizione avrà un costo”.
La vita social “dopo” i social
Eppure ridurre la tendenza “low social” a pura moda sarebbe sbrigativo. I “terzi luoghi” di cui parlava il sociologo Ray Oldenburg, spazi informali né casa né lavoro, egualitari e spontanei, vengono oggi reinventati come antidoto concreto alla logica delle piattaforme: run club, circoli di lettura, saune comunitarie, serate in cui i telefoni vengono vietati all’ingresso. Luoghi dove non si è tenuti a documentare nulla. Dove l’esperienza non deve diventare contenuto per esistere.
È un’esigenza reale che il mercato ha già intercettato: Yondr, l’azienda che fornisce buste isolanti anti-smartphone per concerti e club, è diventata partner di artisti come Bob Dylan, Adele e Madonna. La moda di lusso si è mossa nella stessa direzione, con il brand The Row che ha vietato i telefoni durante i propri show alla Paris Fashion Week nel 2024. La domanda, allora, non è se i social sopravvivranno, perché siamo ormai consapevoli che questo accadrà, ma se cambierà il modo in cui li abitiamo. I sentimenti negativi attorno a presenze iper performative e iper visibili ormai sono una realtà con cui facciamo i conti tutti i giorni. Probabilmente intenzione e selezione, cura e riflessione saranno gli elementi caratterizzanti i contenuti social dei prossimi anni. Una nuova forma, quindi di posizionamento identitario utile ad aiutarci a definire meglio la risposta a una domanda cruciale: chi siamo quando non ci osserviamo? “*Tutto sommato dispiace che i social stiano perdendo la dimensione sociale. Usati bene erano una forma di apertura verso gli altri meravigliosa e consentivano connessioni tra mondi che non si sarebbero mai incontrati diversamente. Non si torna indietro: i social hanno il valore che aveva la tv negli anni ’60, ormai. Siamo tutti lì a guardare, e soffriamo pure della paura di perderci qualcosa di essenziale”, conclude Fortunato. *


