Un’inquadratura fissa, la luce fredda di uno studio, un corpo che esita davanti al lavoro.
Tutto comincia da qui. In Intens (1971), il giovane architetto, appena uscito dall’università, Gianni Pettena filma sé stesso seduto di lato a un tavolo da disegno, in uno spazio che promette produttività e rigore. Davanti a lui ci sono un tecnografo e un foglio di carta da lucido: tutto sembra sul punto di accadere, e invece non accade nulla. L’architetto non disegna; si taglia le unghie, si stira la schiena, dispone banconote e scontrini sul tavolo come un collage disordinato di frammenti economici e personali. Si accende una sigaretta, un gesto piccolo e teatrale che riempie lo spazio. Traccia finalmente due linee, una verticale e una orizzontale: l’origine di ogni costruzione, ma anche il suo limite, l’angolo retto però si ferma lì, come un respiro trattenuto.
L’uomo guarda verso la camera e si spreme un foruncolo e così l’architettura cede il posto alla pelle. In questa piccola interruzione — comica, intima, irrilevante — Pettena mette in crisi la fede moderna nella razionalità del progetto. L’atto di costruire lascia spazio alla possibilità di non fare, aprendo un nuovo modo di abitare il pensiero.
Intens è un autoritratto ironico e lucidissimo: un film che trasforma l’inazione in linguaggio e l’ozio in strumento di conoscenza. Negli anni Settanta, mentre il capitalismo industriale evolveva verso forme di lavoro più flessibili e performative, Pettena sceglie di rappresentarsi nell’atto di non lavorare: dove ci si aspetterebbe un disegno, costruisce una pausa. Un gesto che anticipa le trasformazioni successive del lavoro, quando la produttività si sarebbe spostata dal corpo alle menti, e l’artista, come l’architetto, sarebbe diventato figura paradigmatica del lavoratore creativo: autonomo, motivato, apparentemente libero ma sempre immerso nel dovere di fare.
L’ozio di Pettena è tutt’altro che passivo. È un’azione minima, ma necessaria: un rifiuto del gesto disciplinare, del tempo cronometrato, della forma come autorità. Con la leggerezza del cinema muto, l’artista ridicolizza il mito dell’efficienza e della competenza, ricordandoci che anche la noia e la distrazione possono essere strumenti di libertà. Il tecnigrafo resta muto, ma la scena si esprime: parla di un corpo che non produce e proprio per questo resiste.
In questa sospensione si ritrova quella che Byung-Chul Han ha chiamato la “società della stanchezza”: un mondo in cui non ci viene più imposto di obbedire, ma di performare, di essere sempre disponibili, attivi, visibili. L’individuo contemporaneo è vittima del proprio auto-sfruttamento, esausto per apparente eccesso di libertà. Pettena, invece, già nel 1971 intuisce questo paradosso ed esprime il suo “no” con fermezza attraverso un gesto minimo di fuga dal dovere di essere produttivo perché, come scrive Franco “Bifo” Berardi, “il corpo è oggi il vero terreno della resistenza”.
In un sistema che estrae valore anche dal nostro tempo di riposo e dalla nostra attenzione, il corpo può solo opporsi rallentando, sottraendosi, disertando. In Intens, il corpo non progetta, ma si ripiega su se stesso; non costruisce edifici, ma tempo. È un architetto che non lavora, un “anarchitetto”, come lui stesso si definirà più tardi, capace di disfare il proprio ruolo per liberarne le possibilità.
L’ozio, scriveva Paul Lafargue nel 1883, è un diritto politico, contro la morale del lavoro e l’ideologia della produttività, difendendo la pigrizia come spazio di libertà e immaginazione. Oggi quella lezione torna necessaria: vivendo in una società che non tollera l’inattività, il tempo libero viene colonizzato dagli schermi, il sonno è ridotto a parentesi biologica e persino l’arte stessa è spesso misurata in termini di visibilità e rendimento.
In questo contesto, Intens appare come un piccolo atto di sabotaggio. Il gesto di non disegnare diventa una forma di resistenza simbolica: il rifiuto di un linguaggio tecnico e produttivista, l’affermazione di un’altra temporalità possibile. L’artista costruisce un tempo improduttivo, fragile, in cui le mani esitano e il pensiero si fa lento. È lo stesso tempo che l’arte, per sua natura, difende: uno spazio dove il valore non è nella velocità, ma nella cura del gesto.
Oggi abbiamo bisogno di ripartire proprio da qui, da questo diritto di non disegnare. In un mondo che ci vuole costantemente performanti, l’ozio non è fuga né rinuncia, ma atto di lucidità perché significa scegliere di non rispondere subito, di non ottimizzare, di non rendere conto. È rivendicare un tempo improduttivo in cui il pensiero può tornare a essere libero, e l’arte, invece di servire a qualcosa, può semplicemente esistere.
Tra la linea e la pelle, tra il progetto e la distrazione, Pettena disegna uno spazio nuovo: uno spazio umano, disordinato, attraversato da esitazioni e piccole ironie. È lì che si manifesta la sua forza politica — non nel gesto monumentale, ma nel gesto minimo, ricordandoci che anche il rifiuto di produrre può essere una forma di creazione, e che nell’interruzione, nel tempo sospeso dell’ozio, si nasconde ancora la possibilità più radicale: quella di restare liberi.





