Ritrattista tra i più riconoscibili della scena italiana, Luca Vernizzi ha costruito nel corso di decenni una ricerca pittorica fondata sull’osservazione attenta e sulla capacità di cogliere l’identità profonda dei suoi soggetti. Figlio del celebre pittore Renato Vernizzi e per molti anni docente all’Accademia di Brera, ha attraversato con il suo lavoro stagioni e mutamenti della cultura visiva, mantenendo sempre al centro la pratica del ritratto come strumento di indagine e conoscenza.
Se i volti dei protagonisti della cultura e dello spettacolo hanno contribuito a renderlo noto al grande pubblico, la sua ricerca non si è mai limitata alla figura umana. Nel tempo Vernizzi ha esteso il concetto stesso di ritratto a luoghi, ambienti e, in modo sempre più deciso, agli oggetti della quotidianità.
La mostra Macro Pop – visitabile fino al 17 aprile presso la Fabbrica del Vapore a Milano – ideata da Rosi Fontana, che da oltre vent’anni segue il lavoro dell’artista, nasce con l’intento di portare in primo piano un aspetto meno noto ma centrale della sua produzione: il ritratto delle “cose”. Chiavi, stoviglie e utensili domestici vengono isolati dal contesto e ingranditi fino a occupare lo spazio della tela con una presenza quasi monumentale.
Attraverso queste opere Vernizzi sottrae gli oggetti alla distrazione dell’uso e alla velocità del consumo, restituendo loro una dimensione sospesa e quasi assoluta. Il gesto pittorico diventa così un modo per interrogare la realtà, soffermarsi su ciò che normalmente sfugge allo sguardo e riconoscere negli oggetti più comuni una traccia della nostra identità e del nostro tempo.

Nell’intervista che segue l’artista riflette sul senso del ritratto, sulla differenza tra il volto umano e la presenza silenziosa delle cose e sul motivo per cui, oggi più che mai, anche gli oggetti meritano di essere osservati come protagonisti.
Lei è conosciuto soprattutto come ritrattista di persone. In questa mostra invece i protagonisti sono oggetti quotidiani. Quando una “cosa” diventa, per lei, un vero soggetto da ritrarre?
Bisognerebbe fare una premessa: per me il ritratto non è soltanto il ritratto umano, ma il ritratto di ogni cosa. Un luogo, un oggetto, una persona: tutto è soggetto alla mia indagine. Quando mi metto a lavorare, lo faccio perché sento il bisogno di rispondere a una domanda, di capire perché esista quella cosa, perché esista quella persona.
È un approccio che diventa inevitabilmente anche filosofico. Nelle mie tele gli oggetti sono isolati, su fondi bianchi, senza ambientazione: è quasi un’esaltazione dell’idea platonica. Non è quel mazzo di chiavi, ma il mazzo di chiavi. Spesso cerco anche di cogliere un momento preciso: le chiavi appena lasciate sul tavolo, la goccia che cade dal rubinetto mentre un’altra sta già per formarsi. È un attimo sospeso, accolto nella sua essenzialità. Sono conosciuto come ritrattista, soprattutto di persone, ma in realtà mi considero ritrattista di tutto.
Nelle tele di Macro Pop gli oggetti vengono ingranditi fino a diventare quasi monumentali. Questo cambio di scala serve solo a farci vedere meglio oppure è un modo per costringerci a guardare con più attenzione ciò che normalmente ignoriamo?
La dimensione è fondamentale per l’osservazione. L’oggetto, così ingrandito, si impone allo sguardo anche da lontano: prima ancora di avvicinarsi, lo spettatore lo ha già assimilato. Questa scala insolita ha quindi una funzione molto attuale, perché costringe a guardare davvero ciò che di solito si dà per scontato.

Nel testo della mostra si ricorda come spesso le civiltà del passato si raccontino attraverso gli oggetti che hanno lasciato. Pensa che anche le “cose” della nostra quotidianità possano diventare, un giorno, un racconto della nostra epoca?
Certamente. Penso, per esempio, a un oggetto banalissimo come il detersivo per i piatti: oggi è qualcosa di assolutamente comune, ma un giorno potrebbe scomparire, sostituito da altri sistemi. In quel caso diventerebbe un segno del nostro tempo, proprio come per noi lo sono oggi le lucerne romane ritrovate nelle tombe. Gli oggetti sono documenti di una civiltà, testimonianze concrete di un’epoca.
Nel corso della sua carriera ha ritratto grandi personalità della cultura e dello spettacolo. Quando dipinge un oggetto, apparentemente anonimo, cerca comunque una forma di personalità anche in quel soggetto?
No, direi di no. La differenza tra un oggetto e un essere umano è profonda. L’oggetto interroga per la sua presenza, mentre l’essere umano interroga anche per la profondità invisibile della sua coscienza. Una tazzina di caffè non mi guarda. Io posso guardarla, ma lei non mi restituisce lo sguardo. Nel ritratto umano invece c’è sempre uno scambio: per questo si dice che un grande ritratto è anche un autoritratto, perché dentro quell’altro c’è sempre anche l’autore.

Questa serie di ritratti di oggetti, da cui nasce Macro Pop, come è iniziata?
Non c’è stata un’origine culturale o un riferimento preciso. Non è nata per emulazione o per una scelta estetica: è qualcosa che sentivo dentro. Qualcuno può pensare a Magritte, ma non ho preso nulla da lui. Questa indagine, questo uso quasi microscopico dello sguardo, serve prima di tutto a me: mi aiuta a leggere la realtà, nel tentativo di capirci qualcosa.
Ha utilizzato anche supporti inusuali, non solo la tela. Come mai questa scelta?
Non ho necessariamente bisogno della tela. Posso dipingere anche su una pagina di giornale o su un supporto diverso. Non esiste una prassi classica che mi obblighi a scegliere un materiale piuttosto che un altro: certi supporti sono semplicemente più comodi o più adatti a ciò che voglio fare. All’inizio lavorare, per esempio, sul legno è stato difficile, ma poi si impara. Come diceva Luigi Pareyson, l’artista segue le regole nel momento in cui le inventa. È una frase bellissima, e descrive bene il mio modo di lavorare: spesso la regola nasce mentre la sto già applicando.


