M. Il figlio del secolo: il potere della comunicazione e la costruzione del consenso in tempi di crisi

Tratta dall’omonimo romanzo di Antonio Scurati, la miniserie italo-francese M. Il figlio del secolo racconta l’ascesa di Benito Mussolini, interpretato da Luca Marinelli. L’opera, diretta da Joe Wright e scritta da Stefano Bises e Davide Serino, esplora la figura di Mussolini attraverso una narrazione che intreccia storia e dramma, portando in scena i momenti decisivi dell’ ascesa al potere del duce.

La serie ha suscitato fin da subito un acceso dibattito, sia per il tema affrontato che per le inevitabili implicazioni politiche, rivelando quanto la memoria storica e la sua interpretazione siano ancora in grado di dividere l’opinione pubblica. La polemica è esplosa, quasi surreale, a partire dalle parole di Marinelli, che ha semplicemente condiviso la difficoltà di entrare nel personaggio, essendo antifascista, e la necessità di sospendere il proprio giudizio per restituirne la complessità.

Al di là degli aspetti politici, la serie offre altri spunti di riflessione, in primis quello sul potere della comunicazione. In otto episodi, M. Il figlio del secolo mette in luce uno dei pilastri del consenso mussoliniano: la capacità di intercettare i bisogni della gente e trasformarli in un messaggio che parlasse direttamente alle loro paure e speranze. Mussolini non si limitava a comunicare, costruiva una realtà teatrale attraverso le parole che, usate per placare le paure popolari, diventavano un potente strumento di dominio.

Non è certo originale dire che per comprendere l’ascesa di Mussolini e del fascismo sia necessario analizzare il contesto storico in cui tutto questo è avvenuto, eppure, è una premessa imprescindibile. Un’epoca segnata da un vuoto ideologico profondo, in cui – seppure nello scenario della cattolica Italia – Dio era “morto”, come aveva annunciato Nietzsche, e al cui posto non c’erano più appigli spirituali saldi come quelli del passato, ma solo il progresso industriale. Inevitabilmente un momento che crea smarrimento, in cui risulta vitale un punto di riferimento capace di dare ordine al caos.

Mussolini colse perfettamente questa esigenza e seppe riempire quel vuoto. L’aspetto cruciale della comunicazione mussoliniana era la sua capacità di adattare il messaggio al sentire popolare, in un certo senso, il suo era un potere “democratico”, perché si modellava sui desideri della gente disperata. Mussolini non imponeva idee, assorbiva i bisogni ancestrali di aggressività e li restituiva sotto forma di slogan e azione politica. Il suo successo derivava proprio dalla capacità di dare voce pubblica a queste necessità segrete, terribili e quindi mostruosamente potenti.

La serie esplora anche come il giovane Mussolini avesse compreso il potere della stampa come cassa di risonanza. Ci si può chiedere: se non fosse stato alla guida di un giornale, la storia avrebbe preso un’altra piega?

Prima con Avanti! e poi con Il Popolo d’Italia, Mussolini forgiò la propria immagine pubblica, consapevole di poter così assoggettare, gradualmente, il pensiero collettivo. In un contesto in cui i lettori si aspettavano dai giornali solo informazione, non esistevano gli strumenti culturali per percepire l’intento propagandistico che si celava dietro ogni parola.

Attraverso le labbra di Marinelli, il duce si autodefinisce una bestia che sente il tempo che viene, lo fiuta. E in effetti, Mussolini fiutava anche dove cercare gli alleati adatti per il proprio tempo. L’epoca in cui il fascismo si consolidava, era influenzata dal Futurismo, che esaltava velocità, dinamismo e la figura dell’eroe moderno. Le città cambiavano rapidamente, la tecnologia avanzava, e chi non riusciva a tenere il passo rischiava di essere travolto. Un’ansia che risuona con inquietante attualità nella nostra epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalla rivoluzione digitale.

Nei periodi di incertezza e paura, come sperimentiamo nel quotidiano, cresce la ricerca di soluzioni semplici e di leader carismatici. È il meccanismo alla base di molte dittature: il bisogno di un uomo forte, di un “superuomo” capace di riportare ordine nel caos. Ad avere successo erano figure che apparivano temerarie, come quella di Gabriele D’Annunzio che incarnava la figura dell’eroe spettacolare, un uomo dall’animo poetico e impavido. Mussolini, pur apparendo come un uomo d’azione, è in realtà un astuto stratega molto meno avventato di D’Annunzio. Le sue mosse e dichiarazioni erano calcolate, per trasformare il malcontento in leva politica, convertendo l’emotività popolare in consenso duraturo.

La politica per lui era una rappresentazione teatrale, dove gesti e parole impostati sembravano più reali della realtà stessa. Questa teatralizzazione emerge chiaramente nella serie, non solo nella fotografia, ma anche nella caratterizzazione del protagonista, che non è semplicemente un espediente stilistico, ma l’incarnazione della sua natura.

Uno degli aspetti più criticati di M. Il figlio del secolo è proprio la sua impostazione teatrale. Alcuni la vedono come un modo efficace per mettere in luce il lato grottesco delle dittature, mentre altri ritengono che possa distorcere il messaggio. Tuttavia, quest’estetica si adatta perfettamente alla figura di Mussolini, che non era solo un politico, ma un attore costantemente in scena. Marinelli, pur non somigliandogli fisicamente, esce da se stesso e restituisce magistralmente questa dimensione: il suo Mussolini è aggressivo, sopra le righe e perfettamente consapevole di recitare un ruolo. Dunque è totalmente credibile nel suo essere improbabile. Addirittura meno impostato dell’originale.

Quando Marinelli racconta di aver interpretato un uomo che portava sempre una maschera, sembra descrivere non solo il personaggio storico, ma anche il fenomeno più ampio della politica come rappresentazione. Ed è questo il punto su cui la serie invita a riflettere: quando la comunicazione diventa spettacolo, la politica si trasforma in un gioco pericoloso, in cui la realtà si piega alla messinscena e il consenso diventa l’unica legge. Un meccanismo che, ieri come oggi, può avere conseguenze imprevedibili.

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Sara Picardi
Sara Picardi
Sono nata a Napoli negli anni Ottanta e ho sempre avuto una passione profonda per l’arte in tutte le sue forme, così come per tutto ciò che si nasconde nelle profondità, oltre la superficie. Collaboro come consulente con l’Università Federico II di Napoli nel progetto Federica Web Learning come Graphic Designer. Parallelamente alla mia carriera di Visual Designer, ho coltivato negli anni la passione per la scrittura e sono una giornalista pubblicista freelance. Nel tempo libero suono il basso, scrivo poesie e mi perdo nella contemplazione della bellezza della natura e della vita.

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